Sword of the Stranger

Sword of the Stranger

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Senza focalizzare mai eccessivamente l’interesse della pellicola sui dialoghi – non è certo la sceneggiatura il punto di forza di Sword of the Stranger – Andō lavora sull’ambiente costruendo di fronte ai nostri occhi un Giappone aspro e crudele, duro verso i deboli, terra senza padrone che assomiglia molto da vicino alla wilderness tipica del western: non è certo un caso che i duelli siano inquadrati come se ci trovassimo nel bel mezzo di un film di Sergio Leone.

Duello al sol (levante)

Nel Giappone feudale un avido signore locale ospita presso una delle sue fortezze alcuni inviati dell’imperatore Ming. Gli scopi degli ospiti stranieri sono ignoti, anche se si adoperano nella costruzione di uno strano marchingegno. Inoltre, con l’aiuto degli uomini del loro protettore, i Ming danno una caccia spietata ad un bambino, che sembra rivestire un ruolo cruciale nei loro piani. Il fanciullo in questione si chiama Kotaro e per sfuggire ai propri inseguitori è costretto a lasciare il tempio presso cui era ospitato: adesso gli rimane un solo amico, il suo cane Tobimaru… [sinossi]

Ne ha fatta di strada Sword of the Stranger, esordio al lungometraggio del quarantaduenne Masahiro Andō, prima di approdare a Bologna, durante le giornate dell’XI Future Film Festival, ben accomodato tra i film in concorso. Il titolo, attesissimo sotto le due torri, era uscito in sala in patria nientemeno che il 29 settembre del 2007: in questo anno e mezzo ha fatto sfracelli in patria, ricevendo peana critici e premi come piovesse, e ha ottenuto riconoscimenti anche in alcuni festival internazionali (come il FANTASPOA di Porto Alegre). L’apice di questo percorso sarebbe stato probabilmente rappresentato dalla nomination all’Oscar, ma la porta stavolta non si è aperta, lasciando fuori oltre a Sword of the Stranger anche il bel The Sky Crawlers di Mamoru Oshii, e dimostrando ulteriormente l’idiosincrasia dell’Academy nei confronti dell’universo degli anime.

Poco male, non si è mai visto un piccolo incidente di percorso rovinare una scampagnata. Perché l’avventura di Sword of the Stranger è davvero sorprendente: quante volte un esordio è stato in grado di convincerci così a fondo? Vero è che il buon Masahiro Andō non spunta fuori dal nulla, vista la sua professionalità di animatore messa al servizio, nel corso degli anni, per Memories (partorito dalla mente di sua maestà Katsuhiro Otomo), Ghost in the Shell di Mamoru Oshii, Metropolis di Rintaro e Cowboy Bebop di Shinichiro Watanabe: un curriculum decisamente da non sottovalutare dunque. Eppure allo stesso tempo non possiamo non riconoscere un briciolo di sorpresa nel constatare l’assoluta maturità artistica dimostrata da Andō in questo suo primo approdo alla regia: Sword of the Stranger è un film diretto con estrema eleganza, magari privo di quell’eversiva capacità inventiva che anima i maestri dell’animazione giapponese (Hayao Miyazaki, Mamoru Oshii, Katsuhiro Otomo, Isao Takahata, Satoshi Kon) e che ci fa correre dei brividi lungo la schiena, ma allo stesso tempo dotato di una spiccata e naturale sensibilità cinematografica. Senza focalizzare mai eccessivamente l’interesse della pellicola sui dialoghi – non è certo la sceneggiatura il punto di forza del film – Andō lavora sull’ambiente costruendo di fronte ai nostri occhi un Giappone aspro e crudele, duro verso i deboli, terra senza padrone che assomiglia molto da vicino alla wilderness tipica del western: non è certo un caso che i duelli siano inquadrati come se ci trovassimo nel bel mezzo di un film di Sergio Leone.
Lo spazio è utilizzato nel migliore dei modi, e l’animazione accurata dei fondali permette allo spettatore di lasciarsi completamente avviluppare dal ritmo estatico e allo stesso tempo concitato su cui si adagia Sword of the Stranger. Che è un film sull’amicizia, probabilmente (il rapporto tra il ragazzo e il ronin che non usa più la spada, senza parlare del cane Tobimaru, fedele e coraggioso), ma in grado di costruire un cattivo complesso, sfaccettato: lo spadaccino cinese è uno dei migliori villains visti sullo schermo di recente. Il suo sguardo beffardo, la sua cinica ironia, la sua umana crudeltà lo eleggono a vero e proprio simbolo del film; e la lunga sequenza del combattimento finale, in cui il sangue fuoriesce copioso – e questo è un altro piccolo atto di coraggio di Andō, e il merito gli va riconosciuto fino in fondo – è il suo monologo, ben più rappresentativo delle poche parole che ha smozzicato fino a quel momento.

Pescando a piene mani dalla storia giapponese (il ronin, la patria in mano allo shogun e ai suoi daimyo, l’ambiguo rapporto con la cultura cinese), Andō mette in scena un film solido, forse vagamente di maniera in alcuni passaggi – ma ad avercene di film di maniera così ben fatti! – ma avvincente e ottimamente curato: alcune sequenze, prima fra tutte quella già citata del lungo combattimento finale (ma senza dimenticare lo splendido incipit o la scena al mercato), sono la dimostrazione di buon gusto e di cura per il dettaglio, due elementi spesso e volentieri dimenticati dai registi all’esordio. Trattenuto, dolente eppure rinfrescato dall’indomito spiffero del genere, Sword of the Stranger sarebbe stato amato, non ne dubitiamo, da Akira Kurosawa e Sergio Leone. Masahiro Andō, alla presentazione bolognese, non ha fatto altro che ripetere di sentirsi un artigiano: chissà che invece non sia stato partorito un nuovo piccolo grande autore. Staremo a vedere…

Info
Il sito ufficiale di Sword of the Stranger.
Il trailer di Sword of the Stranger.
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