Intervista ad Abel Ferrara

Intervista ad Abel Ferrara

Il cinema di Abel Ferrara è radicale, sovversivo, spiazzante e lo ha dimostrato ancora una volta con i suoi due film più recenti, Welcome to New York e Pasolini, entrambi del 2014. Ora è al lavoro su un progetto su Padre Pio. Lo abbiamo incontrato a Roma, dove vive stabilmente da due anni.

Da quanto tempo vivi a Roma?

Abel Ferrara: Da due anni, anche se per dieci ho vissuto tra Roma e New York. Qui ho fatto Go Go Tales, Mary, il docufilm Napoli Napoli Napoli, poi Pasolini e adesso Padre Pio, cinque film in tutto. Ora poi ho una bambina piccola, è anche per questo che sono rimasto a Roma, anche se è sempre più difficile trovare i soldi per fare i film. Ma, al di là di questo, la vita qui mi piace.

Molti dei tuoi film più recenti, come 4:44 L’ultimo giorno sulla Terra o Pasolini, sono co-produzioni con la Francia.

Abel Ferrara: Sì, sono stati fatti più con soldi francesi, ma anche italiani e in ogni caso europei. In questo periodo della mia vita mi posso definire un filmmaker europeo.

Come anche Orson Welles, ad un certo punto della sua carriera…

Abel Ferrara: Sì, sfortunatamente troppo come Welles e non abbastanza come Spielberg.

Ma tu fai più film di Orson Welles.

Abel Ferrara: Sì, lui ha avuto più difficoltà di me.

Puoi dirci qualcosa su Searching for Padre Pio, il documentario che hai diretto di recente ed è andato in onda a dicembre su DeeJay Tv?

Abel Ferrara: Il documentario è un po’ una forma di preparazione per il film di finzione su Padre Pio che stiamo scrivendo. Sarà prodotto dalla Wildside e lo sto scrivendo con Maurizio Braucci.

Come mai hai scelto una figura così controversa come quella di Padre Pio?

Abel Ferrara: Anche Pasolini è una figura controversa. Il progetto su Padre Pio è fondamentalmente un film su mio nonno, che era originario di Sarno, e Pietrelcina e Sarno sono molto vicine. Molti lo reputano un santo pugliese, ma Padre Pio è nato e cresciuto in Campania, vicino Benevento che è famosa per le streghe e dunque la magia è fondamentale in tutta quell’area. Anche a Sarno ci sono questo tipo di credenze, che entreranno a far parte del film. E poi sono stato affascinato dal personaggio di Padre Pio, dalle stigmate, dalla vicenda di quest’uomo che prende e va in un luogo sperduto, San Giovanni Rotondo, uno dei posti più violenti d’Italia e ci costruisce il più grande ospedale del mondo. Come ha fatto un semplice monaco francescano, che dunque aveva fatto voto di povertà, a costruire un ospedale da 15 milioni di dollari, da solo? Non è affascinante?

In questo periodo dunque stai scrivendo il film?

Abel Ferrara: Sì, Maurizio ha appena terminato la sceneggiatura.

E pensate di girare presto?

Abel Ferrara: Lo spero, ma dobbiamo trovare ancora i finanziamenti necessari. La Wildside ci sta lavorando. In qualche modo è come se anche noi vivessimo a Pietrelcina con Padre Pio. Essere un regista in questa città è come aver fatto voto di povertà, a Roma sembra che nessuno riesca a fare soldi. Un tempo era diverso. Anche per voi è così? Anche voi avete questa sensazione?

Purtroppo sì. Comunque vedremo, cerchiamo di essere ottimisti.

Abel Ferrara: Riguardo il film poi, voglio raccontarvi una storia, sembra che in Italia la conoscano in pochi e per me è assurdo. Nel 1920 a San Giovanni Rotondo i socialisti vinsero le elezioni e i fascisti – anzi, a quel tempo neanche si chiamavano ancora fascisti – subito dopo le elezioni, nel corso di una manifestazione popolare, con l’appoggio dei carabinieri uccisero più di dieci braccianti che sostenevano i socialisti, fu una strage. Questo è in qualche modo l’inizio del fascismo e il luogo in cui accadde fu proprio San Giovanni Rotondo e fu proprio in questo momento che le stigmate di Padre Pio iniziarono a sanguinare.

Quindi è come dire che in questo momento storico l’intero paese iniziò a sanguinare?

Abel Ferrara: Esatto. È proprio di questo che parla il film.

Anche per Pasolini hai avuto problemi a trovare finanziamenti qui in Italia. È così?

Abel Ferrara: Sì, avevo già dei soldi dalla Francia e dal Belgio e allora il Ministero dei Beni Culturali e la Film Commission ci hanno dato dei finanziamenti. Non molti, ma ce ne hanno dati.

È più difficile avere finanziamenti per i tuoi film in America o in Italia?

Abel Ferrara: Beh, è un momento difficile ovunque, si finanziano film negli Stati Uniti, in Francia e anche qui, certo, ma è difficile. Lo sapete meglio di me. Quello che dieci anni fa era possibile, ora è difficile e mi chiedo, come sarà tra altri dieci anni?

I tuoi due ultimi lavori, Pasolini e Welcome to New York, sono due film biografici, basati su personaggi simili ma opposti, Strauss-Kahn e Pasolini, l’uomo-animale e l’uomo-cerebrale. Come hai lavorato su questi due personaggi?

Abel Ferrara: Strauss-Kahn è un grande economista, l’intellettuale dell’economia numero uno al mondo, con una forte posizione di potere e Pasolini un grande artista, ma anche lui con un aspetto sessuale molto forte. Io non sono una persona che emette giudizi morali, ma sappiamo che Pasolini tutte le sere andava alla stazione a rimorchiare ragazzi di 15-16 anni. Entrambi i personaggi sono dunque due intellettuali che obbediscono a istinti primordiali, quindi sì, penso che abbiano molte similitudini tra loro. Uno poi è finito in prigione, l’altro invece è stato ucciso. La questione è complicata, anche perché io riconosco il valore di Pasolini, mentre non sono un fan di Strauss-Kahn. Ho approcciato i due personaggi per due film separati e non con l’idea di fare due biografie, per me sono due film su due persone. E poi ecco, alla fine, anch’io ho una similitudine con Pasolini: proprio come lui finirò in tribunale per un film, perché Strauss-Kahn mi ha fatto causa, quindi dovrò andare a processo in Francia. Sua moglie è la donna più ricca di Francia e lui ha tutto il potere necessario per farmi causa.

Quindi il tuo film ha perfettamente ragione, tutto ruota attorno al potere. Ci ricordiamo molto bene infatti che Welcome to New York ebbe delle difficoltà persino ad essere mostrato a Cannes. Il festival non lo selezionò nelle sezioni ufficiali, ma ci fu solo una proiezione (poi replicata la sera stessa) per il mercato, con accesso consentito alla stampa, ma in numero limitato.

Abel Ferrara: I produttori mi avevano chiesto di modificare il film, ma io non ho voluto, per questo non è stato preso in competizione a Cannes.

Addirittura? Ma è assurdo!

Abel Ferrara: Già.

Welcome to New York era girato in digitale, mentre Pasolini in 35mm, come mai questa scelta?

Abel Ferrara: Volevo interrogarmi davvero sulla differenza. Quando giri in 35mm tu hai realmente qualcosa, un supporto, perché il negativo del film esiste, mentre con il digitale non hai niente, è come se non esistesse.

Già in Blackout riflettevi su questo aspetto: lì la pellicola rappresentava la memoria che viene meno, mentre al digitale non restava che registrare la pornografia, come faceva il personaggio interpretato da Dennis Hopper. È l’avvento del digitale la fine della memoria e il principio di un’era di pornografia?

Abel Ferrara: È una buona teoria, dovreste proseguire in questa ricerca. Pensa alla pellicola, a quando la proietti, è tutto uno stop and go, sono 24 fotogrammi al secondo. Vanno veloci, però tra un fotogramma e l’altro c’è il nero, saranno in tutto 10 minuti per ciascun film. Quindi quando siamo seduti in sala ed esperiamo questi 10 minuti di nero, beh questa è l’esperienza del cinema. Ci troviamo tutti insieme a sognare nel buio. Con il digitale invece questo momento non ce l’hai, è un’esperienza diversa. Tutti noi abbiamo un ricordo preciso dei film del passato, ad esempio di Casablanca o di Ultimo tango a Parigi, ma non sappiamo se la memoria del digitale sarà la stessa, se avrà lo stesso potere. Non lo sappiamo ancora nè sappiamo se il digitale durerà a lungo. Probabilmente resteranno il potere della narrazione e delle interpretazioni attoriali o della regia. Non possiamo ancora saperlo, però.

Il digitale poi non è per nulla adatto a preservare i film.

Abel Ferrara: Certo. Immaginate che da un momento all’altro un hacker emetta un segnale che cancelli tutti i file digitali, i film, così come tutte le mail, le foto che hai sul tuo computer, tutte le sceneggiature che hai scritto, tutto cancellato. Non resterebbe più nulla, eppure questo è possibile. Potrebbe accadere. Per i film in pellicola invece è diverso, sono una cosa fisica, li devi trovare uno ad uno.

Nei tuoi film è spesso presente il debito nei confronti del cinema di genere. Anche se poi tendi spesso a destrutturarli, come ad esempio in The Driller Killer [che è possibile vedere sul nostro sito a questo link, n.d.r]. Qual è il tuo rapporto con i generi? Sono stati importanti per la tua formazione?

Abel Ferrara: Ho cominciato da lì, dall’exploitation, da film indirizzati a un’audience ben specifica. Quando ho fatto The Driller Killer sapevo di dirigermi verso quel pubblico lì.

The Addiction per esempio è un film di vampiri, ma va oltre il film di vampiri.

Abel Ferrara: Anche i vampiri vanno oltre i film di vampiri. In ogni momento della storia dell’uomo ci sono stati personaggi di non-morti che succhiavano il sangue o, semplicemente, che non morivano mai.

Quando hai fatto The Driller Killer, che è un film ambientato in un momento storico particolare, in una scena musicale newyorkese in fermento, come mai hai scelto di incarnare un pittore e non un musicista, dal momento che poi, tra l’altro, tu sei anche un musicista?

Abel Ferrara: Perchè il film è basato su un tipo che conoscevo davvero, un amico che faceva il pittore ed era abbastanza un maniaco. Quindi nel film io incarno lui, mentre lui, il mio amico, interpreta invece il tipo che fa il musicista underground.

Che ricordi hai di quell’epoca?

Abel Ferrara: La vita era economica, potevi andare a New York senza avere un dollaro e sopravvivere. Oggi sarebbe impossibile. C’era un’energia creativa all’epoca che oggi non c’è più, io ero giovane e avevo una grande voglia di sopravvivere e di farcela. L’energia del rock, quello vero, quello degli Stones, degli anni ’60 era però già finita. Anche se poi stava per ricominciare, con i Ramones e il punk rock… Quindi c’era un’energia, che veniva dalla violenza che vedete nel film. Comunque, quando ho fatto The Driller Killer, giocavo con il genere e il film è figlio del suo tempo. Tutti i film sono in fondo dei documentari, nel senso che documentano il luogo e il modo in cui siamo in quel momento, anche quando ci si rivolge al passato, come con Pasolini. Per esempio pensiamo al Neorealismo in Italia: non c’erano soldi quindi non si poteva creare un set dal nulla, bisognava filmare quello che c’era e così sono stati fatti film senza alcun finanziamento, senza budget.

Puoi parlarci della tua collaborazione con il tuo sceneggiatore storico Nicholas St. John, finita nel 1996 con Fratelli (The Funeral)?

Abel Ferrara: Siamo cresciuti insieme, quindi siamo come fratelli, fin dall’età di 13 anni. La sua famiglia è di Roccamonfina, in Campania, lui ha vissuto lì a lungo e ha sposato una donna italiana. È una persona molto religiosa, non beve, non si droga, niente di tutto questo, e ad un certo punto ha detto: “Basta, non voglio più fare questo lavoro, non mi piace la gente, non mi piace l’ambiente”. A un livello molto spirituale per lui non c’era alcuna ‘ricompensa’ nel fare film, era tutto orribile, disgustoso.

Anche Joe Delia era un tuo collaboratore storico, ha composto le colonne sonore di parecchi tuoi film, l’ultimo dei quali è proprio Blackout. Mentre invece con il direttore della fotografia Ken Kelsh continui a lavorare.

Abel Ferrara: Sì, anche con Joe Delia per il momento è finita la collaborazione, ma è una cosa assolutamente normale. Con Ken Kelsh invece ho continuato a lavorare, anche se Stefano Falivene ha fatto da direttore della fotografia per Pasolini e lo farà per il film su Padre Pio. Succede così, si fa un pezzo di strada insieme.

Come lavori con il tuo direttore della fotografia?

Abel Ferrara: Siamo d’accordo su ogni livello, dipende dal progetto, ma in ogni caso il nostro approccio è molto pragmatico, scegliamo le location, le angolazioni, c’è una grande intesa. Con Stefano Falivene poi in qualche modo veniamo dalla stessa scuola, perché lui era una sorta di allievo di Tonino Delli Colli che è il mio direttore della fotografia preferito. Nei miei film il direttore della fotografia viene coinvolto fin dalla fase della sceneggiatura, sa quali sono le mie idee e le mie sensazioni riguardo al film, segue tutto il processo creativo.

Padre Pio sarà in 35mm o in digitale?

Abel Ferrara: Dipende dai finanziamenti che otteniamo, vedremo. Sto persino pensando di farlo in bianco e nero, chissà.

Di solito fai molti ciak?

Abel Ferrara: Quelli necessari, mi piace girare velocemente, non avere 10 o 20 ciak, perché poi gli attori si stancano. Gérard Depardieu non ne fa più di due, anzi se con lui ne fai due è già un miracolo. È il tipo di attore che sa quello che fa, con lui giri molto velocemente. Quindi dipende molto dagli attori che hai, se giri con con i bambini è un conto, con Depardieu o altri attori un altro, è così.

Negli anni si è parlato di alcuni progetti a cui stavi lavorando, come Pericle il nero, The Last Crew o più di recente Siberia, come mai non sono stati realizzati?

Abel Ferrara: Ce ne sono molti che non sono riuscito a realizzare, non spezzatemi il cuore. Andiamo avanti, non guardiamo al passato.

Puoi dirci qualcosa di Zoë Lund, che ha recitato da protagonista nel tuo film del 1981, L’angelo della vendetta, e che ha anche scritto insieme a te Il cattivo tenente, oltre a fare una piccola parte nel film.

Abel Ferrara: Era una tossica geniale. Un vero spreco. L’ho incontrata che aveva 16 anni e allora era una brillante studentessa universitaria, una brava musicista, attrice, sceneggiatrice, splendida ragazza, aveva tutto. Poi è venuta anche in Italia nel 1980, si è fidanzata con un tizio, insieme hanno iniziato a bucarsi e in poco tempo è diventata dipendente dall’eroina ed è morta a 37 anni, cos’altro posso dire, è stato un vero peccato.

[Nel bar in cui ci troviamo a chiacchierare con Abel Ferrara, arriva anche Maurizio Braucci. Siamo in chiusura d’intervista e proviamo ad avere qualche informazione in più sul progetto dedicato a Padre Pio, n.d.r.] Abel ci ha parlato del film su Padre Pio, dice che avete appena ultimato la sceneggiatura. Come è nato questo progetto? Si tratta di un lavoro su commissione?

Maurizio Braucci: Abel è interessato a questa figura, a Padre Pio. Il film non gli è stato commissionato, ha iniziato a lavorarci, ha trovato Wildside che è interessata, poi abbiamo fatto il documentario, Searching for Padre Pio, che fa parte della documentazione per fare il film.

Si parla di Mastandrea, ma come protagonista?

Abel Ferrara: Se ne parla sì, ma vedremo.

Info
Su Youtube un’intervista ad Abel Ferrara a proposito di New Rose Hotel, quando ha deciso di licenziare i suoi collaboratori storici tra cui Joe Delia.
La pagina Wikipedia dedicata ad Abel Ferrara.
Altra intervista ad Abel Ferrara su Youtube, dedicata nello specifico al digitale.

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