L’estate addosso

L’estate addosso

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Tornano i ralenti, le carrellate circolari, le impennate musicali e tornano anche la maturità, la verginità, i primi amori. Con L’estate addosso torna l’inossidabile poetica di Gabriele Muccino, ma è deprivata di ogni sincero entusiasmo. A Venezia 2016 nella sezione Cinema nel Giardino.

The summer is Magic

Marco, appena diplomato al liceo, è angosciato dall’incertezza del proprio futuro. La sua estate “della maturità” lo porterà, per una serie di coincidenze impreviste e fortunate, a trascorrere venti giorni a San Francisco. Viaggerà insieme a Maria, una ragazza della sua scuola che considera conservatrice e pedante. Ad attenderli ci sono Matt e Paul, una coppia di ragazzi americani con cui Marco e Maria vivranno un viaggio di entusiastica esplorazione, che li porterà a fare i conti con loro stessi e a definire chi sono e vorranno essere… [sinossi]

Ci sono incubi ricorrenti che tutti facciamo almeno una volta nella vita, uno di questi è senza dubbio quello relativo al dover ripetere l’esame di maturità. La commedia nostrana non ha mancato di rimarcare il valore nazional popolare di questo evento onirico, come ben dimostrano Immaturi di Paolo Genovese e relativo sequel. Gabriele Muccino poi, ne ha fatto il fulcro di buona parte della sua filmografia, almeno quella indirizzata prettamente al pubblico nazionale. Ma sono lontani, per l’autore romano, i tempi di Come te nessuno mai (1999), grazioso teen movie liceale che, non senza ruffianerie, riusciva però a intercettare ansie e desideri di una generazione. E sono distanti anche i dubbi e le incertezze degli eterni immaturi protagonisti di L’ultimo bacio e Baciami ancora. Con L’estate addosso, presentato a Venezia 2016 nella sezione Cinema nel Giardino, Muccino sembra infatti aver perso un po’ l’entusiasmo e persino l’interesse nei suoi caratteristici personaggi sempre in cerca di se stessi e di una via possibile per l’età adulta.

Certo tornano anche qui i ralenti, le carrellate circolari, le impennate musicali e tornano anche la maturità, la verginità, i primi amori, ma Muccino appare svogliato e poco ficcante, né riesce a far fruttare le possibilità offerte da una produzione (a produrre sono la Indiana Production e Rai Cinema, affiancate dalla statunitense Crosswind Advertising) tutto sommato a basso budget – se la si paragona alle sue sortite hollywoodiane – che gli avrebbe consentito, almeno sulla carta, una maggiore presa sul reale e un’occasione per lavorare senza filtri con i suoi attori.

L’estate addosso racconta dunque quell’evento capitale nella vita di ogni neo maturato che è rappresentato dalla lunga estate che segue gli esami di maturità, quel momento in cui tutto è ancora possibile e, malgrado l’ansia per il futuro, il senso di libertà si scatena nelle più varie esternazioni, amorose soprattutto. Protagonisti qui sono Marco (Brando Pacitto, quello di Braccialetti rossi) e Maria (Matilda Lutz), due compagni di scuola che si detestano, ma naturalmente sono destinati, in qualche modo, a finire uno nelle braccia dell’altra, durante un viaggio negli States che forse cambierà le loro vite, forse no. Lui deve capire se fare o no la Facoltà di Veterinaria ed è afflitto da una certa astinenza sessuale, lei invece sa già che vuole studiare Legge ed è vergine, oltre che un po’ bigotta. Gli elementi sono dunque assai basici e gli sviluppi possibili assai limitati, meglio accompagnarli con una colonna sonora di pop nostrano a tutto volume, utile a ricordare allo spettatore dove emozionarsi. Se poi a firmarla è Lorenzo Jovanotti, la presa sul grande pubblico è garantita. Anzi, diciamo pure che, come spesso accade nei film di Muccino, viene da chiedersi se sia nato prima il film o prima la canzone che così ben lo rappresenta. Peccato però che di sentimenti in realtà L’estate addosso sia piuttosto privo, e basterebbe eliminare la musica per provarlo in maniera “scientifica”. Il fatto è che i nostri due protagonisti restano dei meri attanti, litigano perché sono maschio e femmina, ma di certo i loro dialoghi non sono quelli di una screwball comedy di hawksiana memoria, tutt’altro, a ciò si aggiunga il fatto che cambiano repentinamente di umore e di opinioni, senza che alcun innesco narrativo sia mai stato predisposto all’uopo. Un po’ bipolari e molto bidimensionali, Marco e Maria vagano sullo schermo quali personaggi senza autore, sospinti dalle note più che da una linea narrativa.

Muccino appare anche alquanto severo – o forse è solo preoccupato – nei confronti di questi due diciottenni odierni, si prova infatti un certo sconforto nel registrare che hanno (soprattutto Maria) dei problemi a comprendere una relazione tra due uomini e utilizzino poi come insulti di preferenza “frocio” e “troia”. Ci piace pensare che i giovani d’oggi abbiano una maggiore apertura mentale, nonché un vocabolario più variegato.
L’incontro dei due ragazzi con la coppia gay che li ospita a San Francisco mira dunque soprattutto a porre in risalto il provincialismo nostrano e a far risplendere, qualora ce ne fosse bisogno, l’eterna verità e giustezza del sogno americano. D’altronde gli USA sono ancora il luogo in cui un agente finanziario può mollare tutto per tornare alla sua vera passione: i cavalli.

Quando poi oggetto della narrazione diventa il passato dei due padroni di casa americani e si fa strada uno strambo flashback sul loro primo incontro, in cui si inserisce (decisamente calata dall’alto) persino la voce narrante di Marco (che di certo a quegli eventi non aveva partecipato), tutto diventa ancora più straniante, e appare chiaro che il film non sa più che strumenti usare per incuriosirci. Anche l’esornativa trasferta a Cuba serve solo a declinare meglio altri stereotipi, tra auto vintage, frutta esotica, drink al tramonto, risate e abbracci. Il tutto dovrebbe dimostrare la bellezza (protagonisti e paesaggio sono belli, d’altronde) di una relazione pan-amorosa, che sia a due, a tre o a quattro poco importa. Ma in realtà non c’è tensione, non si teme mai per i personaggi e il loro futuro, non si trepida al loro fianco, loro stanno semplicemente lì che ridono, piangono, strepitano, si amano e si divertono. E noi seduti in sala a guardarli.

In questo parziale (data l’ambientazione) ritorno in Italia, Muccino appare incastrato in un’incubica coazione a ripetere (la maturità e non solo) e ci fa dunque rimpiangere il suo cinema americano (La ricerca della felicità, Sette anime, Quello che so sull’amore, Padri e figlie), spesso ambizioso, molto probabilmente troppo sbertucciato dalla critica, eppure vivo, roboante e pulsante, anche senza il commento musicale.

Info
la scheda di L’estate addosso sul sito della Biennale.
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