Padri e figlie

Padri e figlie

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Il Muccino “americano”, per quanto spesso dileggiato dalla critica, è un regista imperfetto ma interessante. Lo dimostra anche Padri e figlie, melodramma dalla sceneggiatura zoppicante ma da non trattare con superficialità.

Close to You

Jake è un romanziere di successo (vincitore di un Pulitzer) rimasto vedovo in seguito a un grave incidente, che si trova a dover crescere da solo l’amatissima figlia Katie, a fare i conti con i sintomi di un serio disturbo mentale e con la sua altalenante ispirazione. 27 anni dopo, Katie è una splendida ragazza che vive a New York: da anni lontana dal padre, combatte i demoni della sua infanzia tormentata e la sua incapacità di abbandonarsi a una storia d’amore… [sinossi]

“Why do birds suddenly appear every time you are near? Just like me, they long to be close to you. Why do stars fall down from the sky every time you walk by? Just like me, they long to be close to you”; questo cantavano i Carpenters, nel 1970, su testo di Hal David e musica di Burt Bacharach. E questo canta anche il celeberrimo scrittore Jake, già vincitore del premio Pulitzer, come ninnananna alla sua adorata figlioletta Katie: sua moglie è morta in un incidente stradale da lui provocato, e la bambina è l’unico affetto che gli è rimasto. Per di più anche la salute lo sta abbandonando, visto che l’incidente mortale ha portato con sé problemi nervosi che lo portano, di quando in quando, a paurose crisi epilettiche. Ma per la sua Katie Jake sarebbe disposto a sopportare di tutto, anche una causa milionaria contro sua cognata e il di lui marito, che vorrebbero portargli via la figlia.
Se il Gabriele Muccino “americano” aveva flirtato con le armi ricattatorie del melodramma fin dal suo esordio oltreoceano (The Pursuit of Happiness, 2006), in Padri e figlie decide di sfondare una volta per tutte quel portone: il suo nono film come regista tracima umori melò da ogni inquadratura, e d’altro canto sarebbe stato difficile immaginare qualcosa di diverso partendo dalla sceneggiatura di Brad Desch. Famiglie spezzate, parenti serpenti che vorrebbero dividerle ulteriormente, memorie dolorose, traumi infantili, laceranti rapporti interpersonali: non manca davvero nulla nello script di Desch, che anzi esagera nell’accumulo di materiale, finendo spesso per ingolfare lo sviluppo narrativo, sovraccarico com’è di pianti, urla, malori e dosi incontrollate di saccarosio.

Tutti elementi che hanno fatto storcere il naso a molti critici già durante l’anteprima stampa del film. Un sentimento su cui grava il difficile rapporto tra Muccino e chi i suoi film li deve “valutare”: al di là delle imperfezioni e delle mancanze del regista romano, l’impressione è che si stia tendendo sempre di più a un allontanamento preventivo tra le parti in causa, un gioco infantile e sterile a chi alza il muro più alto e resistente. Un sentore lo si era già avuto tre anni fa all’epoca di Quello che so sull’amore, commedia senza particolari guizzi ma perfettamente in linea con il prodotto medio hollywoodiano che in Italia venne invece dileggiata ai limiti dello sberleffo. Come se aver valicato il confine ed essere approdato a Hollywood evidenziasse la “supponenza” di Muccino.
Muccino è senza dubbio un regista ambizioso, ma ha avuto l’accortezza di mettere le sue abilità a disposizione del racconto che si trova a maneggiare; e se le sue sortite dietro la macchina da presa in Italia spesso sommavano una messa in scena ridondante a una sceneggiatura già poco misurata, a Hollywood capita spesso il contrario. È il caso anche di Padri e figlie, dove è proprio la regia ad asciugare le esagerate pulsioni emozionali dello script, e le tendenze all’esasperazione di qualche interprete. Il Muccino autore si mette in un angolo, preferendo agire sulla fluidità del racconto. Ne viene fuori un film comunque a tratti sbalestrato, ma per “colpa” di una scrittura di grana grossa, che fa avvenire tutto attraverso il dialogo e si lascia assuefare dal demone dei climax emotivi.

Al di là di qualche movimento di macchina – nulla a che vedere con la sbrodolante sinuosità di titoli come il retrivo Baciami ancora, con ogni probabilità la punta più bassa della carriera del regista – lo sguardo di Muccino è rintracciabile soprattutto nei temi a lui da sempre più cari: le relazioni affettive e di sangue, la difficoltà ad accettare gli errori del proprio passato, la voglia di riscatto che può arrivare fino al sommo sacrificio. Tutti elementi che, esclusa “la crisi dei trentenni e dei quarantenni” che agitava gli incubi dei protagonisti del dittico L’ultimo bacio/Baciami ancora, contraddistinguono l’approccio al racconto di Muccino, e che trovano in Padri e figlie alcune interessanti soluzioni, soprattutto nella costruzione (per quanto stereotipata) del personaggio di Katie, figlia che sfrutta il proprio corpo per sanare le ferite della mente.
Padri e figlie mette in mostra pregi e difetti del cinema di Gabriele Muccino, corto circuiti narrativi – l’incidente come elemento scatenante, tanto per citarne uno – e velleità più o meno giustificate, ma dimostra anche come sia uno dei pochi registi italiani ad aver capito Hollywood, trovandovi una propria collocazione. E questo è un punto, forse, che si sorvola con troppa semplicità.

Info
Padri e figlie sul sito della 01 Distribution.
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