Sette anime

Sette anime

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Seconda fatica hollywoodiana di Muccino, Sette anime è il classico esempio di melodramma che insegue costantemente, senza sosta alcuna, il massimo coinvolgimento spettatoriale, confidando troppo nella sospensione dell’incredulità e nell’efficacia del processo di accumulazione.

L’amico americano, i broccoli e il tōfu

Ben Thomas ha un segreto che lo divora; deve fare assolutamente qualcosa per redimersi e pensa di poterlo fare cambiando drasticamente le vite di sette estranei. Una volta che il suo piano è partito, nulla può modificarlo. O almeno è quello che pensa lui, perché Ben non si aspetta certo di innamorarsi di una dei sette estranei. In quel momento, sarà lei a cambiare lui. Tutto ha inizio con una lista di sette nomi… [sinossi]

Prima di affrontare Sette anime, seconda fatica hollywoodiana di Gabriele Muccino, potrebbe essere utile riflettere sul ruolo assunto dal nostro nell’Industria dei Sogni: appare evidente, infatti, la differenza tra la messa in scena “italiana”, contraddistinta da complessi movimenti di macchina e una certa frenesia, e la messa in scena “americana”, ligia alle regole dell’invisibilità del regista (o autore), aggiornamento di quella che un tempo chiamavamo messa in scena classica. Muccino, in buona sintesi, appare perfettamente integrato nel meccanismo hollywoodiano (nel precedente La ricerca della felicità, datato 2006, si poteva rintracciare qualche rimasuglio personale): da valutare se sia un pregio o un difetto. Può sembrare bizzarro rimpiangere i dolly mucciniani, ma in fin dei conti, pur tra attori che urlano a squarciagola e crisi dei trentenni e delle famiglie, Muccino rappresentava nello stantio panorama italico una sorta di scheggia impazzita, un’alternativa alle molte regie di stampo televisivo. Sarà interessante valutare lo stile registico di Muccino alla prossima opera realizzata in Italia – anche se l’idea di un seguito de L’ultimo bacio non ci entusiasma particolarmente.

Insomma, Sette anime è in ogni minimo dettaglio un film profondamente hollywoodiano, il tipico melodrammone alla ricerca di pubblico e, in seconda battuta, di premi per gli attori. In questa seconda fatica del sodalizio Muccino-Smith, proprio la performance attoriale del protagonista si rivela una delle note dolenti: nella ricerca di ruoli “impegnati”, alternativa nobile ai vari blockbuster, il divo afroamericano si è ritrovato prigioniero di un personaggio monocorde, costantemente inabissato in una disperazione priva di sfumature. Difetto amplificato soprattutto nei duetti con Rosario Dawson. Peccato, invece, per il ruolo assai sacrificato riservato al bravo Barry Pepper, attore che meriterebbe dopo le ottime prove in Flags of Our Fathers (2006), Le tre sepolture (2005) e La 25a ora (2002) maggior fortuna e attenzioni.
Attori a parte, i due aspetti che meno ci convincono in questo lungometraggio sono la struttura narrativa frammentaria (siamo, con tutti i distinguo del caso, nelle vicinanze del duo Iñárritu & Arriaga) e la natura stessa del film, un melodramma ortodosso che cerca di farsi apprezzare accumulando senza remore sventure e situazioni emotivamente sovraccariche. Sette anime è il classico esempio di melodramma che insegue costantemente, senza sosta alcuna, il massimo coinvolgimento spettatoriale, confidando troppo nella sospensione dell’incredulità e nell’efficacia del processo di accumulazione. Dolore sopra dolore, lacrima dopo lacrima, lo spettatore dovrebbe arrendersi alle emozioni e partecipare alle tribolazioni dei personaggi: il risultato, in questo caso, ci sembra addirittura opposto, complice la suddetta struttura narrativa che costringe a una superflua detection spettatoriale.

Sette anime funziona maggiormente – e questo è il paradosso che svela i limiti della pellicola – nelle sequenze che sfuggono alle atmosfere tragiche e/o melodrammatiche: le brevi parentesi con il maestoso alano che viene nutrito solo a broccoli e tōfu, la cena con Emily, l’incontro al bar con Ezra (Woody Harrelson).
Sebbene il materiale narrativo non sia tra i più agili da gestire (come esempio decisamente positivo si prenda Changelig di Clint Eastwood: in mano ad altri sarebbe potuto essere un film disastroso), sono le scelte effettuate in sede di sceneggiatura e l’impostazione generale dell’opera ad appesantire eccessivamente un melodramma che avrebbe avuto bisogno di una narrazione lineare e di un certosino lavoro di sottrazione – e qui torniamo a Eastwood.

Info
Il trailer italiano di Sette anime.
Il sito ufficiale di Sette anime.
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