Come te nessuno mai

Come te nessuno mai

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Quando Gabriele Muccino dirige Come te nessuno mai è il 1999; il nuovo millennio deve ancora arrivare, al governo ci sono i diessini con Massimo D’Alema, la NATO sta bombardando la Serbia. Il G8 di Genova è lontano due anni, ma il sommovimento anche illusorio che porterà alle giornate di protesta è già in atto.

Che ne è stato di loro?

Silvio, sedici anni, sembra più interessato alle ragazze che alla politica e, quando il liceo che frequenta viene occupato, cerca di cogliere l’occasione giusta per trovare l’anima gemella. Lui e Ponzi, amici e compagni di classe, si danno da fare e vivono molto le ansie dell’amore e del sesso. Silvio sogna il grande amore e, dopo una prima bruciante sconfitta, a causa anche dei compagni di classe troppo pettegoli, vive l’esperienza dell’occupazione tra i litigi con i genitori e una carica della polizia. Ma, nonostante tutto e quasi per caso, arriva per lui il primo innamoramento e la prima esperienza sessuale… [sinossi]

Il settembre del 2019 vedrà Come te nessuno mai festeggiare i venti anni dalla sua partecipazione alla Mostra di Venezia. A quasi due decenni di distanza dall’apparizione sugli schermi dell’opera seconda di Gabriele Muccino – l’esordio, Ecco fatto, era uscito nelle sale nel novembre del 1998 – ci si può rendere conto come il regista romano cercasse già di tracciare traiettorie cinematografiche che fossero in grado di coniugare una tensione verso il racconto popolare con una lettura critica della società borghese e, ancor più, con una riflessione autobiografica neanche troppo velata. Sono tre i fratelli Ristuccia, la famiglia attorno alla quale ruota parte consistente di Come te nessuno mai: Alberto, universitario con una gamba ingessata, Silvio e Chiara, entrambi liceali. Sono tre anche i fratelli Carlo, Paolo e Sara, tra i protagonisti del recente A casa tutti bene. Sono tre anche i fratelli Muccino… Proteso a un afflato narrativo che mescola il quotidiano a un pathos sovente sovraesposto, Muccino non (ri)mette in scena la propria esistenza per cercare di tirare le fila di un discorso personale, e la sua regia non diventa mai una macchina d’autonalisi grazie alla quale i nervi scoperti dell’io si trasformano in racconto collettivo. Si tratta piuttosto di un’istantanea privata nella quale si riconosce lo specchio di un Paese, o di una parte piccola o grande di esso. In questo senso A casa tutti bene rappresenta un esempio perfetto, con ogni probabilità il più lucido e fulgido dell’intera carriera di Muccino, e quel selfie stampato sulle locandine ufficiali che tanto ha fatto ribollire il sangue nelle vene a una parte dell’élite critica e cinefila (da sempre poco magnanima nei confronti dell’autore de L’ultimo bacio e La ricerca della felicità) non è altro che la firma d’autore in calce a un testo nazionalpopolare. Privato e universale sono le due anime in perenne conflitto nel cinema di Muccino, così urlato ed esagitato, eppure allo stesso tempo sempre teso – non necessariamente con successo – verso il disvelamento di un’illusione borghese, la frantumazione di un castello di carte costruito sulle fondamenta dell’ipocrisia. Solo l’adolescenza può ancora permettersi di sognare, e forse di scontrarsi con quel pulviscolo di purezza che il mondo adulto, nella sua sfera dominante – il cinema di Muccino non cerca legacci con l’immaginario sottoproletario che tanta parte ha avuto e ha nella produzione italiana – ha da anni fatto risucchiare nell’aspirapolvere dalla colf di turno.

Compirà nel 2019 venti anni, Come te nessuno mai, e sembra un reperto archeologico, la documentazione di un passato remoto. Fa quasi impressione riascoltare oggi l’incipit sonoro, mentre lo schermo è ancora nero, che passa in rassegna con un montaggio serrato che sarà tratto distintivo dell’intero film) trent’anni di esistenza in lotta, dall’invasione statunitense del Vietnam al maggio parigino e al Sessantotto tutto, dal brigatismo alla paura nucleare, dalla caduta del Muro di Berlino alle proteste di piazza Tienanmen e al movimento della Pantera. Un excursus storico che termina sulla notizia della vittoria dell’Ulivo alle elezioni del 1996: il centro-sinistra, con il PDS come primo partito, si prepara a governare l’Italia. Due anni dopo “diessino” è già diventato l’insulto da lanciare verso i compagni che si dimostrano dubitabondi riguardo la necessità di occupare il liceo. Ancora nessuno lo sa, ma nell’immaginario giovanile collettivo si tratta già di quel passaggio che, di tappa in tappa, condurrà prima ai DS – addio alla falce e martello nel simbolo a favore della rosa socialista – e quindi al PD, vale a dire il centro-sinistra che governa portando avanti le istanze della Confindustria, spogliando di diritti i lavoratori e di fatto spostando l’ago della bilancia così al centro da iniziare a sfondare verso destra.
Come te nessuno mai non è un film scopertamente politico. Certo, si parla del “fare” politica e si sceglia in maniera netta una parte: i protagonisti sono tutti liceali di sinistra, più o meno convinti delle proprie opinioni, che si vestono con la kefiah, fanno il pugno chiuso per salutarsi, vagheggiano di Che Guevara e Antonio Gramsci, sognano una rivoluzione non solo lontana mille miglia, ma che probabilmente non amerebbero davvero fare. Eppure Come te nessuno mai non è un film scopertamente politico. Se proprio gli si dovessero trovare delle connotazioni, sarebbe giusto parlare di un teen-movie, uno dei pochi concreti esempi di film dedicati agli adolescenti visti nel panorama produttivo italiano, e non solo negli anni Novanta. Ma mentre altri titoli chiave del decennio – si pensi all’oramai misconosciuto ma prezioso Nella mischia di Gianni Zanasi, per esempio – inseguono traiettorie tra lo zavattiniano e il pasoliniano, Muccino non ha paura di guardare con insistenza dalle parti di Hollywood. Come te nessuno mai è un perfetto teen-movie, e segue le coordinate di massima del genere cercando di legarle a un tessuto sociale ben definito, quella Roma di fine millennio ancora riottosa, e riottosa persino in quel microcosmo benestante che oggi sembra aver voltato le spalle alla società, rinchiusa nella propria torre d’avorio e senza alcuna volontà di sporcarsi le mani. La Roma dei licei del centro che, la notizia è ancora fresca sui giornali, cercano di attrarre nuovi studenti vantando primati come l’assenza di extracomunitari o di ragazzi portatori di handicap. La Roma del Visconti, del Tasso, del Righi, del Dante Alighieri, del Mamiani.

Proprio al Mamiani, tra le cui mura si era diplomato, Muccino ambienta Come te nessuno mai (in realtà gli interni sono ricostruiti sfruttando un’altra struttura liceale, più periferica). Per il liceo sito in Prati non è una novità: è già stato set tra gli altri per Terza liceo di Luciano Emmer, Nel sole di Aldo Grimaldi – il film che fece incontrare Albano Carrisi e Romina Power –, e perfino per Profondo rosso di Dario Argento, dove viene “declassato” a scuola media. Muccino scrive la sceneggiatura con suo fratello minore Silvio, di quindici anni più piccolo, e con una sua compagna di classe proprio al Mamiani, Adele Tulli: il regista ha da poco superato i trent’anni, ma i due co-sceneggiatori ne hanno appena sedici. Come te nessuno mai si articola attraverso la dialettica dello scontro generazionale, con gli adolescenti del 1999 che subiscono le chiusure bigotte e reazionarie dei genitori che pure li hanno cresciuti nel mito della contestazione per eccellenza, quella del 1968: è uno scontro generazionale, a suo modo, anche quello che vede contrapposti un giovane uomo e due ragazzini, ancora alle prese con i primi innamoramenti, le canne fumate di nascosto, le birre serali con gli amici, e ovviamente l’occupazione. Anzi, l’okkupazione, per seguire il gergo di quegli anni. Con la Pantera ben rinchiusa nel recinto e la spinta propulsiva della grande stagione antagonista dei centri sociali (quelli in grado di incidire con forza sul tessuto sociale urbano, come il Leonkavallo a Milano, il Forte Prenestino a Roma, l’Officina 99 a Napoli, l’Isola nel Kantiere a Bologna) che si va affievolendo, l’occupazione liceale rimane una moda, quasi un passatempo, un punto di passaggio, un tassello nella maturazione delle giovani donne e dei giovani uomini di fine millennio. Su questo schema usurato, e descritto con una gran dovizia di particolari da Muccino, il film costruisce la propria storia d’amore: Silvio si considera amico di Claudia, e sogna una relazione con Valentina, la ragazza di uno dei suoi migliori amici, Martino. Martino ha una madre despota che gli impedisce di partecipare all’occupazione, e così Silvio ha il tempo per baciarsi nella stanza dell’archivio con Valentina. Un bacio e poco più, ma tanto basta per scatenare l’effetto domino che, nel breve arco di un paio di giorni, stravolgerà le vite di un gruppetto di amici. Sullo sfondo di una (non) rivoluzione in atto.

Per quanto all’epoca della sua uscita nelle sale sia stato trattato con freddezza Come te nessuno mai è un film di una sincerità disarmante. Non solo la ricostruzione di un duplice microcosmo – quello liceale, già mondo a parte con le sue regole e le sue dinamiche, ma anche quello dell’alta borghesia del centro di Roma, a sua volta ordinato in modo rigoroso – appare certosina, ma l’afflato romantico nella messa in scena di questi imberbi futuri adulti, già abituati a imitare i loro genitori eppure allo stesso tempo convinti di combatterli con tutta la forza che possiedono, è davvero struggente. Se la regia si fa sincopata, quasi a inseguire a perdifiato un’umanità ribollente, costretta a correre per sputare fuori tutta l’aria che ha in corpo e che non sa come gestire, se trattenere o espellere, la scrittura dei personaggi ragiona sui “tipi” del genere senza smarrire attenzione per la realtà. Al di là delle famiglie disgregate – quasi tutte quelle presenti in scena lo sono, eccezion fatta proprio per i Ristuccia, che pure di problemi ne hanno, e non pochi –, al di là di una Roma borghese che non sa uscire da se stessa e dalle proprie idiosincrasie, al di là di una gioventù velleitaria e (ancora) idealista, Come te nessuno mai è uno scandaglio doloroso e sincero, e anche strabordante affetto ed empatia, di una gioventù che di lì a un paio di anni verrà massacrata nelle aule maledette della Diaz, o rinchiusa e umiliata nel perimetro della Bolzaneto.
Quando Gabriele Muccino dirige Come te nessuno mai è il 1999; il nuovo millennio deve ancora arrivare, al governo ci sono i diessini con Massimo D’Alema, la NATO sta bombardando la Serbia (con l’appoggio proprio del governo italiano, in barba all’articolo 11 della Costituzione). Il G8 di Genova è lontano due anni, ma il sommovimento anche illusorio che porterà alle giornate di protesta è già in atto. Silvio, Ponzi, Claudia, Valentina, Giulia, Arianna, Leon, Gustavo e Lorenzo sono “solo” dei ragazzi che protestano contro le scelte di un governo occupando un liceo, e il massimo che devono affrontare è l’incursione – pur violenta, un ragazzo si prende una catenata in faccia – di quattro fascistelli senza arte né parte, che avrebbero solo voluto spacciare un po’ del fumo che si ritrovavano. Ma due anni dopo anche loro saranno tra le strade di Genova, a scappare di fronte alle mostruose cariche della polizia, lei sì davvero fascista. Una polizia che non si accontenta di una singola catenata in volto, ma vuole molto di più: vuole estirpare il senso di collettività di una gioventù che ancora possiede dei riferimenti ideali e ideologici netti. Una gioventù che non ha paura di definirsi comunista, anarchica, socialista. Una gioventù che, nonostante la pretesa velleitaria di cambiare il mondo, ha ancora chiari alcuni concetti basilari.

In quest’ottica Come te nessuno mai, deliziosa e fragile storia d’amore tra due compagni di scuola sullo sfondo di una contestazione destinata a finire in un nulla di fatto – e la sequenza al commissariato racconta bene proprio l’universo nel quale si agitano, e continueranno ad agitarsi questi ragazzi di buona famiglia che vorrebbero percorre una “cattiva” strada – diventa un tassello tutt’altro che trascurabile per cercare di comprendere e analizzare quel momento confuso, ma ancora vivo e pulsante, che furono gli anni Novanta. Quel momento in cui si combatteva ancora, e forse per l’ultima volta con quella condivisione collettiva, contro il capitalismo, contro il liberismo economico, contro un mondo dominato dalla finanza. Muccino riesce a cogliere questo istante storico trasformandolo, attraverso l’immagine, in racconto popolare, giocando con la memoria del cinema italiano (la scena d’amore sul terrazzo è la versione adolescente di Scola e Antonioni, privata delle scorie che sovrastano la vita adulta) e cercando sempre con forza un punto di contatto con il suo pubblico. Forzando la mano, a volte, ed esagerando con quella spinta verso l’esasperazione che sarà sempre parte integrante, e non sempre in senso positivo, della sua poetica espressiva. Ecco dunque i pensieri ad alta voce del protagonista, ecco gli stacchi tesi a costruire quadretti (i selfie non erano ancora stati inventati, per lo meno non con questo nome), ecco l’esplosione della musica, ecco qualche faciloneria di troppo. Ma ancor di più oggi, con la consapevolezza di ciò che questo film riesce a rappresentare – caso unico, nel panorama produttivo italiano – viene naturale difendere Come te nessuno mai, e ritornare a due citazioni che, in modi differenti, ne racchiudono il senso. La prima è un’iscrizione nel cortile interno del Mamiani, che riprendendo Quinto Orazio Flacco recita: «L’educazione eleva la potenza ingenita dell’anima e il buon costume la irrobustisce: dove questo manca, la colpa guasta anche i ben nati». La seconda apre il film, scritta bianca su schermo nero: «Certo eravamo giovani, eravamo arroganti, eravamo ridicoli, eravamo eccessivi, eravamo avventati, ma avevamo ragione». La scrisse Abbie Hoffman, cofondatore dello Youth International Party e figura di spicco della New Left americana degli anni Sessanta e Settanta. Un’altra rivoluzione mancata.

Info
Il trailer di Come te nessuno mai.
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