Foxtrot

Foxtrot

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Già Leone d’Oro nel 2009 con Lebanon, Samuel Maoz torna in concorso a Venezia con Foxtrot, che è la conferma del suo straordinario talento visivo ma anche del suo eccessivo – e a tratti molesto – auto-compiacimento.

Fortezza Bastiani

Michael e sua moglie Dafna sono distrutti quando degli ufficiali dell’esercito si presentano per informarli della morte del figlio Jonathan. Michael viene travolto da un vortice di rabbia e dolore per poi dover fare i conti con una di quelle svolte del destino tanto incomprensibili quanto le surreali esperienze militari del figlio… [sinossi]

È un film dai mille volti Foxtrot, secondo lungometraggio di finzione dell’israeliano Samuel Maoz, che con il suo esordio, Lebanon, vinse il Leone d’Oro nel 2009. Così tanti volti da finire per perdere la sua identità. Inizia infatti come una versione ebraica de La stanza del figlio, con tra l’altro l’aggravante che sullo stesso tema è stato fatto di recente un buon film come Una settimana e un giorno (anch’esso israeliano); prosegue poi come un grottesco e surreale ritratto familiare; cambia quindi ancora completamente registro diventando un beckettiano indugiare su quattro soldati al confine con il nulla; ri-cambia pertinacemente – e un po’ ottusamente – ancora una volta per farsi malinconica e serotina descrizione della fine di un amore. Il tutto condito da strabilianti trovate visive, quali insistite plongée verticali con giochi di illusioni ottiche, come ad esempio quella stordente del padre, protagonista del film, che si muove tentoni per la stanza dopo aver appena saputo che il figlio è morto.

Di fronte a cotanta materia Maoz aggiunge palate di simbolismi: non solo il foxtrot del titolo, preso proprio dal tipo di ballo che – come ci spiega ad un certo punto il protagonista – qualunque passo si decida di fare finisce per portarti sempre allo stesso punto; ma anche allusioni ai test di Rorschach, a suggerire la sensazione di un falso movimento, di una specularità delle parti e di una differenza che in realtà nasconde uguaglianza. E con questo Maoz ci vuole suggerire il doloroso tentativo di districarsi dall’inanità esistenziale da parte dei personaggi, tentativo che naturalmente non può che essere vano, ma che – con ogni evidenza – è anche lo stesso del regista. Non ce lo nasconde, Maoz, e anzi non fa altro che sottolinearlo: ma allo stesso tempo il suo voler ossessivamente mostrare quanto Foxtrot sia ossessivamente preda di un claustrofobismo assoluto non fa librare il suo film e, piuttosto, lo rinchiude in un giochino autoreferenziale e smisuratamente auto-compiaciuto.

Poi, ovviamente, Maoz ha talento e quindi in Foxtrot ci sono dei momenti bellissimi, non solo visivi, ma anche di dialogo o di monologo (più spesso, in realtà, soliloqui), come quello del figlio del protagonista che racconta ai suoi commilitoni la storia della Bibbia di famiglia barattata con un giornaletto porno. Ma, anche lì, si tratta di un guizzo fine a se stesso, di una meravigliosa giocata di talento puramente dimostrativa, dell’ennesimo calembour di un regista che ha molto da dire, ma – forse – nulla da raccontare.

Info
La scheda di Foxtrot sul sito di Venezia 2017.
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