Outrage Coda

Outrage Coda

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Chiude la mostra del cinema, chiude la trilogia, chiude un’epoca di cinema di gangster. Outrage Coda di Takeshi Kitano è il canto del cigno di un genere, lo yakuza eiga, in un film che procede faticosamente verso l’ultima sparatoria e l’ultima mattanza.

L’ultima sparatoria

Dopo cinque anni ritroviamo Otomo, ex-boss della yakuza, sopravvissuto alla guerra totale tra le famiglie mafiose Sanno e Hanabishi. Ora Otomo lavora in Corea del Sud per Mr. Chang, un faccendiere la cui influenza si estende al Giappone. Un relativamente piccolo incidente diplomatico causa tensione tra Mr. Chang e il clan Hanabishi. Ma il conflitto degenera in una feroce lotta per il potere. Quando la vita di Chang è in pericolo, Otomo torna in Giappone per mettere definitivamente a posto le cose. [sinossi]

Con Outrage Coda, presentato fuori concorso in chiusura di Venezia 74, il disegno di Takeshi Kitano, del suo ultimo cinema, della trilogia Outrage e anche con l’intermezzo comico di Ryuzo and His Seven Henchmen, appare ancora più chiaro: tracciare un’epopea degli yakuza al tramonto, di un mondo senza più onore nè umanità in cui sopravvivono a stento gli ultimi depositari di una certa deontologia con i suoi codici, il declino di un genere cinematografico popolare che bisogna per forza celebrare con un epitaffio.
Sono più a loro agio nel fare ‘briefing’, nei loro convenevoli, formalismi e inchini, i dirigenti yakuza nelle alte sfere che si vedono nel film. Sono più inclini alle trattative e alle transazioni diplomatiche prima di giungere a una nuova guerra mafiosa. E ci sono perfino yakuza che non hanno tatuaggi ma i capelli tinti come i giovani giapponesi alla moda, e che non sono mai stati in prigione. E Kitano celebra anche una carriera importante, di regista, attore, comico televisivo. In questo senso mette nel film alcuni richiami iconografici fortissimi al suo universo cinematografico. Quelli a Sonatine, nell’atto di spararsi, sotto il mento invece che alla tempia come nella roulette russa. Mentre anche la sparatoria viene direttamente da quel film. E poi quello a Merry Christmas Mr. Lawrence nella scena in cui il mafioso viene interrato fino al collo proprio come il maggiore Celliers-David Bowie nel film di Nagisa Oshima, anche qui con una variante, comica.

Si comincia ancora una volta con il mare, elemento poetico ricorrente nel cinema di Kitano, al cospetto del quale si concluderà anche il film, e sempre davanti al mare avviene la prima uccisione. Otomo è con il collega Ichikawa con cui parla di kimchi, il piatto tipico coreano. Le guerre tra clan, oggetto di tutta la serie Outrage, si estendono al di fuori del territorio giapponese. Siamo in Sudcorea ma si fa riferimento a un certo punto anche a Hong Kong.
Si comincia davanti a un mare calmo, come l’andamento a calma piatta del ritmo di buona parte del film. Con un Beat Takeshi quantomai ieratico e stanco, come il Takeshi Kitano che arriva controvoglia alla sparatoria-mattanza che tutti vogliono. Ma che si consuma solo nel finale secondo un preciso andamento che prevede pochi picchi di climax. Il primo omicidio avviene dopo un quarto d’ora, ma è uno di quelli che il regista rappresenta raffreddando, non si vede che il cadavere in campo lungo, ancora davanti al mare in una spiaggia, per diventare a figura intera nell’inquadratura successiva. Il primo sparo arriva dopo quaranta minuti dal finestrino ma si tratta di una simulazione. Mentre la prima sparatoria multipla avviene, brevissima, dopo tre quarti d’ora; seguendo un cliché consolidato, sopravvive solo uno sgherro che si appresta a sparare a Mr. Chang ma viene rapidamente freddato proprio mentre indugia a impugnare la pistola.

Kitano usa anche l’ironia per smorzare l’impatto di alcune scene cruente. Come nell’uccisione del boss incline ad andare a prostitute mentre è a letto con due di queste, legato e con la ‘ball gag’, che viene fatto detonare con una lunga miccia come in un cartoon, lasciando peraltro fuori campo l’esplosione. Oppure la scena in cui il giovane sicario dai capelli tinti color platino si infila in motoretta nel cancello in un’azione kamikaze per uccidere un boss del clan Sanno. La scena è ancora fuori campo e l’attentato fallisce. Il boss a questo punto se la prende con le sue guardie per aver lasciato passare il nemico ma anche per usare l’accento del Kansai! E la vera crudeltà di questa scena è il vedere il cadavere del sicario biondo, ucciso fuori campo, portato via. La mattanza vera e propria, quella che il pubblico si aspetta, arriverà significativamente a una festa e sarà celebrata da Beat Takeshi/Takeshi Kitano come a un banchetto nuziale, di quelli noiosi cui si partecipa controvoglia.
Kitano lavora insomma di sottrazione giocando più sulla tensione, sulla narrazione degli intrighi, e sulla sua proverbiale glaciale ironia, che non sulla macelleria visiva.

Info
La scheda di Outrage Coda sul sito della Biennale.
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