The Right to Happiness

The Right to Happiness

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Due gemelle divise dalla Rivoluzione russa: una fa la bella vita a New York, l’altra è diventata una bolscevica. In The Right to Happiness il dimenticato regista Allen Holubar metteva in scena – usando l’armamentario del racconto popolare – la temperie politica che agitava gli americani subito dopo la Prima Guerra Mondiale. Alle Giornate del Cinema Muto per la sezione dedicata alle riscoperte.

Chi ha paura della rivoluzione?

1898. I cosacchi fanno razzia nel quartiere ebraico di San Pietroburgo. Due bambine, gemelle, riescono a salvarsi, ma le loro strade si separano. Il padre, un uomo d’affari americano, credendo che una delle sue figlie sia morta, ritorna in America con l’altra. Vent’anni dopo, Sonia è diventata una viziata capitalista, Dorothy una rivoluzionaria bolscevica. [sinossi]

La storia del cinema è piena di registi perdutisi nei meandri del tempo, spesso dimenticati anche perché hanno avuto la sfortuna di morire molto giovani. Lo scorso anno qui alle Giornate del Cinema Muto era toccato a John H. Collins essere riscoperto: morto nel 1918, aveva girato un nugolo di film straordinari, tra cui Blue Jeans, in grado di competere con quelli ben più noti e coevi di Griffith per modernità di linguaggio e per profondità di discorso sulla nazione americana.
Quest’anno è la volta di un’altra ri-scoperta, sempre di un regista statunitense: Allen Holubar, morto nel 1923 e famoso all’epoca per aver diretto Heart of Humanity, film che aveva sconvolto il pubblico perché Eric Von Stroheim nei panni di un ufficiale tedesco gettava un bambino dalla finestra. Holubar probabilmente non aveva la qualità registica di Collins, anche se il giudizio va sospeso visto che in questa 36esima edizione delle Giornate è stato possibile vedere solo un suo film, The Right to Happiness, del 1919, dove con scaltro spostamento geo-politico, i tedeschi cattivi del precedente Heart of Humanity diventavano russi, con lo scopo di allertare lo spettatore americano sulle presunte ominose conseguenze della Rivoluzione bolscevica.

Sfruttando un’idea dal sapore vittoriano, Holubar in The Right to Happiness metteva in scena la melodrammatica vicenda di due gemelle, separate da bambine a seguito di un pogrom di ebrei ordito da cosacchi a San Pietroburgo, e vent’anni dopo ritrovatesi geograficamente e socialmente su posizioni opposte: l’una, Sonia, quella rimasta con il padre, è diventata una viziata capitalista newyorchese; l’altra, Dorothy, allevata da una povera famiglia russa, si è trasformata in rivoluzionaria bolscevica. Ovviamente, tutta la narrazione è costruita in modo tale che alla fine debba avvenire la risolutiva agnizione tra le due sorelle.
Per tornare alle similitudini con Collins, curiosamente anche Holubar era sposato con un’attrice che era diventata la sua musa e gli è sopravvissuta dal punto di vista anagrafico: Dorothy Phillips, interprete in The Right to Happiness dei ruoli delle gemelle. Lo stesso che accadeva per l’appunto nel film di Collins, The Girl Without a Soul, in cui Viola Dana – moglie e sua attrice feticcio – incarnava due sorelle.
Si trattava in fin dei conti di un escamotage tipico dei racconti popolari e dei feuilleton, ma anche del cinema delle origini, perché il nuovo mezzo dava per la prima volta la possibilità – grazie ai trucchi di montaggio – di moltiplicare uno stesso attore all’interno dell’inquadratura. Una fascinazione che in fin dei conti da sempre, da Méliès al Christopher Nolan di The Prestige), attraversa la storia della Settima Arte.

Detto questo, però, appare paradossale che, al contrario, Holubar in The Right to Happiness non accolga la sfida visiva di mettere nella stessa inquadratura la doppia Dorothy Phillips, insistendo piuttosto su un campo/controcampo costantemente perseguito dall’inizio alla fine della pellicola, anche e soprattutto quando le due sorelle si trovano ai lati opposti della Terra.
D’altronde, a questa scelta si potrebbe trovare una precisa giustificazione simbolica: così come le gemelle in questione, i due mondi – il capitalismo e il comunismo – sono incomunicabili e ‘invisibili’ l’uno all’altro. L’uno deve essere il fuori campo dell’altro.
Quel che di interessante fa però Holubar rispetto a una netta contrapposizione bene-male (dove il Male, per lui, è ovviamente il comunismo) è di lavorare su qualche sfumatura. Certo, c’è il bolscevico torvo e aizzatore di folle, oltre che erotomane spregiudicato, ma c’è anche la stessa Dorothy: lei lascia la Russia per l’America per fare proselitismo e soffre sinceramente delle pene altrui. Sull’altro fronte, troviamo invece la figura paterna che, ormai convinto di aver perso una delle due figlie si è incarognito e gestisce la sua fabbrica sfruttando crudelmente gli operai; inoltre, non dà retta al suo socio il quale – ben più astuto di lui – prova a spiegargli un semplice fatto: solo migliorando le condizioni di vita dei sottoposti si zittisce il loro dissenso. In mezzo a loro si muove Sonia, la gemella viziata: costei, man mano edotta da un sindacalista gentile su come vadano veramente le cose nella fabbrica del padre, finisce per dedicarsi alla beneficenza, preda di un irrefrenabile raptus di cattiva coscienza borghese.
C’è dell’ironia in tutto quel che andiamo raccontando – mentre Holubar faceva sul serio – perché le questioni politiche sono trattate in maniera molto grossolana. Eppure non si può negare un’immediatezza del discorso, un piglio deciso che rende avvincenti le scene di massa (il fulmineo pogrom iniziale resta nella memoria anche per efficacia visionaria), così come è innegabile che il personaggio meglio riuscito sia proprio quello della pasionaria.

È sulla pelle di Dorothy che si sperimenta il fallimento della rivoluzione ed è per tramite di un ragazzo che da sempre le correva appresso che lei abbandona il discorso della violenza e si spende, negli ultimi secondi di vita, per un gandhismo ante-litteram. Ma soprattutto Dorothy è l’unico personaggio che vediamo realmente soffrire, capace progressivamente di acquisire un’autentica umanità. All’inizio è strafottente e aggressiva mentre sproloquia davanti alle folle, poi (non a caso proprio negli Stati Uniti) scopre cosa sia la vera miseria e si commuove per la triste vicenda della vicina malata, dalla cui finestra non entra mai la luce del sole. E, infine, quando muore colpita da quella stessa folla che aveva aizzato, Dorothy chiede di poter fumare. E questo gesto che prima era stato mostrato come atto di arroganza da parte sua – lei fumava per mostrarsi di carattere di fronte agli uomini – si trasforma ora in una supplica umanissima: l’ultimo gusto da assaporare laicamente prima di lasciare il mondo. Come nell’Aldrich post-western di Nessuna pietà per Ulzana (1972), il tabacco incarna l’improvviso e tardivo attaccamento alla vita. E, soprattutto, ai suoi vizi inemendabili.

Info
La scheda di The Right to Happiness sul sito delle Giornate del Cinema Muto.
  • the-right-to-happiness-1919-Allen-Holubar-1.jpg
  • the-right-to-happiness-1919-Allen-Holubar-2.jpg

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