The Only Living Boy in New York

The Only Living Boy in New York

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Gioca sul sicuro mescolando gli ingredienti classici dell’indie americano The Only Living Boy in New York di Marc Webb, ma la sua ricetta, tra questioni edipiche, aspiranti scrittori, amori e tradimenti, appare un po’ inerte. Alla Festa del Cinema di Roma.

Edipo a Manhattan

Thomas Webb, figlio di un editore e di un’artista, si è appena laureato e sta cercando il suo posto nel mondo. Durante il trasferimento dalla casa dei genitori nell’Upper West Side al suo nuovo appartamento nella Lower East Side, stringe amicizia con il vicino W.F., uno scrittore alcolizzato che dispensa saggezza. Il mondo di Thomas cambia quando scopre che il padre ha una relazione con una giovane donna. Nel tentativo di separarli, Thomas finisce a letto con lei, scatenando una serie di eventi che cambieranno completamente la sua vita e le sue convinzioni. [sinossi]

Dopo i fasti degli anni ’90, il cinema indie americano non è del tutto defunto. Certo da noi in sala non lo si vede più, a parte qualche raro caso di autori conclamati (Jarmusch, Linklater, Baumbach), ma fortunatamente i festival della penisola continuano a ritagliargli qualche spazio. Ci pensa ora la Festa del Cinema di Roma presentando in Selezione Ufficale The Only Living Boy in New York firmato da quel Marc Webb che aveva già provocato notevoli entusiasmi con 500 giorni insieme, per poi finire fagocitato dal cinecomic mainstream, generando decisamente meno slanci di interesse, con i due capitoli dedicati a The Amazing Spider-Man.

Protagonista assoluta della scena (e anche di ampie falde del racconto) è la città di New York, la sua luce, il ritmo sincopato dei pedoni e del traffico, la sua storia, con gli andirivieni dei benestanti dal centro alla periferia e viceversa, infine la sua scena artistica e musicale. Ci pensa da subito l’inconfondibile voce baritonale e strascicata di Jeff Bridges a introdurci la città e la sua intellighenzia contemporanea, mentre una graziosa animazione dai tratti essenziali ne illustra i moti migratori, dettati soprattutto da quEl vizio diffuso di incoronare a fasi alterne un nuovo quartiere, preferibilmente prima degradato, come centro della vita bohémienne più cool e modaiola.

Rimpiangono sovente i bei tempi in cui Manhattan era sporca e pericolosa i protagonisti di The Only Living Boy in New York, perché senza pericolo non c’è salvezza, senza peccato, nessuna redenzione. E infine, senza questioni edipiche irrisolte e una certa dose di tormento esistenziale, nessuno può diventare un valido scrittore. È proprio a questo che ambisce il neolaureato Thomas Webb (Callum Turner), rampollo di buona famiglia, nonché figlio di un celebre editore (Pierce Brosnan) e di UNA casalinga schizofrenica (si sa, certe diagnosi a NY sono frequenti) e impasticcata; entrambi sono poi artisti falliti, ma che perlomeno hanno assaporato gli anni della factory warholiana e del Greenwich Village di Bob Dylan. Thomas infondo li guarda con una certa invidia, soprattutto il padre, e per prenderne le distanze si è trasferito a vivere dalla parte opposta di Manhattan. È proprio nell’androne del suo palazzo che trova un valido sostituto paterno, W.F. (Jeff Bridges) con il quale comincia presto a condividere confidenze virili, bicchieri di whiskey e consigli letterari. Ma una sera, a uno spettacolo di burlesque, Thomas scopre che suo padre ha un’amante più giovane e, per salvare l’unità della sua famiglia e risolvere alfine il suo complesso edipico, decide di sedurla a sua volta.

Segue sentieri già tracciati e avvalora una nutrita serie di cliché The Only Living Boy in New York, grazioso racconto di formazione che rivendica la sua appartenenza all’indie newyorkese dispensando in parti uguali “buoni consigli e cattivi esempi”. Certo poi che è difficile non cedere alla tentazione di avvalorarli quando a fornirli è un padre putativo come Jeff Bridges, superstite stropicciato (nel film gli è assegnato il calzante epiteto di “letto disfatto”) ed emblema di quel rimpianto cinema americano degli anni ’70 che oggi non si fa più.
La nostalgia, tra l’altro, è uno dei temi fondanti del film, che Webb ha deciso coerentemente di girare in pellicola, e dove l’affresco composito di personaggi e quartieri, pare costruito proprio sulle rovine di ciò che fu, mentre il basico plot edipico riecheggia da par suo questioni “sedimentali” di rimossi e non detti. Eppure è difficile trovare qualche barlume di sincerità, come anche di sentimenti all’interno di The Only Living Boy in New York, un film troppo attento a dosare con il bilancino aspettative e delusioni, vitalismo e rarefazione.
Persino le numerose citazioni colte, che vanno da Lou Reed a Bob Dylan a Ezra Pound finiscono presto per risultare posticce, disancorate come sono dai piccoli e tutto sommato trascurabili drammi dei personaggi, più che altro incerti se consumare un amplesso in libreria o in pinacoteca, incontrarsi a un party o a un vernissage.

Lo schema narrativo nel suo insieme poi, nell’alternare le sortite malandrine di Thomas ai resoconti domestici con il confessore W.F., si fa presto ripetitivo e ridondante, dal momento che nelle conversazioni viene grossomodo ripetuto ciò che si è appena visto. Con buona pace delle citazioni colte poi, e dei dettami del cinema indie stesso, i dialoghi di The Only Living Boy in New York risultano poco brillanti, così ricchi come sono di domande retoriche e afflitti da un abuso di condizionali. Resta certo da ammirare la buona confezione del prodotto, la seducente luce cittadina e il piacere di ascoltare vicende curiose di “artisti che rifiutano l’inseminazione artificiale, preferendovi il Cabernet e il metaqualone”, ma tolti certi dettagli ci si accorge di essere di fronte a una soap opera, con tanto di agnizione finale, dove l’entertainment si riveste di riferimenti colti, ma non riesce a decorare a sufficienza la sua basica struttura.

Info
La scheda di The Only Living Boy in New York sul sito della Festa del Cinema di Roma.
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