Made in Italy

Made in Italy

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Made in Italy è l’opera terza di Luciano Ligabue, che conferma sullo schermo la poetica intrisa di nostalgia provinciale già espressa in venticinque anni di carriera musicale. Peccato che il film non sappia emergere da una costruzione retorica soffocante e da un immaginario patinato e privo di spessore.

Sopravvissuti e sopravviventi

Terzo film da regista del cantante e musicista Luciano Ligabue, Made in Italy è ispirato all’omonimo concept album uscito nel novembre del 2016. Stefano Accorsi è il protagonista Riko, un uomo di specchiate virtù e comprovata sfortuna: incastrato in un lavoro che non ha scelto, a malapena in grado di mantenere la casa di famiglia. Può contare però su un variegato gruppo di amici, su una moglie che, tra alti e bassi, ama da sempre, e un figlio ambizioso che frequenta l’università. Nonostante questo, Riko è un uomo arrabbiato, pieno di risentimento verso una società scandita da colpi di coda e false partenze. Quando le uniche certezze che possiede si sgretolano davanti ai suoi occhi, all’uomo non resta che reagire, prendere in mano il suo presente e ricominciare, in un modo o nell’altro. [sinossi]

In Made in Italy, la title-track del concept album da cui ha tratto la sua terza regia cinematografica, Luciano Ligabue canta: “C’è un treno che non ferma mai, non cambia mai, non smette mai / è un treno che non è mai stato una volta in orario / tutte queste vite qui / qui nel made in Italy…”. Made in Italy è dunque un luogo, che è poi il centro del discorso da sempre del cantautore correggese, cinquantotto anni tra un paio di mesi: la provincia operosa e operaia, gentile e oziosa, eternamente uguale a se stessa, mentre dall’altra parte – nel resto del mondo/Italia – si avvicendano grandi e piccole città, megalopoli e catapecchie, opere d’arte e montagne di immondizia. Non si è mai mossa per più di qualche centimetro la poetica di Ligabue, e nel passaggio dalle registrazioni in studio al set non ha fatto altro che aggiungere alla retorica della parola la retorica dell’immagine, in una decuplicazione di temi, stili, quadretti più o meno idilliaci. Al di là del valore di quel che Ligabue porta in scena non si può non riconoscere una coerenza che viaggia a pochi passi dall’ottusità, ma che mantiene una sua postura a tratti incredibilmente candida, quasi pura.
A sedici anni di distanza da Da zero a dieci, ma soprattutto a un ventennio esatto da quel Radiofreccia che elesse con improvvida fretta Ligabue ad autore, con tanto di accoglienza alla Mostra di Venezia diretta da Felice Laudadio nella sezione non competitiva “Notti e stelle” [1], Ligabue torna alla regia per raccontare sempre la stessa storia, e sempre con le medesime modalità: la crisi esistenziale – che non diventa mai politica, se non per una scaturigine puramente epidermica – di quarantenni che si girano a vedere i loro venti anni e non li ritrovano più, il rapporto di odio e amore con la provincia in cui si è nati e cresciuti, l’amicizia virile, che va al di là anche dell’amore, eccezion fatta per quello “matrimoniale”, e via discorrendo.

Stavolta il protagonista della vicenda è Riko, operaio da trent’anni in un salumificio, rocker mancato ma ancora appassionato – in pratica Freccia di Radiofreccia senza l’eroina a mettersi di mezzo – con una moglie che tradisce senza molti sensi di colpa e un figlio che adora, ma che vive già per conto suo. Gli amici sono quelli di una vita, con cui è cresciuto e che non hanno mai dato peso alle differenze di classe (solo uno è un suo collega di lavoro). Ligabue cerca di inserire nel racconto di un’umanità forte ma in conflitto con se stessa l’idea di una nazione che ha dimenticato come “amarsi”; l’Italia di Made in Italy è bistrattata dai suoi stessi abitanti, che hanno scordato di trovarsi in uno dei luoghi più belli e invidiati del mondo per colpa di una politica dominata dalla corruzione. Un’idea ovviamente semplicistica che avrebbe però anche qualche sassolino da togliersi dalle scarpe – si veda la sequenza, a suo modo centrale, nella quale Riko, Max e Carnevale se ne vanno a Roma per partecipare a una manifestazione contro l’abolizione dell’Articolo 18 e il primo si ritrova con la testa spaccata per la manganellata di un poliziotto – ma lo fa sempre all’interno di quel supposto ottimismo democratico, per citare l’Antonio Rezza de Il piantone, che finisce per levigare ogni attrito.
Anche se si affrontano tragedie che segnano con traumatica forza la vita delle persone (nei film di Ligabue la morte è sempre presente, ma serve quasi esclusivamente per ricordare ai vivi quale prezioso dono si ritrovino fra le mani), se ne esce sempre con quel mezzo sorriso sul viso che accompagna l’interpretazione pur tutt’altro che disprezzabile di Stefano Accorsi. C’è sempre un fiume da cui riemergere con maggior forza, per raggiungere gli obiettivi che ci si è posti. Ma soprattutto c’è sempre una seconda occasione, se si sbaglia

In mano a un autore con maggiore consapevolezza del senso del dramma un film come Made in Italy avrebbe potuto forse segnare un punto di incontro interessante tra lettura del reale universale e del reale intimo e privato; se così non è il problema non si deve rintracciare solo nelle già citate debolezze dello script, che si incardina sui binari dell’ovvio e non sa (perché non vuole) in nessun modo deragliare dal percorso stabilito. La verità è che a Ligabue manca completamente uno sguardo d’insieme, che sia cinematografico e narrativo: così Made in Italy si disperde in una micro-galassia di pseudo videoclip, racconti per immagini e suoni – mediocri come le composizioni di un album tra i più retrivi di una carriera già di per sé dimenticabile – che scompaiono dalla mente nell’arco di una manciata di secondi. Un immaginario patinato e ripulito, che non è in grado di dare sincero spessore a una realtà che viene continuamente edulcorata, ridotta a standard da prima serata televisiva, omogeneizzata e di fatto depauperata di qualsiasi potenziale. Restano gli schizzi di un’Italia possibile ma non concreta (il pranzo in casa del collega indiano di Riko è ai limiti della fiaba nella descrizione di un’Italia che non esiste, a partire dal tema dello ius soli) e la retorica contrapposizione tra bello e brutto della penisola. A venti anni di distanza da Radiofreccia coloro che esultarono all’idea di un nuovo autore da svezzare (il film vinse 3 David di Donatello, 2 Nastri d’Argento, 4 Ciak d’Oro e 1 Globo d’Oro) che fine hanno fatto?

NOTE
1. Insieme al film d’esordio di Ligabue la sezione ospitò tra gli altri He Got Game di Spike Lee, The Truman Show di Peter Weir, Poodle Springs di Bob Rafelson, Out of Sight di Steven Soderbergh e Ronin di John Frankenheimer.
Info
Il trailer di Made in Italy.
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