Il filo nascosto

Il filo nascosto

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Con Il filo nascosto Paul Thomas Anderson inscena una potente metafora dell’amore che poggia sulle solide basi di un’elegante messinscena, ma mostra anche qualche debolezza quando scioglie il suo sontuoso intreccio.

Dammi un po’ di zucchero, baby

Nella Londra degli anni ’50, il rinomato sarto Reynolds Woodcock e sua sorella Cyril sono al centro della moda britannica, realizzando i vestiti per la famiglia reale, star del cinema, ereditiere, debuttanti. Le donne entrano ed escono nella vita di Woodcock, dando ispirazione e compagnia allo scapolo incallito, fino a quando non incontra una giovane e volitiva donna, Alma, che presto diventa parte della sua vita come musa e amante. La sua vita “cucita su misura”, una volta così ben controllata e pianificata, viene ora stravolta dall’amore… [sinossi]

La locuzione latina Alma mater, traducibile con “madre nutrice”, era utilizzata nell’antichità per riferirsi alle divinità femminili collegate alla maternità, alla fertilità, alla natura e ai suoi frutti, prima di diventare epiteto comune per designare l’Università (una su tutte, quella di Bologna), latrice di un differente genere di nutrimento.
È utile partire dall’onomastica per comprendere e assimilare Il filo nascosto nuova pellicola (ebbene sì, è stata girata in 35mm) di Paul Thomas Anderson, che già in Il petroliere attribuiva non a caso ai suoi due protagonisti i nomi (diversi nel romanzo da cui il film è tratto, Oil! Di Upton Sinlcair) di Plainview e Eli Sunday: il portatore della visione orizzontale (plain) e il fautore di quella verticale del “profeta” (Elia) della domenica. Attorno a quei nomi, il regista statunitense costruiva poi la sua feroce metafora, fatta di orizzontalità e verticalità, alla base del binomio tra capitalismo e fede protestante, su cui poggia la cultura cui appartiene.

Questa volta, abbandonati gli intrecci torbidi, nebulosi (si pensi anche a Vizio di forma) e terragni delle proprie origini, Paul Thomas Anderson sposta l’attenzione e le sue simbologie, nella Londra degli anni ’50, per enucleare, con la maestria registica che lo contraddistingue, la storia dell’incontro tra Reynolds Woodcock (un come sempre ottimo Daniel Day-Lewis), portatore dunque di una rigida, lignea virilità e Alma (Vicky Krieps), la latrice di nutrimento, amoroso e non. Priva di un cognome, di un’appartenenza, di un passato, Alma è fondamentalmente un personaggio archetipico, un elemento sfuggente che pertiene alla sfera della natura, ai suoi rivolgimenti imprevedibili, fautori a ritmo alternato di benessere e distruzione, perché così sono le leggi del mondo e anche quelle dell’amore. Quell’amore che Reynolds Woodcock riversa però prevalentemente sul suo lavoro e sulle sue abitudini, entrambi pianificati con il rigore di un maieuta esigente quanto sobrio. Rinomato sarto per l’aristocrazia femminile londinese, Woodcock vive e opera, con il suo stuolo di fedeli e silenti “operaie”, in una bella e intonsa magione, si sveglia presto, inizia a lavorare già a colazione tracciando schizzi per gli abiti, sceglie con cura i tessuti, taglia e cuce con perizia, compone i suoi pezzi unici come capolavori impeccabili in cui avvolgere ricche signore, nella speranza – talvolta frustrata – che queste ne siano davvero degne. È un artista, ma anche è la divinità onnipotente del suo universo, che governa con mano ferma e rigore etico, sentendosi autorizzato all’occorrenza anche a giudicare la moralità delle clienti e sognando utopicamente, come ogni grande autore, la possibilità di non avere mecenati, e mondare dunque la sua arte dal volgare problema economico – e dunque morale – che l’attanaglia. Unica compagna di Woodcock è poi la sorella e collaboratrice Cyril (Lesley Manville, una maschera di incredibile e sottile potenza) alla quale riserva il vezzeggiativo, affettuoso certo, ma anche poco encomiastico di “my old so-and-so”. Un’altra traccia all’interno di Il filo nascosto fa dunque riferimento al “nome” e alla sua privazione.

Ma anche un uomo tutto d’un pezzo come Reynolds Woodcock ha dei segreti (e delle debolezze), e li nasconde, sotto forma di messaggi, nelle fodere dei vestiti; di recente poi, dice di percepire la presenza della madre da tempo defunta, e questo lancia sulla storia una lunga ombra, un presagio nefasto, forse un presentimento di morte. Eros e thanatos, si sa, vanno sovente a braccetto, e così quando durante una gita ricreativa nella bigia campagna circostante, Woodcock si imbatte nella goffa quanto eterea cameriera Alma, tutto sembra assumere un senso, e la sua vita di scapolo impenitente trova fine, insieme però all’ingranaggio ben oliato del suo ménage.
Sufficientemente priva di identità, quasi una sorta di manichino pronto a essere rivestito daccapo, Alma è la creatura perfetta ad accogliere le brame pigmalioniche di Woodcock, che già al loro primo appuntamento le toglie via il rossetto, perché non vuole parlare con qualcuno che si nasconde, desidera vedere la foto di sua madre, per meglio prevedere il futuro, e di lì a breve misura ogni centimetro del suo corpo, anche davanti all’imperscrutabile sorella, che poi, un po’ animalesca, la annusa.

Profuso di un erotismo al tempo stesso occulto e tangibile, almeno quanto i segreti del suo protagonista, Il filo nascosto intesse con cura feticismo e sadomasochismo, fruscio di tessuti, seriche epidermidi dei personaggi, dominio e dipendenza dall’altro, puntando a rivelare costantemente ciò che è celato sotto tanta lampante bellezza, occhieggiando da lontano ora al thriller, ora anche all’horror. Paul Thomas Anderson accarezza con movimenti sinuosi e impeccabili gli oggetti, i luoghi, i corpi che compongono il suo affresco, che è accompagnato dalle avvolgenti musiche del sodale Jonny Greenwood e, da un punto di vista narrativo, da brevi interventi della voice over di Alma, intenta a raccontare la sua versione dei fatti – sì, anche lei ne ha una – a un confessore di cui solo più tardi scopriremo l’identità.
È proprio quando si accosta al “genere”, tirando le fila di sottilmente disseminati echi hitchcockiani (La donna che visse due volte, per via degli abiti e del “rivestire”, ma anche Rebecca, la prima moglie se si pensa al personaggio di Cyrill) che Il filo nascosto mostra qualche smagliatura, che emerge soprattutto quando affida il senso dell’intera operazione a due scene gemelle, la cui messinscena non possiede la forza né l’eleganza del resto del film. Sarà forse perché ciò che si è visto fino ad allora, soprattutto fino allo scioglimento della questione egotico-possessiva, è così carico di tensioni, bellezza e aspettative, che si finisce per restare un po’ freddi di fronte al disvelamento di una metafora sull’amore che è sì potente, ma che in fondo, nel suo utilizzare ingredienti già noti e per loro natura così poco elevati, lascia sospesi tra un desiderio ineludibile di adesione – di certo Il filo nascosto è un film bello e seduttivo – e un impulso dissacratorio che mal si addice all’inoppugnabile talento del suo autore.

Info
La pagina dedicata a Il filo nascosto sul sito della Universal.
Il trailer de Il filo nascosto.
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