L’amico del giaguaro

L’amico del giaguaro

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Commedia anni Cinquanta di puro disimpegno ed evasione, L’amico del giaguaro di Giuseppe Bennati si adagia sulla leggerezza del cinema popolare coevo tra convenzioni e qualche trovata geniale. Con Walter Chiari protagonista. In dvd per CG Entertainment.

Orfano scapestrato che si è rifugiato per anni presso un convento di cappuccini, Augusto decide di tornare a Roma e ricontatta la sua vecchia fidanzata, Marisa, che tuttavia sta per convolare a nozze con un altro ed è protetta a vista da un burbero zio. Dopo aver tentato inutilmente di trovare un lavoro, quasi per caso Augusto si ritrova a capo di una banda di truffatori scalcinati. All’uscita dallo stadio compiono un furto ai danni di un industriale milanese, ma presto l’uomo riesce a rintracciarli e per saldare il debito con lui la banda si lancia in una serie di colpi e truffe fallimentari… [sinossi]

L’amico del giaguaro nasce da una barzelletta e da un modo di dire. L’espressione guadagna un ulteriore giro di vite di popolarità nel nostro paese tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi dei Sessanta, per lo più grazie al grande successo del varietà televisivo “L’amico del giaguaro”, per l’appunto, che occuperà l’estate della Televisione di Stato per tre volte tra il 1961 e il 1964. Dello spettacolo televisivo furono protagonisti Corrado, Gino Bramieri, Raffaele Pisu e Marisa Del Frate, ma in qualche modo il programma discende da un film precedente dal medesimo titolo, che aveva avuto un buon successo qualche stagione prima con un cast d’attori del tutto diverso. In particolare resterà legato al film lo spunto più divertente, ossia la truffa ordita tramite un ventriloquo e un miracoloso “cane parlante” che Bramieri e Pisu riproporranno in tv.
L’amico del giaguaro (1958) di Giuseppe Bennati, originaria fonte cinematografica, si colloca in un territorio piuttosto consueto di commedia spensierata anni Cinquanta, dove niente supera mai la superficie delle cose e si resta ben saldati a un’idea di puro e semplice intrattenimento.

Se lungo il decennio si era visto in Italia il consolidarsi di modalità espressive sinteticamente catalogabili come “neorealismo rosa”, il film di Bennati pare motivato da un salto ulteriore verso il totale disimpegno. L’espressione “neorealismo rosa” prefigura già un orizzonte sociale e uno sguardo garbato ed edulcorato su pressanti questioni nazionali: L’amico del giaguaro sposa per rapidissimi tratti il consueto ambiente antropologico di riferimento, ma mostra anche un’immagine del tutto traslata nel surreale e nella fantasia di un panorama culturale praticamente rimosso, che non è più sfondo significante ma puro e semplice fondale. Come quinta teatrale rimane la Roma della ricostruzione, i bottegai e i proletari (anche se di vero proletariato non se ne vede poi tanto: per lo più vediamo sfilare piccoli commercianti, o tutt’al più i contadini che dalla provincia si riuniscono nella capitale per una manifestazione), l’arte di arrangiarsi in un contesto sociale dove dominano l’improvvisazione e la disoccupazione.
Insomma, l’impressione è quella di un contesto narrativo assunto come consolidata “immagine nazionale”, in cui l’arte di arrangiarsi si trasforma in macrogenere cinematografico, praticamente una convenzione “letteraria” cristallizzata dal reiterato uso e dai costanti successi presso il pubblico.

In tale cornice Bennati e i suoi sceneggiatori innestano una catena di trovate che trascendono il dato reale e volentieri sfondano verso il surreale e la comicità autoreferenziale. Il braccio narrativo è decisamente esile, ma non si scompone neanche in una totale episodicità: seguendo le gesta di un ingenuo sbruffone, un po’ sognatore e un po’ sfortunato che si mette a capo di una banda scalcinata, Bennati inanella sostanzialmente una serie infinita di piccoli furti e truffe, tutti destinati al fallimento anche per il “buon cuore” dei ladri, sostenuti da uno sguardo complice e indulgente che spesso si tramuta pure in aggressivo.
Il gruppetto di ladruncoli e truffatori, che richiamano un po’ i coevi I soliti ignoti (1958) di Mario Monicelli, se la prendono con tutti, sfruttandone spesso le tracotanze o le debolezze, fondate spesso su luoghi comuni regional-culturali: si truffano i milanesi ebbri di sicumera e di sprezzo per Roma, gli ingenui contadini del Nord scesi nella grande città, i villici laziali vedovi e solitari, bisognosi della compagnia di un cane. Puro cinismo, un po’ cattivo nei confronti della fragilità umana, ma che non presuppone in alcun modo una riflessione e un doppio livello di lettura, come magari capiterà lungo gli anni Sessanta con i capolavori della fase matura di “commedia all’italiana”, come già accade nello stesso anno con I soliti ignoti e come del resto già accadeva con la comicità assai più corposa, sociale o spesso “assoluta” di Totò.
Qui invece assistiamo a forme di scherzo fine a se stesso, che si abbatte su categorie socio-culturali soltanto per la loro facile riconoscibilità presso un ampio pubblico. In tal senso è spiegabile anche la veste generalmente eclettica del film, che muta spesso registro comico e che soprattutto asseconda le capacità trasformistiche di Walter Chiari, guitto sui generis, non marcato per una sua buffa fisicità da macchietta ma semplicemente animato dall’argento vivo addosso, capace di saltare dai paradossi verbali della sua isterica parlantina ai serrati ritmi visivi dello slapstick (la sequenza in cui s’improvvisa parrucchiere per un bambino pestifero) alla presa in giro delle modalità da cinema “nero” (il tentato furto nell’appartamento dell’orefice) al camaleontismo di modi e parlate (vedi quando s’improvvisa contadino maremmano; il suo gioco con i dialetti à rintracciabile pure in Walter e i suoi cugini, 1961, Marino Girolami, istantanea parodia di Rocco e i suoi fratelli, 1960, Luchino Visconti).

Così, come spesso accade nelle opere d’occasione e di pura evasione, i momenti buoni e meno buoni si alternano senza soluzione di continuità, con molte cadute, la frequente sensazione di vedere aprirsi qua e là pure zeppe narrative (tutta la vicenda parallela del “romance” redentore tra Carlo Delle Piane ed Elke Sommer), e qualche impennata estemporanea. Appartiene del tutto al “genere” anche la partecipazione di un cantante di successo, convocato pretestuosamente nel racconto per intonare un paio di sue canzoni ben conosciute. Qui è il turno di Tony Dallara, che irrompe sullo schermo sulle note di “Ti dirò”. All’epoca il panorama italiano era decisamente diverso dall’attuale costante immersione mediale; la televisione era pressoché neonata e i cantanti potevano essere ascoltati solo tramite mezzi di riproduzione sonora (radio, disco) o dal vivo. Per cui il cinema popolare sembra farsi carico di un ulteriore compito, dare ampia visibilità al corpo del cantante e rendere più fruibile lo stesso prodotto musicale. Si tratta di un’interazione tra varie forme d’arte e intrattenimento che caratterizza molto cinema italiano del tempo, e che qui troviamo nella veste di una triplice comunicazione tra cinema, musica e televisione (il varietà omonimo che vedrà la luce tre anni dopo).
In tal senso L’amico del giaguaro si conserva più interessante per ciò che testimonia e torna a confermare riguardo all’epoca cinematografica italiana in cui fu realizzato, rispetto alla sua globale autonomia di opera finita e fuori dal fluire del tempo. Certo non è un esempio imprescindibile, né illumina chiavi di lettura innovative sui nostri anni Cinquanta. Il cane parlante, comunque, è una bella trovata, solo un po’ immiserita dalla povertà delle soluzioni di messinscena. In generale, L’amico del giaguaro ci parla di un’Italia sorridente, ingenua e fiduciosa, che magari si adopera tramite i suoi mezzi di autonarrazione (tra questi il cinema, per l’appunto) per divulgare speranze e leggerezza, e rendere più accettabile la realtà. Un cinema dove in ultima analisi non risulta mai chiaro se l’ottimismo è la causa o il fine.

Extra:
Schede informative su Giuseppe Bennati, Walter Chiari e Mario Carotenuto.
Info
La scheda di L’amico del giaguaro sul sito di CG Entertainment.
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