Blue Amber

Blue Amber

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Esordisce alla regia con Blue Amber il trentacinquenne cinese Jie Zhou. Un film che potrebbe essere un noir o un revenge movie ma sceglie la più confortante e innocua via del racconto morale. Funzionando solo a tratti e non trovando una sua vera forza. Al Torino Film Festival nella sezione Onde.

Lo yuan è misura di tutte le cose

Lotus è una giovane donna, fa la domestica per una famiglia benestante e da qualche tempo ha perso il marito, investito incidentalmente da un’auto: la ricca coppia che guidava la macchina ha versato, tramite l’assicurazione, del denaro per risarcire la sua perdita. Facendo i conti, Lotus capisce quanto poco valesse la vita umile del suo compagno per i ricchi cinesi in mezzo ai quali vive. E in fondo per l’intera società… [sinossi]

25 yuan al giorno (poco più di 3 euro): è il valore della vita di Feng (Lu Yulai), che muore a 32 anni investito da una lussuosa Mercedes nera, lasciando vedova la giovane Lotus (Wang Zhener). 25 yuan al giorno: viene sempre fuori quel numero, a ogni incredulo tentativo di Lotus di fare i conti con quanto ricevuto dall’assicurazione della ricca coppia che viaggiava sulla Mercedes. Soldi che lei ha accettato senza protestare o dire niente, per poi abbandonare la casa in cui viveva col marito e la suocera, morta di strazio dopo la perdita dell’unico inestimabile figlio. Ma la coscienza sanguina anche se all’esterno non deve trapelare nulla. Anche perché Lotus fa la domestica per una famiglia benestante che abita esattamente di fronte alla coppia che ha reciso la sua vita. E che lei spia dalle finestre con un piccolo binocolo.

La crescente disuguaglianza in Cina è palesemente al centro di Blue Amber dell’esordiente Jie Zhou, che potrebbe anche essere un noir, o un revenge movie, ma sceglie la più confortante e innocua via del racconto morale. Non trovando una sua vera forza. Blue Amber funziona bene laddove si fissa compulsivamente e ossessivamente sui calcoli, sulle cifre, sulla misurazione delle cose e delle vite attraverso il denaro. Quante volte è necessario rigare un’auto per pareggiare il valore di un’esistenza spezzata? E non fa forse effetto rendersi conto che dei crackers farciti costano poco meno di una giornata del defunto Feng? È interessante, insomma, che il regista si sia chiesto, letteralmente, quanto costa un essere umano di un ceto debole e “inferiore” nella nuova Cina della gentrificazione totale dei vecchi quartieri, e che la risposta sia sparsa un po’ in tutto il film, in cui viene detto quanto vale quasi tutto quel che si fa, da una spedizione postale alla riparazione di una portiera al parcheggio. Meno interessante, invece, la traiettoria sentimentale di Lotus che si dipana attraverso le relazioni con persone di ceti più abbienti – come “gli omicidi” involontari o la famiglia presso cui fa servizio – i suoi pari – l’amico fraterno del marito morto e sua suocera – e quelli che valgono ancor meno di lei, come i suoi affittuari per i quali lei è “ricca”, visto che Lotus ha ereditato l’abitazione della famiglia acquisita essendone rimasta l’unica superstite. Lotus alla fine arriverà anche a capire che, negando e rimuovendo il dolore della sua perdita, persino lei si è attaccata al denaro come unica misura delle cose. Un’opzione che, per come si va costruendo la Cina odierna (perfettamente in linea con il resto del pianeta), si può introiettare in men che non si dica. Una visione distorta, per cui tutto ha un costo e un cartellino di prezzo, mentre non è così ci dice ovviamente il film soprattutto nel teatrale e onirico finale.

Jie Zhou scandisce un puzzle di ricordi e ritorni al presente dotato di una circolarità interna (l’inizio e la fine del film si replicano, in una scena dall’intento simbolico), in cui la protagonista deve ritrovare la propria interiorità e soprattutto aprirsi al dolore che prova, al di là della monetizzazione che è poi una “maschera” per non affrontare il vero, profondo lutto. Stilisticamente il regista usa spesso colori saturi e marcati, lavora sulla profondità visto che sovente si svolgono più azioni nello stesso quadro o le azioni sono spiate e avvistate a distanza (mentre non viene inquadrata, nel suo svolgimento, quella centrale, ossia la morte di Feng): c’è insomma una certa raffinatezza e una certa attenzione per quel che viene mostrato e in che modo. Meno incisiva è la storia. Che si rivela in buona sostanza una parabola intima, più che una riflessione morale sull’uguaglianza negata, e che cade in una sorta di fatalismo per cui in fondo anche i ricchi piangono: piuttosto che invidiare le possibilità altrui bisogna quindi cercare il proprio benessere e la propria forza interiore. Lotus tenta infatti dapprima una specie di vendetta goffa, che non arriverà però a incidere realmente sullo stato delle cose. In suo soccorso arrivano fatalmente dei ladri, che ruberanno milioni di yuan proprio andando a depredare l’appartamento della coppia che le ha investito il marito. A questo punto la donna capirà definitivamente che non sarà “pareggiando” i conti che avrà pace, ma solo elaborando il senso delle relazioni e tenendo fede al loro valore umano, non certo monetario. Questo moralismo strisciante per cui comunque tutti hanno le loro grane (anche nella famiglia antipaticissima per cui Lotus lavora ci sono dei problemi di corna…) e che si inserisce in un discorso incentrato sull’ingiustizia sociale, è quel che rende Blue Amber molto meno interessante di quanto potrebbe essere. Perché se i soldi non fanno la felicità e non restituiscono i morti, i comportamenti amorali e arroganti di chi nel film ha denaro sono la base su cui si costruisce la grande ingiustizia, non solo quella privata. Così, alla fine, tutto sembra fin troppo “accidentale”, dalla morte fortuita ai contrappassi del destino per cui nessuno è al riparo dalla sorte. E invece di affondare il coltello nella piaga, come si dovrebbe, il regista si limita a solleticare le dinamiche più intriganti e a lasciarle da parte privilegiando il dolore privato che conduce all’inevitabile rinascita della giovane donna.

Info
Blue Amber sul sito del Torino Film Festival.
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