Ben is Back

Ben is Back

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Film di scrittura e interpreti più che di regia, Ben is Back è un apprezzabile dramma psicologico sulla tossicodipendenza, che schiva gli stereotipi lasciandosi perdonare qualche forzatura narrativa.

La coscienza di Ben

Nella vita di Holly Burns e della sua famiglia irrompe come un fulmine a ciel sereno il ritorno di Ben, figlio diciannovenne tossicodipendente, che ha deciso di lasciare la comunità di recupero di cui è ospite per trascorrere la vigilia di Natale con la famiglia. Holly, nonostante la diffidenza del suo compagno Neal e della figlia Ivy, decide di accogliere in casa il ragazzo, ma si renderà presto conto che il suo processo di riabilitazione è tutt’altro che concluso. [sinossi]

Che Peter Hedges nasca sceneggiatore (e prima ancora scrittore) è del tutto trasparente, pur senza conoscere la sua carriera, guardando Ben is Back. Un film, il dramma “natalizio” che vede protagonisti Julia Roberts e Lucas Hedges (figlio dello stesso regista) classicamente di scrittura, più che di regia, in cui Hedges padre evita di rendere troppo invadente la sua presenza dietro la macchina da presa; dando peraltro l’impressione che caricare eccessivamente la vicenda in senso melò, o arricchire di fronzoli una messa in scena che demanda molto ai suoi due protagonisti, sarebbe stato fuori dalle sue corde. D’altronde, se si torna indietro negli anni, non va dimenticato che era stato proprio Hedges a salvare un film come Buon compleanno Mr. Grape (suo esordio come sceneggiatore, nonché trasposizione di un suo romanzo) dalla mano pomposa e invariabilmente ridondante di Lasse Hallstrom. Certo, la ricerca del minimalismo è difficile quando si lavora con un’interprete ingombrante come la Roberts, e quando il carattere della vicenda (dramma familiare con al centro la tossicodipendenza) spinge pericolosamente verso il registro più esplicito e i toni emotivamente ricattatori.

Lo script, per gran parte della sua durata, riesce apprezzabilmente a lavorare in sottrazione, affidandosi molto, in questo, alla prova attoriale del giovane Hedges. L’attore, che aveva già esplorato i registri del dramma familiare con Manchester by the Sea (ma anche la marginalità sociale con Tre manifesti a Ebbing, Missouri), schiva gli stereotipi sulla tossicodipendenza, dando l’impressione di dettare lui tempi e modi dei dialoghi (specie nei suoi confronti con l’altra interprete principale) e mantenendo il film sui toni di una credibile e mai troppo esplicita esplorazione psicologica. L’enigmatica fragilità dipinta sul suo volto, unita allo sforzo di dar vita a una figura umana a tutto tondo (che non esaurisca le sue peculiarità nel tema della dipendenza) resta un contributo apprezzabile al film; quest’ultimo in qualche modo viene guidato, in tutta la sua prima parte, dalle sue oscillazioni umorali e dal tormento (per gran parte implicito) espresso dal personaggio. La stessa Roberts, che mostra sul volto un’emotività sempre a un passo dallo sconfinare nel registro più esplicito e urlato, appare “guidata” e instradata nella recitazione, da un lato dalla prova del giovane interprete, dall’altro da una scrittura di buona fattura, capace di svelare a poco a poco un rapporto familiare più complesso e sfaccettato di quello che meramente contrappone una madre borghese a un figlio tossicodipendente.

Minimale ed efficace laddove vuole delineare il quadro di una famiglia problematica, con qualche forte e riuscita divagazione (l’acido confronto del personaggio della Roberts col vecchio medico di famiglia), Ben is Back alza il tiro e le ambizioni della storia quando sceglie di flirtare col noir, portando i due protagonisti fuori dalle mura familiari, alla ricerca del cagnolino rapito da una vecchia conoscenza del figlio. Una trovata narrativa forse un po’ pretestuosa, quest’ultima, che tuttavia non rappresenta nemmeno, in questa fase, il problema principale del film: Hedges, infatti, ha qui semmai il torto di sfumare eccessivamente la rappresentazione del sottobosco criminale in cui i due si immergono, rappresentato con poche, e poco convinte, pennellate (la stessa “commissione” compiuta dal protagonista per il vecchio datore di lavoro è poco più che una parentesi), trattato quasi come una nota a margine all’interno della vicenda principale. Qualche passaggio di trama un po’ meccanico e poco credibile (la fuga di Ben in uno store notturno) rivela la scarsa dimestichezza del regista con le regole del nero e le sue premesse. Laddove la vicenda si sdoppia, seguendo da un lato i tentativi di Ben di affrancarsi dalla vecchia rete criminale che lo reclama a sé, dall’altro la tenace ricerca della madre, il film diventa più debole e risaputo, lasciandosi andare anche a qualche fastidioso schematismo (il doppio confronto dei due protagonisti con la farmacista).

Considerati i limiti dovuti ai contorni del progetto (un dramma familiare che mostra pur sempre un taglio mainstream) e i rischi che il soggetto poteva comportare, va detto che Ben is Back mostra comunque più di un motivo di interesse, specie per l’equilibrio nella delineazione dei suoi personaggi e per il suo intelligente rifuggire agli stereotipi. Resta, quello di Hedges, un punto di vista interessante su un tema abusato come quello della tossicodipendenza, oltre che uno sguardo pregnante, anche se non sempre centrato, sull’istituzione-famiglia e sui suoi (a volte disfunzionali) meccanismi.

Info
Il trailer di Ben is Back.
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