Nude per l’assassino

Nude per l’assassino

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In Nude per l’assassino di Andrea Bianchi giallo, slasher, erotico e commedia si intrecciano secondo chiavi grevi e sconnesse. Pur restando un film piatto e privo di inventiva, se preso con lo spirito giusto c’è pure di che divertirsi. Tra i protagonisti Edwige Fenech, Femi Benussi e un brillante Nino Castelnuovo. In dvd per Surf Film e CG.

Milano. Intorno allo studio fotografico Albatros, popolato di professionisti, modelle avvenenti e austeri proprietari, avviene una serie di omicidi che sembrano avere qualcosa in comune con la morte di un medico dedito a pratiche clandestine d’aborto. Parallelamente alla polizia si mettono a indagare per conto proprio anche due fotografi operanti presso lo studio, Magda e Carlo, quest’ultimo infoiato e volgarissimo sciupafemmine… [sinossi]

Tra i vari strusci di slasher ed erotico che si verificarono lungo gli anni Settanta italiani, Nude per l’assassino (1975) di Andrea Bianchi, futuro regista di porno, è uno degli esempi più schietti e conclamati. Fin dal titolo, che più chiaro non si può, Bianchi mette insieme due forme di piacere scopico per attrarre il pubblico verso uno spettacolo popolare dalla doppia valenza, che anzi si carica anche di un terzo elemento di sicuro appeal: la tendenza alla commedia. Se infatti di rilettura erotica condotta sul giallo si tratta, stavolta essa si concretizza tramite il filtro di toni grezzi e divertenti, grazie soprattutto al protagonista Nino Castelnuovo, alle prese con il ruolo di un fotografo scatenato erotomane. Del tipico detective improvvisato da giallo italiano Castelnuovo qui eredita il profilo professionale (anche un fotografo non sfigura accanto a giornalisti, musicisti e quant’altro, caratteristici ad esempio dei primi film di Dario Argento), ma stavolta esso diventa veicolo di puro intrattenimento goliardico, a cominciare dal suo gagliardo esordio nel film in piscina, dove insegue Femi Benussi fino in sauna per darsi subito da fare.
In tal senso Nude per l’assassino presenta un primo paradosso: il suo personaggio meglio definito e interpretato (anche perché l’unico a essere veramente scritto e ideato) è un mandrillone in costante calore che depotenzia immediatamente qualsiasi intento da slasher serio e spaventoso. Se siamo dunque in ambito di “cinema del piacere”, esso qui prende i tratti di una forma ancor più elementare (niente a che vedere con la maestria di messinscena di Sergio Martino, tanto per dirne uno), e si traduce in pura e semplice occasione per riempire un pomeriggio con 90 minuti di frullato di generi. Ai tempi si diceva che questi erano film per militari in libera uscita: con Nude per l’assassino il soldato poteva farsi due risate, vedere qualche bella figliola, gustarsi un discreto numero di amplessi e (solo per ultimo) beccarsi un paio di tuffi al cuore. Questo cinema al tempo tanto bistrattato assolveva perfettamente a una precisa funzione sociale. Un bene di consumo, poco importava se decisamente brutto.

Perché Nude per l’assassino, diciamolo subito, se preso come oggetto filmico autosufficiente fuori da questioni socio-culturali, è proprio brutto senza speranza. Se ne può immaginare solo una fruizione distratta e frammentaria, al servizio di una sala d’epoca in cui si entrava e si usciva in qualsiasi momento, e magari si facevano pure due chiacchiere e risate rumorose in un contesto perduto di assemblea partecipata. Costruito senza alcuna preoccupazione di logica degli eventi (e non stiamo parlando certo di un’opera d’avanguardia), composto di brani giustapposti che seguono tenuamente una traccia d’indagine gialla, il film di Bianchi mostra pure una caratteristica non comune, quella cioè di migliorare col passare dei minuti – l’ultima mezz’ora non è assolutamente da buttare.
Dopo un incipit forte, pressoché teorico (la prima inquadratura vede una ragazza a gambe aperte su un lettino durante un intervento d’aborto: sembra erotismo, ma è già atto di violenza), il film prende infatti le mosse su linee narrative vaghe e “casuali”, dove la presentazione dei personaggi è davvero faticosa e affastellata. Dall’ambulatorio medico si salta in piscina dove Castelnuovo allunga le grinfie sulla Benussi, poi dopo quasi un quarto d’ora finalmente inizia il film. La presenza stessa di Femi Benussi sembra un’aggiunta posticcia per arricchire il cartellone; il suo personaggio cade sotto i colpi dell’assassino dopo neanche mezz’ora e, scopriremo più avanti, non ha motivo di morire poiché il movente non la riguarda in alcun modo. Così come l’assassino non ha alcun bisogno della fatale fotografia di gruppo – e d’altra parte non si può giustificare tutto con una generica psicopatologia.

Sia chiaro, la carenza di logica narrativa concerne ampia parte del giallo italiano anni Settanta, ma nei suoi esempi migliori si sopperiva puntualmente a questo grazie alle risorse dello stile e della ricerca sul linguaggio, spesso di splendente fulgore, o si buttava scientemente all’aria la catena degli eventi perseguendo altre intenzioni espressive. Qui invece non si avverte la minima traccia di uno stile personale, o anche impersonale, che valorizzi la materia narrativa. Lo script di Massimo Felisatti conserva almeno due idee intelligenti (gli inserti subliminali del corpo della prima vittima e il trauma dell’acqua, che l’assassino deve rimettere in scena a ogni nuovo omicidio), ma benché le sequenze dedicate ai delitti tentino scopertamente la strada della suspense tramite scelte anche dotate di una certa perizia, praticamente non si respira mai vera tensione.
Il difetto principale è da imputarsi probabilmente al generale atteggiamento di Bianchi, che sembra non credere neanche per un secondo alle potenzialità da brivido del suo film, o che quantomeno mostra tutta la sua scarsa dimestichezza col genere in questione. La morte di Femi Benussi, ad esempio, è ben orchestrata nella sua preparazione, ma ci si arriva sfiancati da una sequenza precedente dove, per il buon peso, la Benussi intesse un rapporto lesbo con la sua datrice di lavoro su basi di ricatto emotivo. Il commento musicale va spesso per conto proprio, preferendo di gran lunga l’evocazione di un setting erotico ai solletichi della paura.
Ritroviamo pure un catalogo di luoghi comuni da giallo italiano anni Settanta assunto e ricucito in ampie dosi: l’ambiente della moda, sia pure qui evocato di sbieco tramite uno studio fotografico ricco di modelle e professionisti (nel passato, Sei donne per l’assassino, 1964, Mario Bava; nel futuro, Sotto il vestito niente, 1985, Carlo Vanzina, col quale Bianchi condivide più di uno spunto, finale compreso), il mistero intorno a un dettaglio visivo che non si riesce a ricordare, il trauma originario che dà vita a una psicosi omicida, il respiro affannato dell’assassino, il suo punto di vista, stavolta adottato però con frequenti semisoggettive che ne rivelano parzialmente il corpo.
Pure il costume di casco e pelle nera viene da un bel precedente di tutt’altro valore, La polizia chiede aiuto (1974) di Massimo Dallamano, e dal cinema di Dallamano proviene anche il trauma abortivo (Cosa avete fatto a Solange?, 1972).

Tuttavia Bianchi assume tali coordinate di genere con atteggiamento puramente enumerativo e pretestuoso, e più volte esse si tramutano in ulteriore tratto rivelatore della sua scarsa convinzione – un esempio su tutti, la mostrazione dell’intero corpo dell’assassino in azione depotenzia totalmente l’efficacia di molte scene d’aggressione, rendendolo simile a un ridicolo manichino rigido e telecomandato. Poi, certo, viene in nostro soccorso lo sguardo postmoderno, e sotto questa luce sembra di vedere tutto un altro film. Perché l’operazione è nell’insieme talmente greve e sconnessa da far divertire anche da matti. Se Nino Castelnuovo, totalmente e imprevedibilmente sguaiato, mediamente più nudo in scena delle attrici, ci mette tanta verve sincera nei panni di un emerito bauscia, e i suoi duetti con Edwige Fenech sono del tutto funzionali, d’altra parte almeno due sequenze mostrano un gusto delirante che ai nostri occhi non più ingenui possono provocare anche un intenso piacere di fruizione: il grande caratterista Franco Diogene, nei panni di un marito corpulento e impotente, che dopo un tentato amplesso vaga per casa in lacrime abbracciato a una bambola gonfiabile prima di cadere ucciso, e il gran finale (ci spiace per lo spoiler, ma è impossibile non parlarne), dove i titoli di coda congelano in un freeze frame lo sguardo turbato di Edwige Fenech, alla quale Castelnuovo propone il più sicuro dei metodi anticoncezionali voltandola sul letto di spalle. Si dirà che lo sguardo postmoderno rasenta forse il cretinismo, ma che dobbiamo farci… Erano anni che il sottoscritto non rideva così tanto.

Purtroppo si tratta anche di due deliri che galleggiano alieni in un generale grigiore espressivo. Vogliamo riconoscere ad Andrea Bianchi un certo gusto per l’ambientazione notturna (quasi l’intero film si svolge nelle ore di buio), ma pure la sua predilezione per l’erotismo dà vita a uno spettacolo risaputo e consueto. Il giallo insomma fa da pausa e interconnessione a sequenze più o meno lunghe dagli intenti pruriginosi, dove almeno si celebra una quieta festa ai piaceri della carne, poiché cadono tutti i personaggi che fanno uso del loro corpo per scopi altri o che non sono capaci di goderselo. E sopravvivono invece gli unici due che gioiosamente si concedono al sesso, senza dimenticare oltretutto le opportune precauzioni di cui sopra.
Davanti a un’operazione di questo tipo cadono anche le consuete categorie di rivalutazione. Non si può rivalutare tutto indifferentemente, incantati dal gusto antiquario per il prodotto d’epoca. È arduo pure dare un voto. L’entusiasmo per un paio di deliri audiovisivi meriterebbe il 10. Il divertimento generale, sul crinale tra volontario e involontario, scaturito da un film così goffo si guadagnerebbe un 7. Il film di per sé un 4. Per cui, incuranti della media matematica, facciamo 5, ché Nude per l’assassino non dispone neanche del genuino e salvifico spirito di follia cinematografica. Ed evviva Nino Castelnuovo.

Extra: assenti.
Info
La scheda di Nude per l’assassino sul sito di CG Entertainment.
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