Kobarid

Presentato nel concorso documentari del Trieste Film Festival 2019, Kobarid di Christian Carmosino Mereu è un film elegiaco che evoca le voci dei soldati che parteciparono a uno dei più grandi massacri bellici quale la battaglia di Caporetto.

La condizione umana

Kobarid racconta la guerra, la disfatta, il fallimento delle politiche di potenza, il massacro dei soldati e dei civili, dando voce alle montagne, ai boschi, alle trincee e alla moltitudine di anonimi soldati. Da una parte le immagini in apparenza indifferenti della Kobarid di oggi, dall’altra le storie terribili e inumane dei soldati delle due parti attraverso la voce di Alessio Boni. [sinossi]

Kobarid è una cittadina slovena, nell’alta valle dell’Isonzo, in passato nel territorio italiano e poi ceduta, nel 1947, alla Jugoslavia. Con il suo nome italiano, Caporetto, diviene immediatamente evocatrice di una pagina di storia sanguinaria, teatro di quella battaglia della Prima guerra mondiale, tra il 24 ottobre e il 27 novembre 1917, che vide fronteggiarsi l’esercito italiano e quello austriaco, che provocò vittime nell’ordine delle decine di migliaia, in quella che si ricorda come la più clamorosa disfatta italiana. Ora Kobarid è una tranquilla località di villeggiatura, punto di partenza per escursioni, rafting sul fiume o passeggiate e arrampicate in montagna. Ma in quei luoghi incontaminati, in quella natura idilliaca, sono depositati i ricordi di quell’immane tragedia.

Come nel cinema di Patricio Guzmán, capace di estrarre la memoria dall’acqua e dalla natura, o come quelle voci dei soldati che aleggiano nell’aria in La sottile linea rossa, il lavoro compiuto dal regista Christian Carmosino Mereu per Kobarid, presentato nel concorso documentari del Trieste Film Festival 2019, mira a dare voce a quelle parole e a quei pensieri, a quel dolore, nell’aria in quel paesaggio di neve, montagne e ruscelli. Lo fa con una struttura che alterna le immagini di quei luoghi come sono oggi e lo schermo nero che fa da sfondo alla lettura dei diari dei soldati che parteciparono a quell’eccidio. Una lettura affidata alla voce sapiente, solida di un attore protagonista del cinema italiano come Alessio Boni, in una narrazione pulita in italiano contemporaneo, spazzando via inflessioni e dialetti delle fonti originali. Il testo è infatti la composizione di brani dai diari di soldati, italiani ma anche austro-ungarici, e di pagine della letteratura più memorabile sulla grande guerra, di Lussu, Gadda e Malaparte. Ma tutto è assemblato in un unico flusso verbale, tanto da generare l’impressione che la fonte sia quella di un unico diario di guerra. Il regista dà voce così a una coscienza collettiva, al pensiero indistinto di un milite ignoto e anonimo.

All’inizio la contrapposizione tra i due livelli del film, ieri e oggi, la lettura e l’immagine, si manifesta come una pura alternanza di nero e bianco, netta, primigenia. Il candore dei paesaggi innevati, e poi le immagini passano per le piste di sci dove si sente della musica, con i chioschetti di bevande, i torrenti, i boschi brumosi che sprigionano vapore, e i turisti e gli escursionisti di un posto con l’aria pura di montagna e il cielo terso. Dall’altra parte la guerra, l’assurda guerra di trincea, con quegli episodi che richiamano quanto già la letteratura e il cinema hanno raccontato, come quello del sergente vigliacco («Ci vuole coraggio a essere vigliacchi») che viene fucilato proprio come in Orizzonti di gloria. La disumanità, l’assurdità logica prima che morale della guerra, i clamorosi errori strategici di Cadorna, emergono da quelle parole, dove però alla fine predomina il senso di umanità. Le tregue per permettere di recuperare i morti, l’ordine di abbattere i cani per trovare il cibo per i prigionieri, il non riuscire a sparare quando ci si trova di fronte a un uomo, a un altro uomo. Fino a quel finale dove la voce del nemico invita alla resa: «Arrendetevi. Non state a morire così». Giusto che non ci siano immagini ad accompagnare questo flusso verbale, giusto non distrarre, non aggiungere elementi figurativi, tanto meno filmati d’epoca, giusto che un vuoto, un’assenza visiva lasci riecheggiare quei pensieri, dando loro il giusto respiro, e contrasti con i paesaggi invece silenti. Da un lato la natura è indifferente alle grandi tragedie umane che si sono depositate nel suo alveo, la natura prosegue il suo corso, assimila e metabolizza le ferite in un attimo. Dall’altra parte c’è l’uomo che invece ha il dovere di serbare e tenere viva la memoria.

Info
La scheda di Kobarid sul sito del Trieste Film Festival.
  • Kobarid-2019-Christian-Carmosino-Mereu-001.jpg
  • Kobarid-2019-Christian-Carmosino-Mereu-002.jpg

Articoli correlati

  • Doclisboa 2018

    Greetings From Free Forests RecensioneGreetings From Free Forests

    di Vincitore del concorso internazionale di Doclisboa '18, Greetings From Free Forests del giovane filmmaker Ian Soroka è un'opera sul paesaggio maestoso delle foreste della Slovenia quale serbatoio di ossigeno e di memoria, risorsa principale di un popolo cui ha offerto rifugio e sostentamento.
  • In sala

    Nostalgia della luce

    di Dopo La memoria dell'acqua arriva in sala anche il precedente documentario di Patricio Guzmán, Nostalgia della luce. Una riflessione sul passato, sulla memoria, sullo spazio e sull'umano, emotivo e straziante. Un'opera preziosa.
  • Interviste

    patricio-guzmanIntervista a Patricio Guzmán

    Orso d’Argento per la miglior sceneggiatura all’ultima Berlinale con La memoria dell'acqua, il documentarista cileno Patricio Guzmán ha legato indissolubilmente la sua opera all’esperienza drammatica del golpe e della dittatura di Pinochet. Abbiamo incontrato Guzmán a Bologna, durante il Biografilm Festival che gli ha dedicato un omaggio.
  • In sala

    La memoria dell’acqua

    di Orso d'Argento alla Berlinale per la miglior sceneggiatura e vincitore dell'undicesima edizione del Biografilm, La memoria dell'acqua è il nuovo film del cileno Patricio Guzmán, che ancora una volta sprofonda il suo cinema tra Allende e Pinochet, anche nel contesto di un documentario sull’acqua.
  • Blu-ray

    The Tree of Life

    di La storia di una famiglia del Midwest negli anni Cinquanta, raccontata attraverso lo sguardo del figlio maggiore, Jack, nel suo viaggio personale dall'innocenza dell'infanzia alle disillusioni dell'età adulta...
  • Festival

    Trieste Film Festival 2019Trieste Film Festival 2019

    L’edizione del trentennale non poteva che aprirsi all'insegna della Storia: inaugura il programma Meeting Gorbachev, film che segna l’incontro tra Werner Herzog e Michail Gorbačëv, offrendo uno sguardo inedito su alcuni degli eventi più significativi della fine del XX secolo.
  • Solothurn 2019

    Islander RecensioneIslander

    di C'è un legame tra l'isola sperduta di Robinson Crusoe e la Svizzera. A raccontarcelo è il regista Stéphane Goël nel documentario Islander presentato al Solothurner Filmtage 2019.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento