Westwood – Punk. Icona. Attivista.

Westwood – Punk. Icona. Attivista.

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È l’ex modella Lorna Tucker a dirigere Westwood – Punk. Icona. Attivista., dedicato alla geniale stilista inglese; una figura senza dubbio affascinante, anche se il tutto si rivela allo stesso tempo un po’ troppo semplicistico e composto, privo del furore punk che resta solo nel titolo.

Una storia di successo

Vivienne Westwood si racconta all’ex modella e oggi regista Lorna Turcker: dalle origini proletarie al punk, dal riconoscimento nell’alta moda all’attivismo per l’ambiente, dal primo marito all’attuale compagno passando per Malcolm McLaren… [sinossi]

A 5 anni progettava scarpe, a 11 si cuciva gli abiti da sola e da ragazzina la visione del Cristo Crocifisso di Velazquez le ha cambiato la vita. Così esordisce, parlando ovviamente di sé, Vivienne Westwood, classe 1941, cui l’ex modella Lorna Tucker dedica un documentario celebrativo e fin troppo composto. Un po’ di interviste frontali alla geniale stilista, accomodata su una poltrona sontuosa che condivide solo con il marito Andreas Kronthaler – anch’egli variamente interpellato –, un po’ di immagini di repertorio da sfilate e premiazioni, un po’ di fotografie di una trentenne Vivienne con l’allora compagno McLaren, un po’ di battute e considerazioni di collaboratori, manager e addetti al marketing della sua azienda, inaugurazioni di nuove boutique, riprese dalle manifestazioni ambientaliste cui la Westwood ha preso parte, fino alle immancabili frasi di qualche celebrity come Kate Moss o Naomi Campbell. Sebbene la Tucker l’abbia ripresa per tre anni, è davvero poco quel che resta dopo la visione di Westwood – Punk. Icona. Attivista., un lavoro che, ripercorrendo la lunga vita e la carriera di una pioniera dell’immaginario, suggerisce e abbozza senza approfondire molto non trovando in realtà un centro gravitazionale narrativo di una qualche pregnanza. Tanto che, a parte la visione mirabile delle geniali creazioni della stilista, vedendo il film al massimo possiamo pensare che quella della Westwood è stata proprio una bella storia di successo personale, un bell’esempio di indipendenza femminile e di caparbietà nel perseverare in un’indubbia e acclarata vocazione. Meglio di niente, si dirà, ma forse non sufficiente.

Proveniente dalla working class, Vivienne Westwood nasce a Derbyshire e si trasferisce a Londra con la famiglia nel 1958, a 17 anni. Non avendo denaro per proseguire l’Università cui si era iscritta, studia per diventare insegnante. Nello stesso periodo inizia a imbastire bancarelle a Portobello Road con le sue creazioni. A 21 anni si sposa, a 22 diventa per la prima volta madre, ma poi lascia il marito perché non si sente realizzata in quella sorta di “sogno americano” che definisce “una stronzata”: un matrimonio troppo tradizionale che non la soddisfa e che non la realizza. Dalla poltrona-confessionale, in Westwood l’artista racconta un po’ del difficile rapporto con McLaren, il grande “creatore” dei Sex Pistols, con cui all’inizio degli anni Settanta la futura stella della moda apre il negozio di abiti “Let it rock” a Kings Road: con lui, a sentire la Westwood ma pure il figlio Joseph, il conflitto divenne pesante man mano che la regina delle passerelle diventava un’icona di stile. Se è proprio la protagonista del film a non voler parlare quasi per nulla dei Sex Pistols (a parte emettere un giudizio negativo su John Lydon/Johnny Rotten, che non è riuscito a suo avviso a evolversi e sfortunatamente è rimasto uguale a se stesso), il momento più emozionante dell’intero lavoro è quando la regista visita il Victoria and Albert Museum, dove è conservata la maglietta in stile “camicia di forza” – quella con la svastica, il crocifisso capovolto e la scritta “I’m an antichrist” – resa celeberrima da Rotten e creata dalla Westwood e da McLaren (al Victoria and Albert Museum sono poi conservate alcune altre magnifiche creazioni della geniale artista). In quella “museificazione” della maglia più punk della storia c’è in fondo il senso mortuario della moda che il film non riesce ad esprimere, se non in qualche frase tranchant (e sacrosanta) della Westwood secondo la quale il punk come progetto di costume era “tutto marketing”, un falso ribellismo, un gioco consentito dal sistema per sentirsi libero e democratico, un’illusione anti-establishment diventata in un istante moda.

Già, la moda. Di cui la Westwood è una delle più geniali esponenti, ma che non è un’indole: se il punk esteriore cui fa riferimento la Westwood è, appunto, una moda, il punk come sentimento del mondo non lo è. E il film non riesce proprio a farci percepire questo sentimento nella sua protagonista, che ha finalmente trovato nel secondo marito Andreas un partner sul lavoro e un socio in affari, che con 120 negozi in tutto il mondo resta indipendente dalle grandi multinazionali ma sicuramente una donna di straordinaria riuscita economica, che mentre inaugura una nuova boutique di lusso a Manhattan organizza contemporaneamente un sit-in contro il capitalismo e il global warming. Se si pensa alla partecipazione di Lydon all’Isola dei famosi versione GB o alla reunion dei Sex Pistols degli anni Novanta voluta dal leader dichiaratamente perché aveva bisogno di soldi, emerge tutta la differenza del caso. Se Vivienne Westwood sia “punk” o meno interessa però relativamente, di sicuro quel che emerge da Westwood è soprattutto il ritratto di una donna di grandissimo, meritato, successo, che da outsider alla fine degli anni Ottanta viene consacrata come un nome imprescindibile nella storia della moda. La parte però più didascalica del documentario è quella finale, che pare quasi un prezzo da pagare per mostrare a chi non lo sapesse quanto la Westwood sia impegnata soprattutto per l’ambiente, la green economy e il contrasto alle emergenze climatiche. Ripresa durante una spedizione nell’Artico con Greenpeace, critica rispetto all’espansione della sua attività in troppi paesi del mondo a causa della scarsa sostenibilità, certa che la finanza stia distruggendo il pianeta, la Westwood pare infastidita dall’essere un brand, dall’inaugurare punti vendita a Parigi, dal fatto che la gente ami consumare, visto che il mondo sta andando a scatafascio. Come suggerisce un suo manager, per rispondere davvero a queste esigenze bisognerebbe “chiudere l’azienda, che però dà lavoro a tante persone” (più netto il marito Andreas, che palesemente dice che queste battaglie della moglie non lo interessano: l’importante è che gli abiti siano belli). Contraddizioni, insomma, di una storia vincente all’interno del sistema capitalistico. Il film, come detto ovviamente celebrativo, omette infine alcune recenti “ombre” come il fatto che nel 2013 l’azienda della Westwood sia stata messa “sotto accusa” proprio dal mondo “green” proprio per l’aumento del numero delle collezioni prodotte ogni anno (con l’utilizzo d materiali per nulla amici dell’ambiente), oppure l’accusa di elusione fiscale in Lussemburgo tramite un’altra compagnia offshore, cosa mal viste dai Verdi Britannici di cui la Westwood è una forte sostenitrice economica.

Nel ritratto scolastico e fin troppo ammirato di Westwood si attraversa un po’ tutto ma non ci si sofferma su niente. E alla fine la cosa più luminosa del film sono gli abiti incredibili di un’artista visionaria, capace di realizzare corsetti gotici, vestiti inquietanti ispirati ai pirati, versioni punk delle crinoline, un new romantic dark, tirando fuori dal suo cappello magico elementi di sartoria antica, di pittura e storia, risintonizzandoli sempre sul presente con una fantasia e un tocco che definire unici è riduttivo. Quel che resta più impresso, al di là della iperattiva e al fine simpatica signora, sono le sue opere, come in fondo è giusto che sia.

Info
Il trailer di Westwood – Punk. Icona. Attivista.
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