Pet Sematary

Pet Sematary è la versione riveduta e corretta del celebre romanzo di Stephen King, a trent’anni dall’adattamento firmato da Mary Lambert. Peccato che tra naturalismo esasperato e soprannaturale a pochi passi dal ridicolo involontario questo film perda ogni stilla d’interesse.

Oltre la catasta di legna

Louis Creed, con la moglie Rachel e i due figli Gage ed Ellie, si trasferisce in una casa di campagna dove fanno la scoperta dell’inquietante “cimitero degli animali” situato vicino casa. Dopo la tragica perdita del loro gatto, Louis lo seppellisce nel misterioso sepolcreto, che si dimostrerà non essere assolutamente come sembra. [sinossi]

Pet Sematary, It, La torre nera. Se è vero che il fascino provato dal mondo del cinema nei confronti di Stephen King non è mai venuto meno, è innegabile che negli ultimi tempi a Hollywood ci sia stato un prepotente ritorno di fiamma. Curiosamente, o forse no, si è tentato per lo più il riciclo di opere già trasformate in immagini negli ultimi decenni, invece di approfittare della sterminata bibliografia ancora vergine nel rapporto con l’audiovisivo. Ecco dunque riedizioni di It, diviso in due capitoli come fu per la partizione televisiva del 1990, ma anche il nuovo Carrie diretto nel 2013 da Kimberly Peirce, costretto a impallidire non solo nel confronto con la pagina scritta ma ugualmente di fronte al capolavoro di Brian De Palma. Ed ecco, nel 2019, Pet Sematary.
Quando nel 1989 Mary Lambert diresse Cimitero vivente i fedelissimi di King storsero il naso, rimproverando l’eccessiva semplificazione di un’opera al contrario estremamente sofisticata. L’accusa, non rara quando si maneggiano le riduzioni dei lavori del romanziere statunitense, era quella di aver voltato le spalle alle implicazioni filosofiche del testo prediligendo il puro sviluppo narrativo. L’azione invece della riflessione. Lambert utilizzava gli spunti più macabri del racconto e su quelli innestava un immaginario perfettamente in linea con il declinare degli anni Ottanta. Rivisto a distanza di un trentennio mostra delle debolezze inemendabili (il piccolo Gage in versione villain è davvero a pochi centimetri dallo scult) ma anche la volontà di non svilire il discorso sul “limite” e sull’impossibilità ad accettare il lutto che è una delle basi portanti dell’originale di King.

In Pet Sematary i registi Kevin Kölsch e Dennis Widmyer (al lavoro insieme già nel 2009 per Absence e nel 2014 per Starry Eyes) hanno scelto di muoversi su un terreno liminare, a metà tra la fedeltà pedissequa e il totale sconvolgimento del già fruito. In effetti questo ritorno dalle parti di Ludlow, nel Maine – lo stato onnipresente nelle opere di King – con gita fuori porta nel cimitero degli indiani Mi’kmaq, potrebbe benissimo essere sezionato in due parti distinte. C’è un primo Pet Sematary, che parte dall’arrivo in macchina dei Creed a Ludlow (con la ripresa dall’alto che gioca a rifare una volta di più Shining di Stanley Kubrick: ma il riutilizzo di materiali altrui ha senso se il concetto alle spalle dell’inquadratura si riverbera nel resto della narrazione, come in Noi di Jordan Peele, altrimenti – come in questo caso – resta solo sterile svago cinefilo) e giunge fino alla morte del gatto Church, e poi ce n’è un secondo, che si sviluppa dalla risurrezione del micio e termina con l’ultima inquadratura del film. Un lungo prologo, se si vuole, cui fa seguito uno svolgimento. Il primo segmento, pur con delle ovvie libertà (che riguardano soprattutto il personaggio di Jud, forse il più sacrificato in fase di riscrittura per il cinema, con conseguenze che vanno a intaccare anche la logica degli eventi), cerca di muoversi nell’alveo scavato da King. Il secondo lo smentisce invece completamente, cercando traiettorie proprie, molto più vicine all’estetica dominante oggigiorno.

Non si creda però che il “problema” di Pet Sematary risieda nella lesa maestà nei confronti del romanzo, perché significherebbe prendere una strada senza ritorno. Il testo di partenza si può, anzi si deve superare se si vuole donare forza e forma a un oggetto libero e indipendente. In questo caso però tutta la seconda parte, che corre a perdifiato dopo un incipit eccessivamente tirato per le lunghe – visto e considerato qual è il reale scopo di questa versione – smarrisce il senso, e si limita a un accumulo, per di più non sempre divertente e quasi mai spaventoso, di colpi di scena. Se far morire la figlia più grande Ellie serve per evitare l’effetto involontariamente comico del neonato omicida, va detto che Kölsch e Widmyer disseminano la loro creatura di depistaggi, dall’incendio su cui si apre il film fino alla corsa di Gage verso il camion in arrivo. Un gioco col topo che non trova poi un reale corrispettivo nella capacità di maneggiare la materia orrorifica. Così Pet Sematary racconto del tracollo di un uomo di fronte all’immensità oscura della morte, così incapace di sopportare la perdita da ricadere perennemente nei medesimi errori, si trasforma in uno zombie-movie in cui i ritornanti vogliono provare a ricomporre la famiglia borghese a modo loro, trasformando i cari a loro volta in non morti. Un po’ poco, e un po’ troppo semplice, forse.
Riducendo tutto a zombie cattivi che vogliono solo trasformare gli altri nella loro stessa condizione Pet Sematary disperde il potenziale universale del racconto, il suo timore nei confronti dell’imponderabile, svilendo tanto la lettura mistica quanto quella atea. In questo senso è interessare prendere a modello e mettere in relazione tra loro i tre diversi finali, del romanzo (dove basta un “caro…” sussurrato), del film del 1989 (quel coltello…) e di quello del 2019, dove si è costretti a mettere in scena di tutto e di più. Partire da questi tre finali, e riflettere sul loro senso – in relazione alla narrazione di cui fanno parte, ma anche al proscenio nel quale si muovono – permette con ogni probabilità una lettura ampia sulla perdita di fiducia nell’immaginario, e anche nelle possibilità dello spettatore.

Info
Il trailer di Pet Sematary.
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