Portrait de la jeune fille en feu

Portrait de la jeune fille en feu

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In concorso al Festival di Cannes 2019 con Portrait de la jeune fille en feu, Céline Sciamma abbandona le traiettorie adolescenziali e contemporanee delle opere precedenti per mettersi alla prova con l’afflato sentimentale e soprattutto intellettuale di un racconto tardo settecentesco, intriso di pittura, letteratura, musica. Quasi un dazio da pagare per molti autori transalpini.

Amour fou

Francia, 1770. Marianne, una pittrice, è incaricata di fare il ritratto di Héloïse, una giovane donna che ha appena lasciato il convento. Héloïse è una riluttante sposa e Marianne deve dipingerla senza che lei lo sappia. La osserva di giorno, per poi dipingerla segretamente… [sinossi]
E canterò, stasera canterò,
tutte le mie canzoni canterò,
con il cuore in gola canterò:
e canterò la storia delle sue mani
che erano passeri di mare,
e gli occhi come incanti d’onde
scivolanti ai bordi delle sere…
Euridice – Roberto Vecchioni

Cinema soprattutto da camera, ma con alcuni esterni suggestivi, spiccatamente pittorici – la spiaggia, gli scogli che incorniciano magnificamente Héloïse (Adèle Haenel), la grotta, il falò che diventerà poi un quadro. Cinema volutamente sospeso, imbrigliato fino alla deflagrazione erotica e sentimentale, alla rottura delle convenzioni, di quello che doveva essere e inevitabilmente sarà. Portrait de la jeune fille en feu ripercorre una delle tante storie di donne artiste, donne in amore, scoperta di sé e sopito lesbismo: non solo passione amorosa, ma anche passione artistica, letteraria, musicale. E, quindi, non solo un amore negato tra due donne, ma anche la difficoltà e spesso l’impossibilità di essere artiste, creative, anche semplicemente studiose e intellettuali. Un doppio binario che si intreccia, ma in maniera fin troppo programmatica, alternando condivisibili ellissi (la prima notte di Marianne ed Héloïse) a forzature narrative ed estetiche (la cornice narrativa, il bambino e la domestica, l’insistenza su Euridice, l’autoritratto allo specchio, Le quattro stagioni di Vivaldi).

In concorso al Festival di Cannes 2019, Céline Sciamma abbandona le traiettorie adolescenziali e contemporanee delle opere precedenti – non solo i lunghi Naissance des pieuvres, Tomboy e Diamante nero, ma anche il corto Pauline e le sceneggiature di Quando hai 17 anni e del fanciullesco La mia vita da zucchina – per mettersi alla prova con un racconto sentimentale e carnale tardo settecentesco, intriso di pittura, letteratura, musica. Quasi un dazio da pagare per molti autori transalpini, spesso una fatale montagna da scalare: qualcuno ricorda il tonfo di Sylvie Verheyde con Confession d’un enfant du siècle? Anzi, nonostante Stella, qualcuno ricorda Sylvie Verheyde?
Ha certamente le spalle più larghe Céline Sciamma, e una resistente rete di sicurezza. E l’accoglienza di Portrait de la jeune fille en feu è stata in realtà più che positiva, in alcuni casi entusiastica. Bene. Anzi, benissimo. Però l’impressione è che la Sciamma abbia smarrito quella naturalezza meravigliosamente acerba che permeava le opere precedenti e che, ad esempio, accompagnava la scrittura del personaggio di Floriane in Naissance des pieuvres, una Adèle Haenel adolescente, protagonista di una performance quasi ormonale: la ritroviamo oggi, fin troppo misurata, anche quando a prevalere dovrebbe essere la travolgente passione. Il fuoco. Quel fuoco che viene annunciato, mostrato, forse un po’ tradito.

Solo a tratti scorgiamo una vera sintonia tra le pur brave protagoniste, Haenel/Héloïse e Noémie Merlant/Marianne. Nei loro gesti, negli sguardi furtivi, nelle esitazioni, sembra sempre di scorgere la soffocante posa di un quadro, il riferimento pittorico, il respiro intellettuale più che umano, ormonale – in questo senso, è emblematica la sequenza dell’autoritratto. Ed è così coi reiterati riferimenti a Euridice, con le apparizioni fantasmatiche, incorniciate e fin troppo prevedibili. E succede, come detto, nella sequenza dell’aborto della graziosa domestica, col gratuito accostamento del suo volto sofferente al pacioso neonato.
Funziona semmai la teorica e pratica sovrapposizione degli sguardi di Marianne, della Sciamma e della macchina da presa, l’amoroso soffermarsi sugli occhi, sul volto, sulle mani di Haenel/Héloïse. In questo senso, Portrait de la jeune fille en feu funziona come dichiarazione d’amore, come testimonianza di quello che un tempo era negato alle donne e che oggi, finalmente a carte scoperte, le donne/artiste possono vivere.

Info
La scheda di Portrait de la jeune fille en feu sul sito del Festival di Cannes 2019.
Il trailer di Portrait de la jeune fille en feu.
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