Burning Cane

Burning Cane

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Burning Cane è un film tutt’altro che perfetto: si perde narrativamente, non riesce sempre a sorreggere le pur interessanti intuizioni visive, segue i suoi personaggi in modo altalenante. Eppure non si può prescindere, nella lettura critica, da un fatto: Phillip Youmans, che oltre a dirigerlo lo ha scritto, fotografato e montato, aveva diciassette anni all’epoca delle riprese. Alle Giornate degli Autori come evento speciale in collaborazione con Tribeca Film Festival.

Non sempre si può sconfiggere la scabbia

Louisiana. Il reverendo Tillman predica dal pulpito, ma non sa resistere al fascino di una bella bottiglia di whisky. Helen, che zoppica, è preoccupata dello stato di salute dell’uomo di chiesa ma ancor più del fatto che il figlio Daniel (che è sposato con un figlioletto) non riesca a tenersi un lavoro che sia uno e preferisca a sua volta l’alcol a una vita “normale”… [sinossi]

Alla fine della proiezione di Burning Cane, evento speciale che le Giornate degli Autori a Venezia hanno presentato in prima internazionale in virtù dell’accordo di collaborazione con il Tribeca Film Festival (dove il film è stato accolto e premiato solo pochi mesi fa), la sala Perla ha reagito in modo silenzioso. Pochi, pochissimi, gli applausi. Gli spettatori, più che indignati o incattiviti apparivano semmai perplessi. In effetti il dubbio, attorno al quale ruota anche la speculazione “biblica” del film, è l’inevitabile conclusione nel cercare di trovare una compiutezza a un’opera quasi programmaticamente incompiuta, inconclusa per quanto non necessariamente inconcludente. Non è semplice rapportarsi con un lavoro come quello portato a termine da Phillip Youmans, perché le falle sia narrative che strettamente cinematografiche sono percepibili, a tratti evidenti. I personaggi sono tratteggiati con una cura relativa, e a volte abbandonati al proprio destino senza mezzi termini; la messa in scena è solo a tratti certosina, e mette l’una al fianco dell’altra intuizioni brillanti – basterebbe anche la splendida silhouette di Helen alla finestra nel finale – e momento non solo meno ispirati, ma anche faticosi. Anche il senso ultimo dell’operazione, che dovrebbe essere il racconto di una comunità in ogni sua sfaccettatura e nel disvelamento continuo delle sue infinite contraddizioni, resta più che altro una splendida intenzione sulla carta. Un po’ per limiti produttivi, ma anche un po’ per immaturità autoriale. Ma – ed è questo il punto che si sta rimandando dall’inizio della recensione – come si può pensare di non doversi confrontare con l’immaturità guardando Burning Cane?

Il film con cui esordisce alla regia di un lungometraggio, per di più accettato direttamente nei “piani alti” del microcosmo festivaliero, Phillip Youmans l’ha diretto quando aveva solo diciassette anni. Parla di alcolismo, e lui stesso non poteva entrare in un bar durante la lavorazione del film. E non può farlo neanche ora, visto che ha diciannove anni. Per quanto si possa pensare che prima Tribeca e quindi le Giornate degli Autori abbiano deciso di puntare su Burning Cane soprattutto ragionando sull’età di Youmans, pronti a eleggere un nuovo enfant prodige (proprio nell’anno in cui Xavier Dolan compie trent’anni e, prima con The Death and Life of John F. Donovan e poi con Matthias & Maxime, appare “invecchiato”), non si può non riconoscere a questo ragazzo di essersi avvicinato al cinema con le idee piuttosto chiare. La sua Louisiana è ripresa, come testimonia l’incipit, alla maniera di Terrence Malick – e anche le voci interiori dei personaggi suggeriscono più di una fascinazione nei confronti del regista di Badlands, La sottile linea rossa e The Tree of Life –, e Youmans spezzetta sempre la narrazione, troncando le sequenze all’acme, eliminando il sonoro, giocando con il tempo. Non si muove dunque nella narrazione di prammatica, Burning Cane, e non è detto che questo gli giovi: in effetti la debolezza principale la si riscontra in una tessitura dei personaggi molto basica. Il reverendo è alcolizzato, per quanto nei suoi sermoni non faccia altro che scagliarsi contro le tentazioni del demonio; anche Daniel, il figlio di Helen, è alcolizzato, e fa perfino bere il suo figlioletto. Ma i motivi che risiedono dietro questa vita sregolata non emergono mai. Tutto, di fatto, si riduce a un’interpretazione del vivere, a una scelta di come si debba affrontare una vita in ogni caso irta di difficoltà che possono apparire insormontabili.

Una lettura semplificatrice che di fatto evidenzia al di là di ogni merito – Youmans non si limita a scrivere e dirigere il film, ma lo fotografa e lo monta, dimostrandosi autore a tutto tondo – l’età inevitabilmente immatura del regista. Forse, per scendere più in profondità e approfondire il rapporto con i suoi personaggi, percependone l’effettivo dolore, Youmans avrebbe dovuto passare più tempo a girare, immergendosi nel pantano che mette in scena fino a rischiare di annegare. Ci sarà tutto il tempo per lui di crescere, con la speranza che abbia in ogni caso l’opportunità di confrontarsi ancora con la messa in scena, con il racconto, con la costruzione visiva. Perché una sequenza come quella su cui si apre Burning Cane, con la voce fuori campo di Helen che narra, fino allo sfinimento, tutto quello che ha fatto per cercare di togliere la scabbia al suo amato cane Jojo, fallendo ogni tentativo, resta impressa nella memoria, e racconta di un regista che può scalfire la superficie con forza. Deve solo imparare a farlo.

Info
Burning Cane sul sito delle Giornate degli Autori.

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