Bagdad Café

Bagdad Café

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Dolce (e spesso dolciastro) apologo surreale sull’incontro fra culture diverse ed emarginati, Bagdad Café di Percy Adlon lancia messaggi positivi e celebra la riscoperta del piacere, restando forse troppo innamorato della propria veste formale. In dvd e blu-ray per CG Entertainment.

La corpulenta Jasmin, turista tedesca in viaggio negli Stati Uniti, litiga col marito e si allontana da lui in mezzo al deserto del Mojave. Raggiunge a piedi il Bagdad Café, stazione di servizio con annessi bar e motel di cui è proprietaria Brenda, donna di colore arrabbiata e scarruffata che a sua volta ha appena cacciato il marito scansafatiche. Brenda è sorpresa di accogliere come cliente del motel quella strana signora tedesca, ingenua e laconica, e apparentemente intenzionata a trattenersi a lungo. Popolato da bizzarri personaggi, tra cui un attempato ex-scenografo di Hollywood, il Bagdad Café è in stato di disordine e abbandono, e a poco a poco Jasmin decide di rendersi utile… [sinossi]

In questi tempi di italiche cupezze politico-culturali, debolmente rischiarate soltanto perché non c’è più “egli” al governo e parrebbe che tanto ci basta, ci si trova un po’ a disagio a rilevare negativamente in un film un eccesso di buonismo. È un neologismo che già è brutto di per sé (come del resto molti dei neologismi), e negli ultimi anni ha assunto una sfumatura veramente antipatica, una sorta di nuovo slogan contro tutto ciò che fino a pochi anni fa sembrava soltanto sinonimo di condivisa umanità. Eppure, nel piccolo e ambizioso Bagdad Café (1987) del tedesco Percy Adlon, se c’è un primo dato che risulta enfatico, compiaciuto e artificioso sta proprio nella sua insistenza intorno a dolciastri incontri tra emarginati. Il film di Adlon è molto noto, più noto di quanto probabilmente l’autore stesso si immaginasse prima della sua distribuzione. Come sottolinea egli stesso nella bella intervista contenuta negli extra, Bagdad Café vide infatti un raro e felice incontro tra i favori della critica e quelli del pubblico internazionale, trovandosi al centro di un’insperata e positiva accoglienza ecumenica. Adlon si dice ancora sorpreso di tale fortunata congiunzione, mentre a dire il vero noi lo siamo un po’ meno.

Forse trent’anni non hanno giovato al film; sta di fatto che a rivederlo oggi si ricava una netta impressione di operazione midcult tagliata su misura per collocarsi al centro esatto tra pubblico e cinema d’élite. Lo stile (manieratamente ricercato e discretamente superficiale) avvolge infatti un facilissimo racconto di incontri tra diversità, dove un condiviso orizzonte di dropout mette insieme attempati hippy reduci da Hollywood, silenziose e teutoniche signore sovrappeso, una famiglia di colore con a capo una magra e arrabbiatissima madre scarruffata, e tutto un corredo di macchiette surreali a fare da contorno. In sostanza, lo stile sembra voler nobilitare un racconto più banale e scontato di quanto vorrebbe apparire, e non sempre il gusto per il surreale è abbastanza efficace da salvare la baracca. In un rapido catalogo di emarginati che il racconto raccoglie tutti insieme in un motel disperso in mezzo al deserto americano del Mojave, vige il dominio dell’emarginazione storicamente più radicata e trasversale, quella del mondo femminile. È infatti sulla bizzarra e inaspettata amicizia tra due donne culturalmente distanti che si regge l’intera impalcatura del racconto, aprendo anche riflessioni sulle diffidenze etniche (una bianca e bavarese, l’altra nera e inacidita). Non ultima, la theme song “Calling You”, originariamente interpretata da Jevetta Steele, si è trasformata rapidamente in un classico, più volte reinterpretato come cover da altri performer, e già di per sé costituisce un facile viatico presso l’ampio pubblico. Lo stile di Adlon può apparire anche a suo modo raffinato, ma in tal senso ci pare assai poco casuale che “Calling You” sia stata successivamente utilizzata a commento di spot pubblicitari – pure Bagdad Café ricorda talvolta le patinate ricercatezze di uno spot anni Ottanta.

Adlon allenta fin da subito il passo del proprio racconto, sposando un ritmo narrativo che si affida a lunghi silenzi e all’enfasi sulle azioni narrate. Cerca fin da subito un linguaggio che guarda in un modo altro, evocando un universo definito dallo stesso autore come pervaso di “realismo poetico”. L’incipit vede una coppia di tedeschi che litigano in automobile in mezzo al deserto americano, tramite un découpage di fitte disinquadrature fortemente angolate. È una soluzione che ritorna più volte nel film, e che scompone la sequenza in numerosi frame dal montaggio rapidissimo. Adlon cita anche Salvador Dalì tra i suoi numi tutelari, e ne ha più di una ragione, soprattutto riguardo alla resa onirica del paesaggio e ancor più per l’utilizzo del colore. Si tratta in fondo della suggestione più forte dell’intero film; più volte intervengono infatti colori diversi a riempire la campitura del frame in un monocromatismo pressoché totale, come accadeva con le imbibizioni del cinema muto. Più volte interviene il rosso, ma c’è posto anche per l’azzurro e il giallo oro, quest’ultimo associato al deserto. Dalì è un riferimento anche per la gestione degli spazi filmici e profilmici. Complice il deserto americano con le sue distanze indefinite, Adlon sfonda spesso verso prospettive agorafobiche che intervengono a isolare ulteriormente i loro protagonisti. Bagdad Café è infatti anche un film dello spazio chiuso/aperto, dove la stazione di servizio con annesso motel si tramuta in unica location in cui confinare i suoi protagonisti.

A differenza però di altre opere dove lo spazio chiuso si tramuta in pessimistico detonatore di tensioni interpersonali, spesso a un passo o oltre l’esplosione della violenza, il film di Adlon trasforma il luogo unico in occasione positiva di incontro e riscoperta del piacere. La corpulenta tedesca Jasmin assume i tratti metaforici di una pompa d’acqua in mezzo al deserto. Lei riporta l’acqua nel deserto del motel di Brenda, riesce a far rifiorire il sorriso, il piacere per la vita e per la condivisione. Non a caso la sconosciuta tedesca sa anche fare giochi di prestigio, sineddoche ben precisa di spettacolo, intrattenimento, attrazione, meraviglia e stupore del vedere. Il gioco e la sua relativa illusione si tramutano nella fonte fondamentale di riscoperta del piacere.

All’isolamento dello spazio Bagdad Café abbina l’immobilità circolare del tempo. Adlon lo sottolinea tramite più di una soluzione, visiva e prettamente narrativa (basti pensare al leit-motiv del thermos in sostituzione della macchina del caffè fuori uso, più volte rifiutato da Brenda e più volte da lei ritrovato sul bancone del bar): nessuno dei personaggi ha un vero passato, o se ce l’ha, è menzionato per le pochissime tracce necessarie al racconto. Di Jasmin sappiamo pochissimo, mentre Brenda conserva tracce concrete di un vissuto pregresso giusto perché corre dietro a due figli che la fanno dannare. I personaggi di contorno, a partire dal Rudi Cox di Jack Palance, ex-scenografo di Hollywood conciato come un cowboy hippy, vivono bloccati nello spazio e nel tempo al Bagdad Café, incastrati in un’esistenza placidamente iterativa. Pure chi capita lì per caso finisce per rimanere incastrato in quel buco spazio-temporale, come il giovane turista col boomerang – elemento a sua volta dotato di un suggestivo movimento circolare. Si tratta però di uno stallo di crescente piacevolezza. Jasmin contribuisce a creare una gradevole oasi in mezzo al deserto, fondata sul gioco e sullo spettacolo in aperta e sproporzionata concorrenza con i fastosi intrattenimenti della vicina Las Vegas, fino al conclamato emergere di un vero e proprio show sul finale, in cui Jasmin e Brenda danno luogo a una sorta di mini-musical per il loro pubblico. Si tratta anche dell’incontro tra due macroscopiche aree culturali in un orizzonte volenterosamente allegorico, la vecchia Europa (Jasmin) sostanzialmente chiusa al nuovo e piena di incrostati pregiudizi, e la desolata America (Brenda), Terra di Nessuno, vuota, da conquistare e riempire, anche per questo terra di infinite opportunità che però si è tramutata in un tappeto di lattine d’olio. La claustrofobia europea vs. l’agorafobia americana: tema corposo e interessante che tuttavia, come un po’ tutto il film, resta evocato, affidato a intriganti suggestioni audiovisive, ma mai veramente messo in rilievo.

Opera dall’insistente gusto garbato e positivo, Bagdad Café neutralizza qualsiasi vero conflitto drammatico, conservando solo il più centrale, quello della diffidenza tra Jasmin e Brenda in progressiva demolizione, ma tenendolo sempre su toni tenui e rarefatti. La grammatica di Adlon cerca insistentemente l’astrazione, evocando a fianco di Dalì almeno in un caso anche la figura di Magritte (il primo arrivo in stanza di Jasmin) sposando dunque un orizzonte espressivo diffusamente surrealista. Tuttavia, domina un approccio dolciastro al racconto che non sempre sembra sincero, annegato com’è in un compiacimento visivo un po’ invadente e soffocante. Resta, questo sì, la preziosa presenza scenica di Marianne Sägebrecht, che grazie al sodalizio con Percy Adlon (con lui realizza anche Sugar Baby, 1985, e Rosalie va a far la spesa, 1989) conoscerà una certa notorietà un po’ in tutto il mondo, con qualche partecipazione anche nel cinema americano (vedasi La guerra dei Roses, 1989, Danny DeVito). Corpo boteriano di straordinaria ingenuità, la Sägebrecht scandisce e misura gli spazi filmici spesso rendendoli del tutto relativi e funzionali alla sua figura. Quel che manca è magari un guizzo in più che sollevi il film dal mero orizzonte del bozzetto bizzarro e curioso. Carino, gradevole, ma sostanzialmente esile, dal fiato corto, che lascia meno di quanto semina.

Versioni diverse: la versione adesso editata da CG in dvd e blu-ray presenta una durata di circa 109 minuti, e dovrebbe corrispondere dunque alla cosiddetta versione tedesca, quella originaria e completa. Si trovano notizie anche di una versione internazionale ridotta a 95 minuti. Visti gli ampi tempi narrativi adottati da Adlon, è probabile che nella versione ridotta si sia assunto un passo decisamente più spedito, in linea con una più convenzionale e corriva fruizione internazionale.

Extra:
Intervista a Percy Adlon (28′ 17”).
Info
La scheda di Bagdad Café sul sito di CG Entertainment.

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