Monrovia, Indiana

Monrovia, Indiana

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Presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2018, Monrovia, Indiana prosegue la sistematica mappatura degli Stati Uniti che Frederick Wiseman porta avanti instancabilmente e mirabilmente da mezzo secolo. Documentario di osservazione, decostruzione e ricomposizione, racconto della realtà, dei microcosmi e delle strutture sociali: il cinema di Wiseman, sempre uguale a se stesso, è un preziosissimo archivio collettivo, memoria da tramandare ai posteri.

Il cuore dell’America. Faith. Family. Country.

Monrovia, Indiana esplora una cittadina del Midwest rurale americano mostrando come valori quali servizi sociali, doveri, vita spirituale, generosità e autenticità siano plasmati, percepiti e vissuti parallelamente a una serie di stereotipi contrastanti. Il film offre una carrellata complessa e variegata della vita quotidiana di Monrovia insieme alla visione di uno stile di vita la cui impronta e forza non sono state sempre apprezzate o comprese dalle grandi città della East e della West Coast americana così come in altri paesi… [sinossi – labiennale.org]

Ancora una volta, Frederick Wiseman ci mette di fronte al suo cinema monolitico, quasi matematico, immutabile. Deve avere scoperto una sorta di formula matematica, di schema, di griglia che gli permette di osservare la realtà e di ricomporla sul grande schermo. Il cinema di Wiseman è immersione, affresco, puzzle pazientemente ricomposto. Meno fluviale rispetto ad altri lavori, Monrovia, Indiana ci restituisce un quadro incredibilmente soddisfacente ed esauriente di questo nuovo oggetto di studio, di questo microcosmo che è metafora di una buona fetta degli Stati Uniti – il suo cuore pulsante, in un certo senso, tra stridenti contraddizioni e innegabili grandiosità.
Osservando la cittadina di Monrovia, i suoi ritmi e i suoi abitanti, viene da pensare al cinema di Ulrich Seidl, a quello che avrebbe potuto fare il regista austriaco, a quanto avrebbe affondato il coltello. Questione di sguardo, di poetica, di politica. La grandezza di Wiseman forse sta proprio qui, nel suo sguardo neutrale, mai giudicante. Persino prevedibile nel suo essere limpidamente equidistante. Wiseman osserva e ci restituisce la complessità del mondo, mappandolo pellicola dopo pellicola. Un archivio mastodontico. Una memoria collettiva irrinunciabile.

Sembra di casa Wiseman, come il suo cinema. Due vecchi amici di Monrovia, concittadini che continuano l’opera di costruzione/preservazione del Midwest rurale, lontano da Est e Ovest, spesso dimenticato o sottovalutato. Placido, immutabile, conservatore.
Il quadro tratteggiato da Monrovia, Indiana non è certo sorprendente. È piuttosto la fotografia di uno stile di vita che sulle coste degli Stati Uniti è inevitabilmente mutato, si è aggiornato, qualcuno direbbe imbastardito. Balza agli occhi, ad esempio, la presenza di una sola donna di colore. Più fucili che persone di colore: la sequenza nel negozio di armi è emblematica, ma in due differenti direzioni. Eredità forse incancellabile del Selvaggio West, della Frontiera, della retorica della caccia e della difesa del (proprio) territorio, la diffusione capillare delle armi è uno dei segni distintivi degli Stati Uniti: una legge interna che è stata ben presto esportata all’esterno, nell’arrembante politica estera. Nell’armeria respiriamo però anche un’altra aria, persino fresca, paciosa, familiare e famigliare: Faith, Family & Country, la triade declinata con la carabina Winchester o con una più agile Smith & Wesson, vuole anche dire armonia, accoglienza, tradizione, vita rurale.

Mentre Errol Morris ci racconta con American Dharma l’America razzista e conservatrice di Stephen K. Bannon, tirando in ballo Sentieri selvaggi e larghe fette dell’immaginario cinefilo a stelle e strisce, Wiseman si disinteressa completamente delle sovrastrutture della politica e dei media, filmando quelli che sono i pronipoti dei coloni (pensiamo, tra viltà e nobiltà, alla carovana dei Coen ne La ballata di Buster Scruggs, in concorso a Venezia 2018), gli eredi dei mandriani. A Monrovia, per restare tra i western veneziani, sarebbero potuti tornare i fratelli Sisters (The Sisters Brothers).
Monrovia, Indiana guarda alla quotidianità, alle peculiarità, alla normalità. Come sua consuetudine, Wiseman lascia ampio spazio alle riunioni organizzative, alle decisioni collettive, agli ingranaggi – in questo senso, Ex Libris – The New York Public Library o National Gallery non sono diversi da Monrovia, Indiana. Dietro la decisione di realizzare o meno una rampa si cela una fitta rete di relazioni, di programmazione, di pianificazione: Monrovia è in piccolo quello che sono – dovrebbe essere – gli Stati Uniti. Discorso analogo per la singolare e spassosa asta di imponenti veicoli rurali, per le carrellate sul barbiere, per tutta una serie di riti, appuntamenti, routine.
In questa osservazione al microscopio, quasi scientifica, Wiseman trova lo spazio per metafora e poesia: l’incipit verso cielo, la chiusura terrena; il matrimonio, il funerale. Inizio e fine, il ciclo vitale di una terra che (lottando o meno) cerca di trovare un equilibrio tra passato e futuro, tra tradizione ed espansione.

All’interno della oramai vastissima mappatura wisemaniana, Monrovia, Indiana è una sorta di contraltare della multiculturalità di In Jackson Heights, altro volto degli Stati Uniti. Uno dei tanti. Ed è qui, nel confronto tra Monrovia, Indiana e In Jackson Heights, nella cristallina perseveranza del metodo, che possiamo per l’ennesima volta cogliere la portata umana e politica del cinema di Wiseman, la giustezza del suo sguardo, la distanza trovata e mai abbandonata. Una distanza che gli permette – e ci permette – di sfuggire da giudizi sommari, da moralismi fuori luogo, da incomprensioni culturali. Ha scritto Wiseman della sua esperienza in Indiana: «gli abitanti di Monrovia sono stati di grande aiuto, cordiali e calorosi, coinvolgendomi in tutti gli aspetti della loro quotidianità». Come il suo cinema: coinvolgente, cordiale, caloroso e di grande aiuto.

Info
La scheda di Monrovia, Indiana sul sito di Venezia 2018.
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