Il dilemma di Paperino

Il dilemma di Paperino

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Il dilemma di Paperino è un cortometraggio Disney del 1947 con protagonista in realtà non il marinaio pennuto – come indica erroneamente il titolo – ma la sua amata Paperina. Un lavoro esteticamente sorprendente e di grande spessore umano e perfino psicologico, il miglior parto creativo per il regista Jack King, qui al suo quart’ultimo lavoro prima del pensionamento da parte della Casa del Topo.

When You wish upon a Star

È primavera. Paperino e Paperina stanno facendo una passeggiata quando un vaso di fiori cade dall’alto di un palazzo direttamente sul cranio di Paperino. Il colpo subito fa divenire il papero un eccellente cantante, apprezzato dalle folle, ma allo stesso tempo getta Paperina nello sconforto più totale, perché il suo amato non la riconosce più e le lancia degli sguardi gelidi… [sinossi]

Il dilemma di Paperino, a distanza di oltre settant’anni dalla sua realizzazione, si dimostra uno dei più affascinanti ed esteticamente rilevanti cortometraggi dedicati dalla Walt Disney Productions a uno dei suoi migliori cavalli di razza, il “Pato Donald” – per utilizzare il nome con cui viene chiamato sia in Saludos amigos che ne I tre caballeros da José Carioca. Il film, che negli Stati Uniti venne proiettato in sala a partire dall’11 luglio del 1947 distribuito da RKO, conferma il rinnovato interesse della Casa del Topo nei confronti di Paperino, che negli anni finirà addirittura per soppiantare la fama televisiva di Topolino. Perfetta rappresentazione dell’americano medio – più del perfetto Mickey Mouse, ma anche del fin troppo sbalestrato Pippo, che pure avrà un ruolo non indifferente nella produzione breve Disney del periodo – Paperino è un piccolo borghese nevrotico, privo di una morale particolarmente sviluppata, gentile ma facile all’arrabbiatura, compagnone ma ben attento ai propri interessi personali. In un’epoca che sta sviluppando un sottile ma vivace cinismo perfino nell’estetica disneyana – soprattutto quella legata al cortometraggio – Paperino è il protagonista perfetta, come testimoniano al di là di ogni dubbio titoli quali Donald’s Crime (Il reato di Paperino), Cured Duck (Paperino e la pazienza), Lighthouse Keeping (Paperino guardiano del faro), ma anche i più tardi Bearly Asleep (Paperino, l’inverno e gli orsi), Donald in Mathmagic Land (Paperino nel mondo della matemagica), e The Litterbug (Paperino e l’ecologia) che nel 1961 mette la parola fine ai lavori brevi con Donald Duck come personaggio centrale.
In realtà, e questo è un dato a dir poco bizzarro, Il dilemma di Paperino prepara lo spettatore a qualcosa che a conti fatti non prenderà mai corpo sullo schermo. Non solo infatti Paperino non ha alcun dilemma da affrontare nei sette minuti durante i quali si sviluppa la narrazione, ma non è nemmeno il protagonista del cortometraggio. Un vero e proprio tentativo di sviare l’attenzione del pubblico, che l’italiano traduce letteralmente dall’originale Donald’s Dilemma. Ad avere un rovello che non permette di vivere in pace è Paperina, la sua fidanzata che aveva esordito sullo schermo nel 1940 in Mr. Duck Steps Out (Paperino e l’appuntamento) e si era progressivamente ritagliata uno spazio proprio, ben delineato. Lo squattrinato, iracondo e un po’ infantile Paperino aveva finalmente una controparte femminile in grado di restituirgli un determinato equilibrio, pur senza ricomporre la perfetta famiglia borghese incarnata dalla coppia più celebre di casa Disney, Topolino e Minnie.

Con una scelta del tutto distante dal canone produttivo della Disney il protagonista viene scalzato dal proprio ruolo, ridotto in un angolo, per concentrare l’attenzione su qualcuno che è sempre stato visto come comprimario, semplice spalla – in questo caso dello sviluppo sentimentale, per quanto sempre comico, delle vicende. Non rimarrà questa l’unica bizzarria di un cortometraggio esteticamente inappuntabile, diretto con mano quantomai ispirata da Jack King, che di lì ad appena un anno verrà pensionato (un po’ a forza, va detto) dalla Disney. Ma su questo si tornerà tra poco. L’occasione di poter lavorare su Paperino senza utilizzarlo come centro della narrazione – per quanto svolga un ruolo fondamentale, ma tutto riferito alla psicologia di Paperina – permette al team di orchestrare una vicenda dai toni loschi, vagamente malsani, perfino disperati in alcuni punti. E di poter allo stesso tempo ricorrere all’artificio cinematografico, sovvertendo il tempo e lo spazio. Il dilemma di Paperino infatti si svolge per la stragrande maggioranza del tempo in flashback, con Paperina che racconta la sua triste vicenda a uno psicologo: durante una passeggiata sottobraccio all’amato, un vaso è caduto da un piano elevato di un palazzo finendo proprio sulla testa di Paperino. Il gigantesco trauma non lo ha ucciso, ma l’ha reso un baritono di eccezionale bravura interpretativa, trasformandolo di punto in bianco in una stella di prima grandezza del mondo dello spettacolo. Ma il colpo subito non ha avuto come unico effetto quello di donargli una voce suadente e sublime: gli ha anche rimosso la memoria, cosicché Paperina è divenuta un volto qualsiasi nella folla, cui gettare anche uno sguardo di gelida supponenza.
C’è dunque un trauma da sviluppare, e già questo rende l’impianto narrativo lontano dalla prassi cui la Disney aveva abituato il proprio pubblico. La storia non prevede un accumulo di gag, né un crescendo comico di alcun tipo. Procede anzi seguendo da vicino la depressione sempre crescente di Paperina, incapace di accettare di aver perso per sempre il proprio innamorato. King si spinge dove nessun regista Disney aveva mai osato fare, giocando con l’immaginario più oscuro e mostrando la follia crescente in Paperina, la sua paranoia, gli istinti suicidi, l’anoressia, il disfacimento fisico e mentale. Lo fa con una grazia sardonica e densa di ironia, ma senza risparmiarsi nulla.

A sorprendere è anche il riferimento alla psichiatria, e il ricorso di un personaggio della scuderia disneyana al supporto psicologico di un esperto. È lui dopotutto a mettere Paperina di fronte al proprio dilemma: vuole che Paperino goda di questo inatteso successo che gli ha cambiato radicalmente la vita, rendendolo ricco e famoso, o preferisce riaverlo stonato e povero, ma tutto per sé. Quel “mio, mio, mio!!!!” che Paperina urla arrivando a sfasciare con un pugno il mappamondo nello studio dello psicologo da un lato è commovente, nella sua postura romantica, ma dall’altro possiede il ghigno sardonico della commedia più crudele: l’egoismo, in un modo o nell’altro (nel mondo post-trauma è Paperino a dimenticarsi della sua fidanzata per godersi il successo), trionfa sempre. Tra inquadrature a piombo, passaggi allucinati e un gran lavoro al montaggio Il dilemma di Paperino continua a muoversi in un mondo a parte in cui un vaso in testa non uccide ma rende cantanti provetti, e basta un altro trauma identico per tornare alla condizione preesistente, ma mostra la netta volontà di arricchire il discorso con un approfondimento psicologico che rende questo breve gioiello modernissimo, e spiazzante ancora oggi.
Come si scriveva dianzi l’anno successivo, il 1948, Jack King divenne un baby pensionato (aveva iniziato a lavorare per Disney nel 1929, ma per alcuni anni si era trasferito alla Warner Bros.), e questo risulta la sua quartultima regia per la Casa del Topo. Nome pressoché sconosciuto, come quello di molti registi che lavorarono per la Disney in quel periodo, King ha contribuito a rendere imponente l’immaginario legato alla famiglia dei Paperi: con lui andrebbe riconosciuto il merito ad altri registi quali Ben Sharpsteen, Dick Lundy, Jack Hannah, e Jack Kinney. Tutti nomi mai apparsi nei tracciati critici, ridotte a mere pedine dell’ingranaggio industriale disneyano; sarebbe ora di riparare a questo torto, e di approfondire un percorso cinematografico mai banale, un vero scrigno ricolmo di gemme. Esattamente dieci anni dopo il suo licenziamento, nel 1958, Jack King morì nella sua casa di Los Angeles. E venne dimenticato.

Info
Il dilemma di Paperino su Youtube.

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