A proposito di Henry

A proposito di Henry

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Storia edificante di uno squalo dell’avvocatura che, dopo essere stato a un passo dalla morte e aver perso la memoria, si riscopre uomo assai migliore di quanto non fosse prima dell’incidente, A proposito di Henry è un film per certi versi giustamente relegato in secondo piano, ma allo stesso tempo si inserisce nella fiaba capitalista degli Stati Uniti appena usciti dalla Guerra Fredda, e a pochi passi dal clintonismo. A dirigere Mike Nichols, che garantisce una qualità che altre produzioni similari non possono permettersi.

Lo smemorato di Manhattan

Henry Turner è un cinico avvocato newyorchese, che vive nel cuore di Manhattan. Sposato con Sarah, ha una figlia pre-adolescente, Rachel. Vero e proprio squalo dell’avvocatura, Henry è privo di scrupoli pur di raggiungere i suoi obiettivi professionali. Una sera, mentre si trova in un minimarket per acquistare le sigarette, si trova nel mezzo di una rapina, e il ladro gli spara due colpi di pistola. Al risveglio dal coma, alcuni giorni più tardi, ha completamente perso la memoria… [sinossi]

Mike Nichols è stato un cineasta prezioso, in grado di attraversare quattro decenni di produzione statunitense senza perdere mai completamente la bussola, portando avanti con coerenza uno sguardo sul mondo che è stato anche in grado di adagiarsi di volta in volta sui dettami e le richieste dell’industria. Dal clamoroso esordio Chi ha paura di Virginia Woolf?, in cui trasportava sullo schermo la commedia teatrale di Edward Albee affidandosi alla coppia per eccellenza di Hollywood (Elizabeth Taylor e Richard Burton), fino al conclusivo La guerra di Charlie Wilson, dove racconta senza troppi peli sulla lingua e affidandosi alla farsa l’appoggio dei democratici statunitensi ai mujaheddin afghani in chiave anti-sovietica, Nichols ha cercato di raccontare le distonie e le discrasie di una nazione che anche nella sua variante screziata di sinistra non ha mai davvero preso in considerazione la ridefinizione del sistema capitalista. Oltre ai titoli già citati, non si può sottacere in tal senso di opere quali Comma 22, Conoscenza carnale, Silkwood, I colori della vittoria, Una donna in carriera e ovviamente l’iconico Il laureato, assurto a punto di riferimento ideale di un’epoca e di un’intera generazione. Autore molto pratico, in grado di affrontare le derive cinematografiche più differenti e di maneggiare materiale di grana grossa con una levità che evita, anche di fronte a progetti sbilenchi e squadernati, di scadere nel retrivo – lo dimostrano Frenesie… Militari e Wolf – La belva è fuori, che nelle mani di molti altri cineasti sarebbero stati disastri in piena regola – Nichols è spesso stato trattato con sufficienza dalla critica, in particolar modo a partire dagli anni Ottanta, quando gli è stata “rimproverata” una predilezione per i palchi di Broadway rispetto ai set degli studi nell’assolata Los Angeles. Anche per questo alcune sue opere cinematografiche sono state dimenticate abbastanza in fretta, o comunque relegate in secondo piano, da Il giorno del delfino a Piume di struzzo, stanca ripresa de Il vizietto. Per non parlare di A proposito di Henry

Sotto il profilo strettamente cinematografico A proposito di Henry è un film dalla regia solida, e dall’impianto magari altrettanto forte ma senza dubbio prevedibile, del quale basta essere un minimo smaliziati per anticipare snodi, sviluppi, e ovviamente il finale. Fin dall’incipit, nel quale dopo lo zoom a incedere verso il palazzo di giustizia (movimento speculare a quello che conclude solo tre anni prima Una donna in carriera) si entra nel tribunale dove l’avvocato Henry Turner sta portando avanti la sua arringa conclusiva, rovinando per sempre la vita di un uomo che sa avere ragione, non si può non immaginare che nel corso del film ci sarà un contrappasso, e che Turner con il suo carico di cinismo e di bieco profitto personale (andando dunque contro la deontologia professionale) dovrà fronteggiare la questione morale, e il proprio senso di colpa. Un’intuizione resa ancora più evidente dalla scelta dell’attore chiamato a interpretare il suddetto Henry, Harrison Ford. Nel 1991 si è ancora ben lontani da Le verità nascoste di Robert Zemeckis, e se si esclude l’Allie Fox di Mosquito Coast (ma il film di Peter Weir ragiona sull’ossessione e sulla radicalizzazione dell’ossessione stessa), Ford non ha mai interpretato un villain: solo l’anno prima è stato “scagionato” dall’accusa di omicidio passionale in Presunto innocente di Alan J. Pakula, e un paio di anni dopo si ritroverà di nuovo nella stessa condizione di innocente braccato ne Il fuggitivo di Andrew Davis. Ford, incarnando tanto l’archeologo Indiana Jones quanto il contrabbandiere spaziale Han Solo nella trilogia di Star Wars, è l’eroe per eccellenza della Hollywood degli anni Ottanta, e poco importa se uno dei suoi primi ruoli riconoscibili sia quello di Bob Falfa in American Graffiti, lo sbruffone forestiero che sfida il pilota locale John Milner a una gara automobilistica clandestina. Insomma, Ford è l’eroe americano, e il suo primo piano mentre arringa la giuria – che ovviamente gli darà retta, perché il talento non può mai essere messo in dubbio – sta lì a tranquillizzare lo spettatore, sussurrandogli “non ti preoccupare, vedrai che tutto cambierà per il meglio”. Certo, per “migliorare” la situazione è necessario che un rapinatore spari due colpi a bruciapelo a Henry, mandandolo in coma e scombinandogli completamente la capacità mnemonica, ma questi sono dettagli.

Scritto dall’allora quasi esordiente J.J. Abrams, e dominato da un afflato democratico, in cui viene messo alla berlina un mondo dell’avvocatura nella cui descrizione tutti, a vario livello, sono squali, A proposito di Henry è il frutto di una visione progressista che non rinnega in nessun caso il capitalismo (le azioni di Henry sono negative in quanto moralmente riprovevoli, ma il sistema di per sé non lo si può mettere in dubbio) ma che ne ricerca all’interno una chiave di lettura favolistica, a suo modo non dimentica dell’esperienza di Frank Capra. Come ci si trovasse di fronte a un nuovo New Deal, Hollywood affronta la caduta del Muro di Berlino e la fine della strategia dei blocchi contrapposti prefigurando storie all’apparenza cariche di zone d’ombra ma in realtà risolvibili con tinteggiatura rosa confetto. È la nuova fiaba interclassista, promossa dal Capitale stesso, che prefigura la fine dell’egemonia politica repubblicana (i due mandati di Ronald Reagan, quello di George Bush padre) e anticipa la presa del potere da parte di Bill Clinton, fautore di quella visione globalista del progressismo che di fatto depotenzierà a livello mondiale la spinta del socialismo a favore di un centro-sinistra blando, annacquato, finanziario ben prima che sociale. A proposito di Henry, come già Pretty Woman e perfino Curly Sue di John Hughes (tutti usciti in sala negli Stati Uniti tra il marzo del 1990 e l’ottobre del 1991), è uno sguardo smaccatamente ottimista su un sistema irredimibile e mostrato in tutta la sua meschinità, eppure mai davvero posto sullo scranno dell’accusato. In un film che accarezza l’ipotesi del legal-movie – recintato però solo in un paio di sequenze – Nichols abbandona l’arringa, e si tiene la favola di un uomo che grazie a un paio di pistolettate ben centrate si riscopre buono. È lecito voltare le spalle a un film simile, ed è altrettanto lecito preferire eliderlo dalla lista degli irrinunciabili di Nichols: ma sarebbe sciocco non interrogarsi sulle motivazioni produttive profonde e politicamente tutt’altro che banali che l’opera contiene al proprio interno, e che sono senza dubbio più interessanti del pur grazioso ravvedimento di un avvocato. D’altro canto alla ridefinizione del concetto capriano di cinema non sfuggiranno in quegli anni neanche i fratelli Coen, come dimostra il pur a tratti sulfureo Mister Hula Hoop. Ma questa è un’altra storia…

Info
A proposito di Henry, il trailer.

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