L’inglese

L’inglese

di

Solido action thriller urbano, noir e vengeance movie, L’inglese di Steven Soderbergh è un lucido ed elaborato apologo su quel che resta della controcultura: ormai più nulla, i sopravvissuti hanno saccheggiato e svenduto tutto.

Dov’eri nel 1967?

Fresco reduce da nove anni di carcere nelle patrie galere, il britannico Wilson si reca a Los Angeles per scoprire chi ha ucciso sua figlia Jenny, trovata morta in circostanze sospette. Con l’aiuto di un ex truffatore ed ex compagno di un corso di recitazione della ragazza, Wilson scopre che Jenny aveva una relazione con Valentine, un produttore discografico di mezza età senza scrupoli e in affari con la mafia locale. [sinossi]
Hai mai sognato un posto dove non ricordi di essere mai stata?
Un posto che forse esiste solo nella tua immaginazione.
Un posto lontano, che ricordi a malapena quando ti svegli.
Eppure, arrivandoci, conoscevi la lingua, ti orientavi bene?
Ecco, questi erano gli anni ’60.
Anzi, più precisamente tra il 66 e l’inizio del 67.
Terry Valentine (Peter Fonda) in L’inglese

Un posto dove non siamo mai stati, eppure ne conosciamo la lingua e ci orientiamo bene. Un posto che forse esiste solo nell’immaginazione. Ma non per questo è meno reale, meno vero. Si nasconde una perfetta metafora del cinema nella sagace descrizione di cosa siano stati gli anni ’60 che il personaggio di Terry Valentine (un luciferino Peter Fonda), offre alla sua giovane amante in L’inglese di Steven Soderbergh. Quando uscì sul grande schermo, nell’ormai lontano 1999, si parlò di un neo-noir con spiccata propensione per le tematiche del Postmoderno. Oggi, a distanza di oltre vent’anni, L’inglese non appare affatto invecchiato, né legato a quella particolare corrente teorico-critica, è piuttosto uno tra i numerosi, brillanti episodi dell’ormai nutrita filmografia del suo autore, Steven Soderbergh.

Come di lì a breve (nel 2001) David Lynch avrà modo di ricordare nel suo Mulholland Drive, anche qui tutto prende le mosse da un classico topos del noir losangelino: una giovane donna è vittima di un incidente stradale sull’arteria panoramica che sovrasta la città. In questo caso però la donna ci lascia la pelle e le circostanze del decesso non sono affatto chiare. Per far luce sull’accaduto, e reclamare vendetta, arriva in città il padre della ragazza, il britannico Wilson (Terrence Stamp), fresco reduce dalle patrie galere di sua maestà. Il plot de L’inglese si innesca dunque su un meccanismo da revenge movie su cui si inseriscono poi decise sfumature western: con uno “straniero” che approda in città per ristabilire la (sua) legge, discorsi sulla lealtà, fuga on the road e l’inevitabile duello finale. La fotografia dorata firmata dal maestro Ed Lachman trascina poi lo spettatore in non-luoghi senza tempo, pronti a riempirsi di altre storie, e di altro cinema. A partire da quello di Jean-Luc Godard, da sempre nume tutelare delle sperimentazioni colte e sagaci di Soderbergh, che infatti è un cinefilo e filmmaker ostinatamente onnivoro e cerebrale, che tende a smorzare la propria tendenza al film-saggio con ampie pennellate di entertainment, rielabora i generi, si prodiga in citazioni mai troppo esibite, nella consapevolezza che nulla è originale né deve esserlo, che il cinema come riproduzione dell’immaginario (in questo caso quello sessantesco) è assai più esaltante e soddisfacente di qualsiasi “realtà”, e in fin dei conti non c’è una realtà più affascinante e significativa del cinema stesso.

E dunque ecco che sin dall’incipit, nel presentarci il suo protagonista, Soderbergh si prodiga in brevi flashback e altrettanto fulminei flashforward, jump cut, ponti sonori, piani d’ascolto sfalsati, in quella frammentazione spazio-temporale che lo studioso e semiologo del cinema Christian Metz aveva identificato nel suo primo apparire in Il bandito delle 11 (Pierrot le fou, 1965) di Jean-Luc Godard, appellandola come sintagma dislocato o sequenza potenziale (dato che lì venivano mostrate possibilità poi non realizzate).

Mentre la caccia all’uomo del suo protagonista prosegue inesorabile, L’inglese mette in opera poi una vera e propria dissertazione sulla memoria, che da un punto di vista tecnico visivo si esprime in una brillante analisi sulle possibilità del flashback quale elemento del linguaggio cinematografico, mentre su un versante storico-sociologico, affonda nella memoria collettiva dei tardi anni ’60 anzi, come dirà il villain Terry Valentine: “più precisamente tra il 66 e l’inizio del 67”. I due aspetti, tendono poi a mescolarsi in un amalgama unico, profuso di disincanto.

Se inizialmente i flashback di Wilson con immagini della figlia bambina, tra sfocature dell’immagine e riflessi luminosi sembrano far riferimento al b-movie o al giallo italiano anni ’60 e ’70, ecco poi che questi ricordi vengono ricondotti in maniera ancor più specifica al cinema (sì, sembra proprio che per Soderbergh non ci sia altra realtà possibile), alla storia del cinema, attraverso lacerti estratti da Poor Cow. Nel film che segnò l’esordio di Ken Loach proprio nell’anno 1967, troviamo infatti un giovane Terence Stamp, ladruncolo prossimo a finire in galera, colto in idilli familiari con la donna amata e un infante. Certo, nel film di Loach si trattava di un maschio, ed era figlio della donna soltanto, ma in fondo poco importa, quello che Soderbergh intende qui comunicarci è che non c’è memoria fuori dal cinema per Terence Stamp/L’inglese, nè per il suo nemico/alter ego, il Terry Valentine incarnato da Peter Fonda. Icona della controcultura eternificata da Easy Rider di Dennis Hopper (1969), Fonda nel 1967 – anno attorno al quale ruota dunque tutto ciò che accade, dentro e fuori da L’inglese – era sul famigerato set di The Trip di Roger Corman, pellicola lisergica devota all’LSD, alla cultura giovanile dell’epoca (sul set faceva capolino anche una copia de L’urlo di Allen Ginsberg) e all’indimenticabile Summer of Love che ebbe luogo, ça va sans dire, proprio in quell’anno.

Ma quei sogni di pace e amore universale entrambi i personaggi li hanno abbondantemente traditi. Wilson d’altronde è finito in prigione per aver rubato l’incasso di un concerto all’arena di Wembley dei Pink Floyd, paladini della psichedelia britannica e quel denaro sta ora maturando interessi in un conto offshore, quanto a Valentine, che non a caso è qui il “cattivo” della situazione, lui ha fatto ben di peggio: ha speculato sui movimenti musicali della controcultura degli anni ’60, li ha impacchettati e venduti al supermercato. Inoltre ha le mani in pasta nel traffico di droga, che lascia gestire a dei criminali di periferia poco raccomandabili.

Defunta a parte, l’unico personaggio innocente de L’inglese sembra essere il criminale da strapazzo di origini latine incarnato da Luis Guzmán, sodale di Wilson nella sua caccia all’uomo, in virtù del fatto che è stato compagno di corso di recitazione della figlia. Questo personaggio indossa nel corso del film una serie di interessanti t-shirt, tutte con l’effige di personalità spiccatamente anti-imperialiste e anti-americane del calibro di Che Guevara e Mao Tse Tung. In questa creatura naif Soderbergh identifica forse l’unica possibilità di redenzione per una società anglosassone che ha abbondantemente depredato e svilito i propri miti, rinnegando se stessa.

Quale ulteriore nota a margine, vale la pena citare che il braccio destro di Valentine è incarnato da Barry Newman, anche lui, come Peter Fonda, è stato protagonista di un road movie simbolo della contro cultura: Punto zero (Vanishing Point, 1971) di Richard C. Sarafian. Ma si potrebbe andare avanti forse all’infinito nel setacciare i numerosi riferimenti, talvolta assai sottili, che concorrono a creare un così ricco e significante sfondo narrativo, tutto fatto di altro cinema (impossibile poi non pensare alle sortite italiane di Terence Stamp nei ’60 con Teorema di Pasolini e Toby Dammit di Fellini, e fa una comparsata qui anche un simbolo della factory warholiana quale Joe Dallesandro).

Testo aperto a infinite esplorazioni, L’inglese lancia innumerevoli input allo spettatore, input di ricerca, affinché approfondisca, se gli fa piacere, per saper meglio apprezzare tutti gli ingredienti di cui il film è composto.

No, non è un gustoso amalgama di sapidi ingredienti L’inglese, è un thriller-action avvincente e splendidamente diretto, la conferma di un autore che sa farsi contenitore di altro cinema, che ama certo rielaborare i generi, ma che in fondo, con un afflato umanista e pacifista, di puro stampo sessantesco, crede senza remore che esista un solo grande macrogenere, il cinema, e una sola temporalità, la storia del cinema, al di fuori non c’è niente, per lo meno non di altrettanto interessante.

Info:
Il trailer de L’inglese

  • l-inglese-1999-steven-soderbergh-01.jpg
  • l-inglese-1999-steven-soderbergh-02.jpg
  • l-inglese-1999-steven-soderbergh-03.jpg
  • l-inglese-1999-steven-soderbergh-04.jpg
  • l-inglese-1999-steven-soderbergh-05.jpg
  • l-inglese-1999-steven-soderbergh-06.jpg
  • l-inglese-1999-steven-soderbergh-07.jpg
  • l-inglese-1999-steven-soderbergh-08.jpg
  • l-inglese-1999-steven-soderbergh-09.jpg
  • l-inglese-1999-steven-soderbergh-10.jpg

Articoli correlati

  • CiakPolska 2019

    toby dammit recensioneToby Dammit

    di Celeberrimo episodio di chiusura del film a sei mani Tre passi nel delirio, Toby Dammit è l'occhio di Federico Fellini aperto sul mondo del cinema in modo sempre più sgranato, traumatizzato e delirante. Presentato alla Casa del Cinema all'interno dell'omaggio a Józef Natanson organizzato da CiakPolska.
  • Venezia 2019

    Panama Papers

    di Nel ripercorrere le oscure dinamiche dello scandalo dei Panama Papers, Steven Soderbergh inscena un vero e proprio film di denuncia, ferocemente cinico, sfrontatamente militante. Un prodotto Netflix in concorso a Venezia 76 e in sala a ottobre.
  • Berlinale 2018

    Unsane RecensioneUnsane

    di Presentato fuori concorso alla Berlinale 2018, Unsane di Steven Soderbergh è un thriller/horror che gioca con un mezzo tecnico apparentemente limitato (l'iPhone) e con il labile confine tra consapevolezza e ossessione, realtà e incubo.
  • Roma 2017

    La truffa dei Logan RecensioneLa truffa dei Logan

    di Riflessione sugli strumenti del cinema e il loro inesauribile potere, La truffa dei Logan di Steven Soderbergh è un heist-movie rocambolesco e sfrenato. Alla Festa del Cinema di Roma.
  • Torino 2016

    Ed Lachman intervistaIntervista a Ed Lachman

    A Torino abbiamo incontrato Ed Lachman, eclettico e talentuoso direttore della fotografia che a partire dagli anni Settanta si è affermato come uno dei migliori interpreti al mondo della sua professione, e che sotto la Mole è il presidente di giuria per quest'edizione del festival.
  • DVD

    Tre passi nel delirio

    di , , Numero 100 della collana "Il piacere del cinema" a cura di Vieri Razzini, Tre passi nel delirio è un omaggio alla narrativa di Poe che inanella due episodi superficiali e trascurabili (di Vadim e Malle) prima di congedarsi con un piccolo capolavoro felliniano. In dvd per Teodora e CG.
  • Archivio

    Dietro i candelabri (Behind the Candelabra, 2013) di Steven SoderberghDietro i candelabri

    di Prodotto dalla HBO e presentato a Cannes, il biopic di Soderbergh su Liberace esce finalmente nelle sale italiane. Notevoli Douglas e Damon.
  • Archivio

    Effetti collaterali

    di Effetti collaterali è un film sulla malattia, sulla fobia dei singoli e della collettività, sul morbo psicologico e morale che dilaga a tutti i livelli, anche ai piani alti. È, in un certo senso, un Contagion meno eclatante, invisibile e più spaventoso...

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento