Unsane

Presentato fuori concorso alla Berlinale 2018, Unsane di Steven Soderbergh è un thriller/horror che gioca con un mezzo tecnico apparentemente limitato (l’iPhone) e con il labile confine tra consapevolezza e ossessione, realtà e incubo. Sempre alle prese con un’asticella da alzare e nuovi territori da sondare, Soderbergh firma un film a basso budget allucinatorio, claustrofobico, via via sempre più stratificato, sorprendentemente attuale.

Effetti collaterali

Sawyer Valentini, una giovane donna in carriera, lascia la sua città natale per sfuggire a un passato travagliato e iniziare un nuovo lavoro. Quando si affida involontariamente a un istituto psichiatrico, si trova di fronte alla sua più grande paura – ma è reale o è solo la sua delusione? Con nessuno apparentemente pronto a crederle e le autorità incapaci o riluttanti ad aiutarla, Sawyer deve affrontare le proprie paure. Percezione della realtà, istinto di sopravvivenza e un sistema che dovrebbe prendersi cura di noi… [sinossi]

Evidentemente non basta un po’ di zucchero a Steven Soderbergh, la pillola non vuole proprio andare giù. Nel mettere in scena il sistema (sanitario), il polivalente cineasta statunitense si è sempre agevolmente infilato tra le crepe, ha enfatizzato le distorsioni, ha setacciato in lungo e in largo fino a scovare propaggini incancrenite. Sono zone poco chiare, anche oscure, quelle dei vari Contagion, Effetti collaterali e Unsane. Capace di cambiare budget, genere e registro da una pellicola all’altra, il cinema di Soderbergh non ha mai avuto paura di immergersi nelle ossessioni, scavando sotto la pelle dell’apparente normalità – certo, Effetti collaterali, ma anche e soprattutto Bubble, legato a doppia mandata a Unsane per la solita e inarrestabile voglia di sperimentare del cineasta di Atlanta. Sperimentare e spiazzare.

É infatti programmaticamente spiazzante Unsane. Ancor prima di essere un prodotto tecnicamente sui generis (anche se…), il nuovo film di Soderbergh ci prende per mano e ci costringere a seguirlo, a correre, a cambiare spesso direzione: chi è Sawyer Valentini? Chi è realmente l’infermiere apparentemente pacioccone che Sawyer accusa? Quanto si confondono realtà e incubo, lucidità e paranoia?
In una pellicola (no, non è più una pellicola) che intreccia stalking e social media, alimentati dalla vitale centralità del cellulare, il paradosso è dietro l’angolo: cancellare le proprie tracce è l’atto più rischioso, l’invisibilità è il peggiore dei nemici – con la complicità/incapacità del sistema, ovviamente. Unsane ci mette di fronte alle nostre pillole digitali, alla dipendenza dal cellulare, dalla rete. Alla trasfigurazione dei cellulari e della rete. Soprattutto dei social, specchi che non riflettono la nostra immagine ma che alimentano il nostro ego, ci proteggono e ci espongono, proiettando verso l’esterno ingannevoli avatar. Un’immagine/avatar – ecco un altro paradosso – che può attirare altrui ossessioni. E, di paradosso in paradosso, sfuggire al digitale (non) è la risposta: emblematica e spassosa, in tal senso, la sequenza col cameo di Matt Damon nei panni di un esperto in casi di stalking. Via da tutto, via da Facebook, Twitter, WhatsApp e qualsiasi cosa vi venga in mente. Alla larga dalla possibilità di essere digitalmente riprodotti. Come naufraghi su un’isola deserta. Come Sawyer nella camera blu, sequenza chiave per tutto il discorso analogico/digitale, originale/avatar, carnefice/vittima, nonché definitivo rovesciamento di (in)visibilità e controllo.

Il corridoio della paura soderberghiano, accostabile per alcuni spunti narrativi a The Ward – Il reparto, ma inevitabilmente assai distante dalla messa in scena carpenteriana, gioca con un’altra finzione: l’iPhone è il punto di partenza, anche specchietto per le allodole, di un processo creativo che deve per forza utilizzare altro, lavorare le immagini, uniformarle. La sfida, se così vogliamo chiamarla, è comunque ampiamente vinta: Unsane è un film costruito sulle dimensioni ridotte di un cellulare, sull’instabilità delle sue immagini, su quella precisa grana, sulla resa del colore (ancora quel blu). E su quelle dinamiche psicologiche che possono proiettarci con un cellulare verso il mondo o totalmente al di fuori della realtà: connessione e disconnessione, un equilibrio spesso precario. Dipendenze, ossessioni, paure. Unsane è (più di) un thriller con vaghe venature horror. Il genere, ancora una volta, come terreno prediletto per sondare la realtà.

Info
La scheda di Unsane sul sito della Berlinale.
Il trailer originale di Unsane.
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