Galveston

Galveston

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Galveston nasce dalla penna di Nic Pizzolatto, noto ai più per aver scritto True Detective. Crime movie nerissimo a cavallo tra Louisiana e Texas, il romanzo è divenuto film grazie a Mélanie Laurent, con la quale pare che Pizzolatto abbia avuto a che ridire. Se i motivi del contendere sono ignoti, il risultato finale è comunque molto interessante, sia per la bella caratterizzazione dei personaggi sia per una regia calibrata, mai sensazionalistica eppure capace di scavare in profondità nel cuore oscuro dell’America. Bravo Ben Foster, di una tragica luminosità Elle Fanning.

Arriva l’uragano

Roy Cady, a cui è stato diagnosticato un tumore terminale, è un delinquente al servizio di Stan, un boss di New Orleans. Sopravvissuto a una trappola ordita da Stan per liberarsi definitivamente di lui, Roy fugge incontrando Rocky, una giovanissima prostituta. I due partono avendo come meta Galveston nel Texas ma facendo tappa a Orange dove Rocky ha un conto da regolare con il patrigno. [sinossi]

I crediti ufficiali di Galveston riportano, alla voce “sceneggiatura”, il nome Jim Hammett. Un nome fittizio, lo pseudonimo dietro il quale si cela l’identità di Nic Pizzolatto, autore anche del romanzo da cui il film è stato tratto. Pare che Pizzolatto, che i più ricordano come creatore e sceneggiatore delle fortunate serie di True Detective, abbia scelto di non firmare lo script con il proprio nome non riconoscendosi nell’interpretazione data al film da Mélanie Laurent, qui al quarto film da regista – il primo in terra statunitense e sempre il primo di cui non si è occupata della sceneggiatura in prima persona. Quale che sia la verità e l’entità dello screzio tra scrittore e regista, è interessante notare come Galveston dissemini lungo il suo percorso una serie di tracce tipicamente “nere” cui poi sceglie volontariamente di non assegnare un peso specifico all’interno della narrazione. Lo spettatore che si aspettasse di veder seguiti alla lettera i dogmi del genere verrà sicuramente spiazzato, forse persino deluso dallo svolgimento di un film che si apre, e non è un caso, non su un’azione criminale ma su una semplice visita oncologica. Roy Cady, che nella vita fa lo scagnozzo di un boss di New Orleans (e si è fatto le ossa a vent’anni gestendo le scommesse clandestine di Louisiana e Mississippi, come ricorda lui stesso), è davanti alle lastre con le tracce del tumore polmonare che gli è stato diagnosticato. Inizia con una morte in divenire, Galveston, non con un atto umano: un uomo che per lavoro è pronto a uccidere per il suo capo sa che di lì a qualche tempo (mesi? Anni?) un male incurabile verrà a reclamare il conto. Di fronte a questo incipit appare evidente come l’intenzione di Laurent non sia quella di muoversi nel percorso preordinato del genere, ma semmai di sfruttarne le atmosfere e i codici per tentare una riflessione sull’umano, le sue paure e pulsioni, la sua capacità di gestire l’idea della morte.

Non manca certo di buchi o di passaggi a vuoto, questo noir sudista, ambientato in squallidi bar e ancor più squallidi motel (quello in cui si rifugiano Roy e Rocky, la prostituta diciannovenne che ha salvato da morte certa, riporta alla mente gli scenari di The Florida Project di Sean Baker). Davvero il capo di Roy, interpretato da Beau Bridges – sempre un piacere vederlo sullo schermo –, organizza una plateale trappola per il suo sottoposto solo per potergli sfilare da sotto il naso la fidanzata? E com’è possibile che un uomo così abituato a dover far perdere le proprie tracce cade nell’errore banale di utilizzare un telefono facilmente tracciabile per parlare con il medico che gli ha diagnosticato il cancro? Si potrebbe continuare, ma si perderebbe di vista il punto fondamentale della questione. Questa fuga disperata ma a suo tempo dolcissima di un uomo e una ragazza – e della sorellina di lei, strappata alla violenza del patrigno a colpi di pistola – non ha alcun interesse reale a illuminare il proprio lato di genere. Beau Bridges ha una funzione, quella di essere il capo “cattivo”, e tale funzione svolge, senza ulteriori appigli. Perfino il tumore svolge una funzione, quella di costringere Roy a ritrovare un rapporto con se stesso prima ancora che con l’esterno. In questo strano connubio di romanzo di formazione a suo modo impossibile ed elaborazione di un lutto ancora in divenire Laurent trova le coordinate per un racconto livido, cupissimo, dove la speranza va cercata con il lumicino e la si può ritrovare – forse – solo nel cuore della tormenta.

La regia svolge in tal senso un ruolo fondamentale: ieratica ma non spaventata dalle sporcizie con cui deve avere necessariamente a che fare, preferisce lasciare la violenza quasi sempre fuori campo – il colpo di pistola che si ode rimbombare nella casa a Orange, Texas, in cui crebbe Rocky, le torture patite da Roy e dalla stessa ragazza nelle mani degli uomini del malavitoso – e concentrarsi sulle notti al neon, sui pianti liberatori nella vasca da bagno, sui tuffi in piscina, in un’attesa eterna di qualcosa che probabilmente non potrà mai concretizzarsi come si vorrebbe. In questo spazio palpita davvero il cuore di Galveston, sogno pre-morte di un uomo già condannato e di una ragazza già perduta. Ben Foster è perfetto nel ruolo dell’uomo disilluso ma che contiene ancora umanità nella profondità dello sguardo, ma è Elle Fanning a illuminare la scena, con una posa tragica che tracima da ogni sorriso radioso, da ogni impeto di vita. Ci sono voluti oltre due anni prima che il film trovasse spazio anche nelle sale italiane, ma come si suol dire “meglio tardi che mai”. Perché Galveston, al di là delle sue “dimenticanze” in fase di scrittura, è una dolorosa lirica declamata nel pozzo nero del mondo, dove ci si trova costretti a dibattersi tra liquami d’ogni tipo.

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Galveston, il trailer.

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