Careless Crime

Careless Crime

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Il quarantaduenne iraniano Shahram Mokri si conferma con Careless Crime uno dei talenti più interessanti in giro per il mondo. Qui torna a ragionare sul concetto di tempo, ordendo una narrazione che parte da un fatto tragico realmente accaduto (un incendio doloso in un cinema di Abadan che nel 1978 provocò oltre quattrocento vittime) per arrivare a riflettere sul senso stesso del cinema, e della costruzione del racconto attraverso l’immagine. In concorso a Orizzonti nella Mostra di Venezia.

La scatola magica

Quarant’anni fa, durante la rivolta per rovesciare il regime dello Scià in Iran, i dimostranti diedero fuoco alle sale cinematografiche in segno di protesta contro la cultura occidentale. Molti cinema furono dati alle fiamme. In un tragico episodio, venne bruciato un cinema con quattrocento persone all’interno, la maggior parte delle quali furono arse vive. Sono passati quarant’anni e nell’Iran dei nostri giorni quattro individui decidono a loro volta di dar fuoco a un cinema. Il loro obiettivo è una sala in cui si proietta un film su un missile dissotterrato e inesploso. Il passato e il presente si incontreranno? [sinossi]
E sono ormai convinto da molte lune
dell’inutilità irreversibile del tempo
Rino Gaetano, Tu, forse non essenzialmente tu

Careless Crime è ovviamente il quarto lungometraggio del quarantaduenne Shahram Mokri, con il quale il cineasta iraniano torna in concorso a Orizzonti alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia a sette anni di distanza da Fish & Cat, che ottenne anche un riconoscimento speciale dalla giuria. Careless Crime è però anche un film dell’epoca del muto, che racconta dell’incendio che si propaga in un magazzino per colpa di un fumatore incallito che non sa rinunciare al vizio della sigaretta. Allo stesso tempo Careless Crime è il film che in una sala cinematografica sta per essere proiettato per la prima volta al pubblico: il regista è sempre Shahram Mokri, ça va sans dire, ma il film nel film è il racconto di un militare che da quando per errore ha ucciso la propria figlia investendola in retromarcia ha eliminato qualsiasi specchio o specchietto nel quale poter osservare attraverso il riflesso. È su questo Careless Crime, e sulle prove che nella sala vuota si stanno facendo sullo schermo (l’esercente, facendosi beffe di tutte le regole sulla sicurezza, ha intenzione di aumentare notevolmente i posti in sala, arrivando addirittura a mille), che si apre il vero (?) film di Mokri. È sulle immagini di una sala vuota e di uno schermo bianco che si apre il film, il ritorno alla regia del regista iraniano a tre anni di distanza da Invasion, che pochi notarono – almeno in Italia – nel febbraio del 2017 al passaggio alla Berlinale, dov’era ospitato nel concorso di Panorama. È forse il destino di Mokri quello, almeno per ora, di essere preso in considerazione solo per i concorsi secondari, per le porte di servizio – per quanto nobili esse siano – dei festival: già Fish & Cat avrebbe meritato di poter dire la sua per il Leone d’Oro, in un’annata tutt’altro che memorabile della Mostra, e Invasion si sarebbe distinto nel concorso berlinese. Ancor più assurda appare la scelta di precludere le porte del concorso nella Mostra 2020 a Careless Crime, nell’anno in cui l’Iran torna in competizione con Sun Children, il pedissequo film sull’infanzia che Majid Majidi ha diretto con le spalle del tutto protette dal ministero della cultura di Teheran. Si è scelta la strada meno impervia, ma anche quella meno affascinante, e che meno peso avrà negli anni a venire e nel corso del tempo.

E proprio il tempo una volta di più si dimostra l’epicentro narrativo attorno al quale ruota la speculazione filosofica e la ricerca del senso dell’immagine di Mokri. Era così in Fish & Cat, che in un unico piano sequenza aveva l’ardire di giocare con il tempo, mettendo in scena il presente e il passato in una reinterpretazione del flashback “in scena” che lasciava a bocca aperta; era così anche in Invasion, per quanto la riflessione sul long take passava dall’interrogarsi sui ghiribizzi del tempo e si divertiva – il concetto di divertimento, nel cinema di Mokri, è tutt’altro che secondario, e non deve in nessun caso essere interpretato come una negazione della serietà, o in una rinuncia a una complessità del tutto consapevole – a inserirsi negli spazi riempiendoli/svuotandoli. Ed è così anche in Careless Crime, per quanto questa volta il regista decida di rinunciare a lavorare su un’unica sequenza priva di stacchi di montaggio. Ogni singola sequenza di cui è composto questo film iper-frammentato – e in cui la frammentazione serve a puntellare di tasselli una detection impossibile, perché travalica i paletti della storia e sconfina in quelli della Storia, come si avrà modo di scrivere tra poco – a sua volta in realtà ragiona sullo spazio e sul tempo privi di cesure, sul movimento unico e sull’unico movimento possibile, quello del cinema che non può che progredire nel tempo anche quando questo lo rigetta indietro, nelle pastoie di un passato che è sempre, in maniera terribile e dolorosissima, anche presente. E quindi replicabile. Si interroga sulla reiterazione Mokri, lo fa rimettendo in scena il medesimo avvenimento cambiando la prospettiva della camera – il tempo riciclato dunque per essere rinnovato nell’apparente staticità dell’azione –, ma anche costruendo una stupefacente sequenza in cui la linea di dialogo si ripete sempre uguale, spostando però avanti e indietro il tempo, e dunque la costruzione del dialogo stesso. Il suo senso, la sua essenza più profonda.

Brillante conoscitore del meccanismo dell’intrattenimento, Mokri non è un cineasta rinchiuso nella torre d’avorio del proprio talento, auto-indulgente ed egotico. Il suo sguardo anzi si sposta verso i territori del cinema popolare fin dall’esordio Ashkan, the sacred (charmed) ring and other stories (2009), dove dirottava i detriti del pulp ancora putrescenti nell’aria in direzione di una commedia survoltata e impensabile dalle parti di Teheran. Cos’è Fish & Cat d’altro canto se non una personale interpretazione dei dettami dello slasher movie? E dove si colloca Invasion se non nel crime movie poliziesco? Letto in quest’ottica Careless Crime allarga le potenzialità della sua narrazione: è un film politico, nell’accezione più ampia e stratificata del termine; una commedia surreale che sembra flirtare con le fiabe ancestrali della cultura persiana, dominate da fatti incredibili (qui c’è un laghetto di montagna che non riflette l’immagine) e da personaggi oscuri, come la strega visibile solo per un istante – e ovviamente in un’azione ripetuta – dal povero militare interpretato da Babak Karimi; è un thriller, dove si dovrà arrivare a scoprire se i quattro debosciati che vogliano appiccare un incendio in sala riusciranno nel loro turpe intento; ed è anche e soprattutto un film sul cinema stesso. Quasi si muovesse avendo come numi tutelari Abbas Kiarostami e Steven Spielberg – sposalizio quantomai bizzarro e per questo incredibilmente fertile, testimoniato dalle inquadrature/omaggi delle locandine di Close-Up e Lo squalo – Mokri cerca una via intellettuale al popolare, o se si vuole ribaltare il tutto una via popolare alla teoresi che ne determina lo sguardo. Il cinema, pare affermare Mokri, è un momento senza tempo, un circuito chiuso dal quale non si può mai davvero uscire, e che tutto lega e tutto determina. In questo avvitarsi vertiginoso del tempo su se stesso, in un ardimentoso andirivieni che in pochi hanno osato tentare – e che appare quasi come una risposta, assai più abissale, all’avanti-indietro di Christopher Nolan e del suo TenetCareless Crime osa l’elaborazione di un ragionamento che annulla il tempo non per trovare il Cinema, ma per riscoprire la Storia dell’Iran moderno, e gli orrori che l’hanno attraversato. Nel film nel film c’è un missile caduto da chissà dove, e forse risalente alla guerra tra Iran e Iraq – o forse no. Ma soprattutto Mokri affida la sua intera riflessione a un fatto storico acclarato, e dolorosamente celebre in patria. Il 19 agosto del 1978 il cinema Rex di Abadan (nel sud-ovest dell’Iran, nel Khūzestān, conosciuta per la crisi che vide quasi sul piede di guerra Gran Bretagna e Iran tra il 1951 e il 1954) venne dato alle fiamme mentre era in programmazione Gavazhna (The Deer) un grande successo di pubblico diretto da Masoud Kimiai e interpretato dalla star di prima grandezza del pantheon iraniano Behrouz Vossoughi. Quella strage, dove morirono oltre quattrocento spettatori tra le fiamme, fu una delle micce che spinse il paese verso l’Enqelāb, la rivoluzione islamica del 1979 che cacciò lo scià sostituendolo con la Repubblica capitanata dall’ayatollah Ruhollah Khomeyni.

Non è la prima volta che Mokri prende spunto da fatti di cronaca per costruire le sue narrazioni, ma mai finora aveva esplicitato con tanta forza la sovrapposizione possibile tra le violenze di quarant’anni fa e lo stato attuale della Repubblica. Il fatto che lo faccia una volta di più smarcandosi completamente dalle logiche estetiche e strutturali del cinema iraniano, sia esso d’autore o d’intrattenimento, è utile per comprendere quanto preziosa sia la sua testimonianza in immagini. Il Cinema, unica arma che può congelare il tempo e lo spazio e muoverli a proprio piacimento per riscrivere – chissà – la Storia stessa, è l’ultima risorsa per una nazione che sta perdendo progressivamente e in maniera per ora irreversibile la sua laicità. Careless Crime, mille film in un film solo, gioco di prestigio, trucco che lascia sbalorditi e che conferma il talento cristallino del suo autore, è la rivendicazione di un’alterità, l’esondazione dalla prassi, la riottosa e sempre libera (ri)costruzione del vero, attraverso l’artificio più grande che l’uomo abbia inventato, l’immagine riflessa del reale. Un film così potente e unico avrebbe meritato di partecipare al concorso principale di Venezia, dove sarebbe stato uno dei concorrenti più credibili alla vittoria finale.

Info
Careless Crime sul sito della Biennale.

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