Tenet

Tenet è un Mission: Impossible mutaforma, un Bond che rinuncia volontariamente alle sue Bond-Girl, un action che sprona la mente, che sfida l’intelletto dello spettatore, rovesciando il rapporto causa/effetto. Il film di Nolan si muove lungo molteplici direttrici e ci invita chiaramente a non cercare di capire, ci suggerisce di seguire il nostro istinto, di immergerci nel flusso delle immagini e di trovare nuove coordinate per accedere a un mondo altro.

Tota Essentia Numero Est Tracta

Armato solo di una parola – Tenet – e in lotta per la sopravvivenza di tutto il mondo, il Protagonista è coinvolto in una missione attraverso il mondo crepuscolare dello spionaggio internazionale, che si svolgerà al di là del tempo reale. Non un viaggio nel tempo. È Inversione [sinossi]
Mi sentivo anche pronto ad affrontare un film di spionaggio, cosa che ho sempre voluto fare.
Sono cresciuto amando questo genere di film; è un ramo della narrativa che trovo divertente ed eccitante.
Ma volevo dare un tocco diverso al genere, apportare qualcosa di nuovo.
Per spiegare il nostro approccio potremmo dire che Inception sta ai film sulle rapine
come Tenet ai film di spionaggio.
– Christopher Nolan

In fin dei conti, basterebbe questa dichiarazione di Nolan per mettere a fuoco Tenet. Allo stesso modo, basterebbero cinque parole per districarsi tra i cunicoli spazio-temporali dell’ultima fatica nolaniana: sator, arepo, tenet, opera, rotas. Il quadrato del Sator, il quadrato magico, un inestricabile palindromo che puntella la sceneggiatura di Nolan e che anticipa e spiega il concetto di inversione.
Torniamo al creatore, al sator. Nolan cita Inception, parla di approccio nuovo, di passioni, della declinazione dei generi. Tenet è la chiave d’accesso e al tempo stesso la summa del cinema di Nolan, un autore dalla poetica palindroma, immerso come i suoi personaggi (in Inception avevamo il regista DiCaprio, qui abbiamo il Protagonista) in un universo espanso, liquido, stratificato, circolare. In questo senso, non siamo interessati alla possibile evoluzione del cinema di Nolan, ma alla sua capacità di sfuggire alla ripetizione, allo stallo creativo, alla trappola insita nel palindromo stesso.

Il cinema bigger than life di Nolan è la sua lente d’ingrandimento per osservare il mondo e gli uomini, per sondare l’abisso dello Spazio e l’animo umano. Sotto l’abbacinante superficie di Tenet, coi suoi duecento milioni di euro, i set sparsi in sette nazioni diverse e le coreografie action di perturbante complessità, ritroviamo la trottola di Inception, il dolore dell’estrattore Cobb, la centralità della famiglia e degli affetti. Ci arriva pian piano Tenet, ma poi ci lascia quelle stesse lacrime, gli oggetti feticcio, i ricordi. Il cinema-cattedrale di Nolan sarebbe un inutile esercizio estetizzante senza il suo cuore pulsante.

Legato al passato e proiettato verso il futuro, il cinema nolaniano si presenta agli occhi dello spettatore come apparentemente indecifrabile, fin troppo complesso, per alcuni persino respingente. Eppure, nonostante poche informazioni e un trailer alquanto trattenuto, Tenet è il film della ripartenza, è il titolo che smuove l’interesse del grande pubblico internazionale, dei media, dei cinefili. Più di Villeneuve, che è meritatamente riuscito a toccare con mano Blade Runner e Dune (dimostrandosi con Blade Runner 2049 all’altezza dell’inscalfibile monolite scottiano), e anche più di Tarantino, Nolan è una calamita potentissima, è un nome che sovrasta la sua stessa opera. Tutti vedranno Tenet, tutti vedranno il nuovo film di Nolan. Alla luce di alcune scelte ben poco mainstream (pensiamo al ralenti esasperatissimo di Inception, sulla carta improponibile per un blockbuster), il cinema di Nolan è una sorta di rivoluzione, di inversione. Autore fin dai suoi primi passi, Nolan ha modellato a sua immagine e somiglianza il concetto di blockbuster, trasformandosi nel seminatore che nel campo governa le ruote celesti. Appunto, Tenet.

Tenet è un Mission: Impossible mutaforma, un Bond che rinuncia volontariamente alle sue Bond-Girl, un action che sprona la mente, che sfida l’intelletto dello spettatore, rovesciando il rapporto causa/effetto. Muovendosi lungo molteplici direttrici, Tenet si offre come metafora dei precari equilibri di oggi e dell’eredità che lasceremo domani; come chiave di lettura del cinema passato e futuro di Nolan; come riflessioni asettica e geometrica sul mondo che vediamo, che percepiamo, che riusciamo a immaginare; come spettro della Guerra Fredda che è stata e che potrebbe nuovamente essere. Tenet costruisce e decostruisce, frammenta e deframmenta, lasciando allo spettatore la scelta dei dettagli, della visione, dei ricordi.

Tenet ci invita chiaramente a non cercare di capire, ci suggerisce di seguire il nostro istinto, di immergerci nel flusso delle immagini e di trovare nuove coordinate per accedere a un mondo altro. Ancora una volta (e ancora una volta sulla scia di Satoshi Kon, la sua controparte animata), il cinema di Nolan ragiona su se stesso, sulla fabbrica dei sogni, su quella sospensione spaziale e temporale che è (o può essere) la Settima Arte. Tutto è possibile in una sala cinematografica, davanti a uno schermo, possibilmente IMAX e 70mm – le dimensioni contano nell’universo nolaniano: imponente, quasi soverchiante, ma mai al di sopra dei personaggi e degli spettatori. Come Inception o Interstellar, Tenet è la sorprendente declinazione di una smisurata idea di cinema, tonitruante eppure minimalista, sospesa tra fantascienza e melodramma familiare, capace di plasmare il tempo, lo spazio, i generi cinematografici – Tenet è un cubo di Rubik che smonta e rimonta action e spy story, noir e science fiction, trascinandoci da una parte all’altra del mondo, da un teatro dell’opera a un teatro di guerra, dal presente al futuro, dal futuro al passato. Un flusso di immagini e stimoli che difficilmente possiamo rintracciare nel cinema mainstream.

Info
Il trailer di Tenet.

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