Dune

A distanza di oltre trent’anni dalla sua realizzazione, e in attesa di scoprire come avrà tradotto in immagini la stessa storia Denis Villeneuve, Dune è un film negletto, abbandonato al suo destino; si finge per lo più che non sia neanche diretto da David Lynch, quasi esistesse in una zona liminare, un recinto al di fuori della realtà oggettiva. Ma, nella catastrofe produttiva in cui il film piombò, ben lontano dal ripagare gli sforzi economici di De Laurentiis, l’adattamento del capolavoro letterario di Frank Herbert è la dimostrazione di come Lynch non si sia fatto piegare dalle regole dell’industria, partorendo un film fantasy-fantascientifico che si muove nel magma dell’onirico, lasciando che la narrazione sia solo il pavimento su cui sparpagliare, e agitare, la Visione.

Il pianeta della Spezia

Nell’anno 10191, sotto le pressioni della potente Gilda Spaziale, l’imperatore di tutte le galassie destina la famiglia Atreides al governo del pianeta Arrakis, detto anche Dune, tanto inospitale (non esiste acqua, e bisogna vivere indossando speciali tute che riciclano i liquidi corporei) quanto fondamentale per le sorti di tutto l’impero; dalla sabbia di Dune, infatti, si estrae il “melange”, droga che allunga la vita e, soprattutto, consente ai piloti della Gilda spaziale di annullare il tempo e compiere così i loro lunghissimi viaggi. Della famiglia Atreides fa parte anche il giovane Paul, figlio del duca Leto il giusto, che dalla madre (appartenente a sua volta a una casta privilegiata, capace di leggere il futuro), ha ereditato poteri straordinari, ancora però, per Paul, in embrione al momento del suo arrivo su Dune. La missione affidata dall’imperatore agli Atreides è, in realtà, una trappola, poiché su Arrakis subiscono l’attacco del malvagio barone Arkonnen, che li distrugge. Si salvano solo Paul e la madre, i quali trovano rifugio presso i Fremen, gli abitanti-paria di Arrakis che, silenziosamente, preparano la loro riscossa, e che in Paul riconoscono l’uomo che, secondo le profezie, li dovrà guidare… [sinossi]

Da oltre trentacinque anni, da quel dicembre del 1984 in cui Dune uscì nelle sale statunitensi, si è fatto a gara tra chi ha cercato di ridimensionare il tentativo di portare in scena il capolavoro letterario di Frank Herbert. Gli appigli dopotutto erano molti, a partire ovviamente dalla catastrofe economica che fece seguito ai dati ufficiali del botteghino, visto e considerato che il film fu ben lontano dal ripagare gli sforzi economici compiuti da Dino De Laurentiis e da sua figlia Raffaella. In queste decadi anche i fan duri e puri di Lynch si sono tenuti con circospezione a debita distanza da Dune, trincerandosi semmai – e solo quando chiamati direttamente in causa – nel comodo bunker dell’incomprensione autoriale, e sottolineando come le idee di Lynch fossero state completamente disattese al montaggio. Insomma, nella vulgata degli aficionados il film non sarebbe riuscito perché non si possono tarpare le ali di un artista, pena il fiasco colossale. Nel difendere Lynch – che di avvocati difensori difficilmente ha bisogno – anche molti dei suoi appassionati cultori si sono dimenticati che forse in quell’opera così all’apparenza sbilenca, su cui grava una storia produttiva non priva di elementi oscuri, si può comunque annidare il germe della poetica lynchiana, quel campo a se stante del reale in cui il cinema dell’artista statunitense ha trovato nel corso del tempo la propria dimensione ideale. Certo, è impossibile paragonare il Lynch del 1982 (anno in cui viene messo sotto contratto da De Laurentiis per portare a termine l’adattamento di Dune) con quello che nel corso del ventennio seguente riscriverà completamente le regole dell’immaginario cinematografico: già solo Velluto blu, il film che girerà per riprendersi dallo smacco del fallimento, sembra provenire da strani e lontani eoni rispetto a questo mastodonte produttivo che avrebbe voluto spingere ancora più in là, nelle intenzioni iniziali, il viaggio nello spazio profondo e siderale intrapreso da Hollywood con la saga di Guerre stellari – e Lucas avrebbe voluto proprio Lynch come regista de Il ritorno degli jedi: ma con ogni probabilità sarebbe stato licenziato in tronco al primo tentativo di insubordinazione, quindi non val la pena lanciarsi nel grande gioco cinefilo del “immagina se…” –, alla ricerca del punto di fusione ideale tra le istanze della scienza (il viaggio nello spazio, gli universi, le galassie, i pianeti e le stelle) e le necessità spettacolari del fantasy. In tal senso le reminiscenze tolkeniane di Lucas troveranno un riverbero in altre operazioni produttive a cavallo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio del decennio successivo, come dimostrano tra gli altri il generalmente sottostimato Flash Gordon di Mike Hodges musicato dai Queen (e prodotto anch’esso da De Laurentiis) e, perché no, anche il tanto vituperato Starcrash – Scontri stellari oltre la terza dimensione di Luigi Cozzi. Ma non è facile maneggiare un materiale espanso e dettagliatissimo come Il ciclo di Dune, che Herbert portò a termine nell’arco di venti anni, tra il 1965 e il 1985 (La rifondazione di Dune, ultimo racconto prima della morte dello scrittore, venne data alle stampe l’anno successivo alla traduzione in immagini partorita da Lynch). Lo sa bene Alejandro Jodorowsky, che arrivò a un passo dal produrre il suo adattamento creando un progetto che solletica ancora oggi i sogni inconfessabili di ogni cinefilo, e che ha contribuito con la sua (non) esistenza a gettare discredito sul film di Lynch. Anche perché Jodorowsky ammise candidamente di averlo trovato terribile, senza lasciare dunque molto all’interpretazione. Sarà difficile confrontarsi con questa opera megalitica della scrittura anche per Denis Villeneuve, che dopo rilavorato l’immaginario di Blade Runner si è lanciato anima e corpo nella nuova riduzione di Herbert. Si vedrà con quali risultati.

È facile, a molti livelli, trattare Dune come un’opera non riuscita. Si è giustificati, nel farlo, dalle opinioni dello stesso Lynch, che ha più volte ribadito come faccia fatica a considerarla un’opera completamente sua (anche se afferma il falso chi sostiene che vi abbia tolto la firma: si fa riferimento, in quel caso, solo ai montaggi delle versioni allungate pensate per i passaggi televisivi di fine anni Ottanta, e con cui non avendo alcuna voce in capitolo Lynch preferì relazionarsi estraendo dal cilindro il nome di Alan Smithee, lo pseudonimo per antonomasia in voga in California); da quelle di Herbert, che dichiarò di essere insoddisfatto del lavoro portato a termine sulla sua creatura; da quelle degli stessi De Laurentiis, tutt’altro che felici del risultato finale. Fa però sorridere come nell’attaccare frontalmente Dune in molti, ivi compresi un buon numero di lynchiani, si abbarbichino alla mancanza di una narrazione coerente, che rende il tutto estremamente farraginoso, e dunque di difficile comprensione. Certo, non v’è dubbio che sotto il profilo logico il film presenti qualche buco, o per meglio dire un’eccessiva sovrabbondanza di informazioni che finiscono, invece che per agevolare lo spettatore, per porsi come un ostacolo. Si può dunque con facilità obiettare come Dune non possieda il ritmo esaltante e la fluidità del racconto della già citata prima trilogia di Star Wars, pur toccando alcune tematiche comuni – e non è un mistero che Lucas sia stato un avido lettore di Herbert. Il punto però non è tanto rimarcare le mancanze all’apparenza strutturali del film di Lynch, ma semmai chiedersi perché questo squilibrio è così evidente. Tutta colpa delle sforbiciate in sala montaggio effettuate contro la volontà del regista? Improbabile, e c’è un elemento che suffraga questa impressione: anche Velluto blu verrà ampiamente ridotto in moviola, buttando al macero praticamente metà del film inizialmente pensato da Lynch. Eppure non vi è traccia di buchi, di accumulo di informazioni, di scricchiolii strutturali. Sorprende come in pochi, nel corso di questi quasi trentasei anni, abbiano avuto la voglia o forse l’accortezza di studiare più in profondità Dune, senza fermarsi sulla superficie. Si è compiuto lo stesso errore commesso dagli Harkonnen, che hanno visto nella piana desertica di Arrakis null’altro che sabbia a perdita d’occhio, disinteressandosi tanto dei Fremen quanto di domare il verme delle sabbie, passaggi ineludibili per divenire i custodi della Spezia. Non si è scavato in profondità, snobbando il film in quanto prodotto industriale laddove Lynch è uno dei pochi registi statunitensi a poter godere di una collocazione nell’empireo autoriale “all’europea”. Cos’ha a che spartire in fin dei conti Lynch con l’industria? È vero che il film immediatamente precedente, The Elephant Man, lo aveva portato addirittura a concorrere per otto premi Oscar – di cui nessuno ottenuto – ma si trattava in ogni caso di una produzione indipendente, voluta da Mel Brooks.

Se Dune mette nero su bianco l’incompatibilità tra Lynch e la macchina hollywoodiana classicamente intesa, il film rappresenta il più disperato e genuino atto di non compromissione di un cineasta che non vuole in nessun modo relegare la propria identità poetica in un ruolo secondario. La narrazione, di cui Lynch si è impadronito scacciando gli sceneggiatori imposti dalla produzione, non fa altro che toccare alcuni punti chiave: cos’è la Gilda Spaziale, a cosa serve la Spezia, cos’è Arrakis, chi sono Atreides e Harkonnen, qual è il compito che tocca a Paul (interpretato dal giovanissimo Kyle MacLachlan che diventerà, nel corso degli anni, il volto più riconosciuto e riconoscente del cinema lynchiano). Basta. Nient’altro. Proprio per non perdersi in spiegazioni eccessive, e in inutili perdite di tempo – perché la logica esasperata fa perdere tempo alla creazione dell’immaginario – il regista affida quasi tutto quello che è necessario sapere per chi non avesse avuto modo di leggere il libro a un incipit in cui su un fondale di stelle appare il volto della Principessa Irulan Corrino, che è poi quello della ventitreenne Virginia Madsen. “Il principio è un periodo di delicati equilibri” esordisce la principessa, in un passaggio semplicissimo che contiene al proprio interno una lunga serie di rimandi cinematografici. C’è ovviamente l’agone, tutto interno a Hollywood, con la saga lucasiana, che principia sempre dalle scritte che si muovono nello e verso lo spazio (“Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana…”); c’è la memoria di Charles Laughton e del suo sommo La morte corre sul fiume; c’è infine la riflessione sul concetto di cosmo, e dunque di creazione, che Lynch porterà avanti nel corso del tempo. Nello spazio si apriva Eraserhead – La mente che cancella, e sulle stelle appariva la madre di John Merrick che declama Nothing Ever Dies di Tennyson in The Elephant Man. Per Lynch lavorare sullo Spazio non ha nulla a che vedere con i viaggi interstellari dello Sci-fi: è un’ipotesi spirituale, così mistica che annulla e rende sterile anche la religione che è tratto così dominante nell’opera di Herbert. Per sottolineare questo aspetto il regista arricchisce le scarne informazioni della narrazione – già elencate in precedenza – non attraverso lo sviluppo degli eventi, ma ricorrendo alla stasi. I suoi personaggi vivono fasi oniriche che sono strettamente collegate a ciò che accade nella realtà ma nondimeno possono ricorrere a un altro tempo, a un altro ritmo, a un’altra concezione dei luoghi: in questo reiterato ricorso al sogno, al suo essere un’altra realtà e non la negazione della stessa, Dune rivendica la sua appartenenza compiuta e perfettamente sensata alla poetica di Lynch. Poco importa che ci siano di mezzo pianeti desertici, lotte per la successione, messia che fanno finalmente arrivare la pioggia e chi più ne ha più ne metta. Quelle sono solo le concessioni che devono essere fatte al committente, la scusa per non essere rimossi dal proprio incarico. In realtà, con una dimostrazione visionaria che non ha eguali nel cinema statunitense dell’ultimo quarantennio, Lynch riesce in un’operazione titanica: affrontare un gigante letterario – di un genere molto identificativo come la fantascienza – e scavarlo, come un verme si immerge nella sabbia, fino a renderlo completamente proprio. Certo, alcuni aspetti della trama non tornano e determinati passaggi risultano oscuri. Ma stiamo parlando di cinema o di ferrea logica matematica?

Info
Dune, il trailer originale.

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