City Hall

City Hall

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A novant’anni Frederick Wiseman torna con City Hall a Boston, la sua città natale, per aggiungere un tassello alla sua gigantesca mappatura del sistema sociale e politico statunitense, e al significato di “cosa pubblica”. Fuori concorso alla Mostra di Venezia.

I bostoniani

La Municipalità di una delle più antiche e importanti città degli Stati Uniti, Boston, con i suoi servizi ai cittadini e i suoi problemi da risolvere, i suoi progetti e i suoi vincoli finanziari, il linguaggio delle istituzioni e quello delle persone comuni. E se sul seggio più importante siede il sindaco democratico Martin J. Walsh, uno dei più grandi registi americani racconta la politica nella sua città natale… [sinossi]

Ripensandolo adesso Monrovia, Indiana (2018) sembra un po’ la “prova generale” di City Hall, l’ultimo documentario del grandissimo Frederick Wiseman presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia. Ovviamente non è così e potremmo tirare in ballo Belfast, Maine(1999) per ricordare quanto piaccia al regista raccontare comunità e cittadine. Soltanto, al piccolo comune dell’Indiana che ha votato al 70% per Donald Trump nel 2016, ha in questo caso fatto dialettico seguito il racconto della “grande” Boston, città natale del regista, che ha votato Hillary Clinton al 60% e che vede sullo scranno del sindaco un tizio che è l’antitesi assoluta di Trump. Se in Monrovia, Indiana Wiseman poteva poi sistematizzare in 143 minuti la vita della piccola polis e addirittura mostrare nella seconda parte del film le conseguenze di alcune decisioni prese nelle assemblee mostrate all’inizio, in City Hall nessun “episodio” si può chiudere nei 275 minuti di durata (il regista ha realizzato oltre 100 ore di riprese) perché i progetti, i servizi, le piattaforme programmatiche e di mandato di una città così grande sono lenti, articolati e rilevanti. Due mondi politici e due dimensioni comunitarie diversissime, due racconti cittadini e due corpi elettorali decisamente differenti. C’è però qualcosa di scopertamente politico che aleggia in City Halle un po’ pare di avvertirlo, Frederick Wiseman, di sentirne non solo la consueta presenza scrutatrice ma di percepirne una volontà di indirizzo come se filmando la sua città, a 90 anni il regista si mettesse anche un pochino dentro al quadro. Certo in City Hall ritroviamo lo stile wisemaniano in tutta la sua pienezza eppure raramente il regista ha realizzato un lavoro così orientato: oltre a raccontare ingranaggi, riunioni, ideali e disservizi, City Hall non pare poter prescindere da Washington e dalla presidenza Trump. Dunque accanto alla presentazione delle voci di spesa della città, alle riunioni sugli sfratti, alle discussioni con i cittadini dei quartieri e alla parata per la vittoria dei Red Sox, centrale è il ruolo del sindaco, il democratico Martin J. Walsh, che diventa personaggio più di quanto non siamo abituati a vedere nei documentari del regista.

Accanto alla consueta dimensione sociale e corale, in City Hall Wiseman mostra come un politico democratico possa e debba muoversi all’interno di due coordinate irrinunciabili – e per noi europei spesso esotiche e incomprensibili – per gli Stati Uniti d’America: l’amor di Patria che porta al sacrificio di guerra e l’assodato ruolo residuale del pubblico in una società fondata sulla proprietà privata. Il sindaco Martin J. Walsh è di origini irlandesi, da bambino ha avuto un tumore e da giovane è stato alcolista, è un uomo che parla partendo spesso dalle proprie esperienze, ma solo per condividere e mostrarsi vicino a tutti: perché Walsh è un sindaco inclusivo, che fa servizio alla mensa dei poveri, sa di vivere in una città di disuguaglianze e che è suo dovere metterci mano, sa che le cose non sono giuste e che la politica deve cercare di raddrizzare quel che è storto. Nella sequenza più bella di City Hall – in cui si respira la stessa identica aria del bistrattato e invece magnifico Last Flag Flying di Richard Linklateril sindaco “chiude” una serata dedicata alle difficoltà di reinserimento che incontrano i veterani di guerra parlando del proprio problema con l’alcol e di quanto sia difficile chiedere aiuto, aprirsi agli altri, dire quanto si stia soffrendo. A differenza di chi ha parlato prima di lui, Walsh non è mai stato in guerra, ma usa la retorica – come in tutte le altre situazioni in cui lo sentiamo in pubblico – per mandare il giusto messaggio, per veicolare qualcosa di buono, per dire ciò che è bene per la comunità politica. La sequenza si conclude con la foto di rito, assieme al sindaco e i veterani che hanno portato la loro testimonianza dentro una sala del Municipio che contiene documenti risalenti all’arrivo dei Pilgrim Fathers o dipinti che raccontano la storia degli Stati Uniti. Una storia di armi e guerre, di immagini e retorica. Nell’epoca della “post-verità” trumpiana, Wiseman mette in scena un sindaco dalla parola e dal volto umani ma che sa bene quali artifici usare, quasi a suggerire di non lasciare “scoperto” l’apparato retorico su nessun fronte, dallo sport al rispetto del sacrificio personale nella nazione più belligerante del pianeta. Riappropriarsi in maniera consapevole e onesta del discorso pubblico è essenziale per il governo della città e della Nazione.

Ugualmente Walsh e i suoi collaboratori si trovano a dover fronteggiare tagli su tagli da parte del Governo, riduzioni ai trasferimenti cui si accompagnano incontri con portatori di interesse, imprenditori, università private, ossia i soggetti da convincere per avere il denaro necessario a realizzare i progetti del Comune, specie quelli più lungimiranti e di medio periodo dunque nell’immediato meno redditizi (come spiega il primo cittadino quando parla della necessità di difendere Boston da eventuali calamità e dagli effetti dei cambiamenti climatici). Cantore delle istituzioni, unico baluardo contro le disuguaglianze e le ingiustizie, Wiseman immortala il suo sindaco nel tentativo di convincere l’alta borghesia cittadina e i ricchi wasp a contribuire al bene della collettività in un momento storico in cui il pubblico è sempre più debole. In tutti i casi, che sia davanti al reduce triste o a una signora ingioiellata cui si chiede denaro, Martin J. Walsh sfodera retorica (una delle parole più usate dal sindaco è storytelling; l’altra è resilience) consapevole però che bisogna cambiare la realtà e non l’immagine delle cose (lo dice esattamente in questi termini a un collaboratore: una frase poco scontata, di questi tempi in America). Ci sono tutti i ceti sociali in City Hall e sono ben diverse le riunioni tra chi ha denaro e a cui il sindaco, presenziando al consesso, chiede di erogarlo, e chi non lo ha, a cui di solito si fa finta di chiedere un’opinione su un tema e, anziché il sindaco, è qualche collaboratore di quartiere a presentare proposte in realtà già deliberate. Non esiste un film di Wiseman in cui a un elemento non venga contrapposta la sua antitesi problematica e dialettica: il tentativo di buon governo è onesto, ma la città ha bei problemi sclerotizzati e la disuguaglianza sociale è terrificante. I paradossi si moltiplicano. Moltissimi dei progetti che i soddisfatti responsabili del Comune presentano sono solo ipotesi o servono a compiere il primo passo sperando che diventi strutturale in futuro, ma non sono destinati a cambiare il mondo in breve tempo né facilmente e spesso necessitano di sponsor. D’altra parte inserire le minoranze nei bandi, per legge, non ha portato a colmare il divario tra i bianchi già ricchi, che partono con commesse da 20 milioni di dollari, e un latinos che dopo 30 anni di duro lavoro fa ancora il subappalto del subappalto: la scena della riunione in cui un imprenditore si lamenta di questa palese ingiustizia è uno dei momenti in cui meglio si manifesta l’altra “polarità” fondamentale di City Hall, l’elemento che nessuno storytelling da sé può mutare, ossia la brutale concretezza dei rapporti di forza. Eppure la scena si conclude con un rappresentate istituzionale che ricorda quanto sia importante continuare ad analizzare la situazione, fare studi sulle attuali disuguaglianze per perfezionare la legge capendo quale strumento giuridico sia il più utile per l’obiettivo. Una risposta amministrativamente ineccepibile che non renderà però più contento l’imprenditore che, per etnia e ceto di origine, non è destinato a fare i soldi a Boston. Nell’ultima parte del film Wiseman affastella più scene in cui la contraddizione si mostra esaustivamente (come anche quella, splendida, del “public debate” in un quartiere poverissimo dove sta per aprire un negozio che vende cannabis): City Hall non consola, non fornisce facili appigli (quando mai, del resto, Wiseman ne ha forniti…). Se è vero che il regista immortala oggi, nell’anno delle presidenziali, il sindaco Walsh con il suo orizzonte ideale, è anche vero che non dimentica le storture storiche della Nazione, talmente radicate da rendere difficilmente incisiva l’azione politica, a maggior ragione se le istituzioni pubbliche vengono sempre meno supportate e al privato è (ri)consegnato integralmente il destino del Paese.

Ha un’aria da opera finale City Hall, omaggio di Wiseman alla città in cui è nato, al suo centro, ai suoi negozi multietnici, alla sua composizione assolutamente mista sebbene redditi e patrimoni stiano da una parte sola. In questo omaggio il regista pare voler metterci dentro tutto il possibile e l’immaginabile, dalla raccolta dei rifiuti alla supervisione dei tecnici del Comune sulle costruzioni e le ristrutturazioni, in maniera persino un po’ troppo compilativa come se dovesse mostrarci il lavoro della maggior parte degli uffici comunali. Interessantissime sono invece tutta una serie di nozioni di pratica politica, di quelle che fanno poco notizia ma che invece segnano la vita delle persone e di cui veniamo a conoscenza a causa delle criticità che comportano: Trump ha abolito agevolazioni specifiche per la copertura dei farmaci sulle malattie croniche o di lungo corso, Trump ha invertito l’onere della prova a carico dello sfrattato per rendere più facile cacciare le persone in difficoltà economica, Trump ha tagliato il filo diretto con i sindaci e le amministrazioni locali che c’era sotto Obama, una cosa che rende molto molto più difficile rilevare e correggere le criticità (possiamo vederla come vogliamo, ma chi ha girato City Hall detesta Trump il che è difficilmente scindibile dall’anno elettorale). Per concludere non si può che rilevare quanto non sia possibile giudicare un film di Wiseman come oggetto slegato da un’opera irreplicabile, lunga più di 50 anni, la più grande testimonianza filmata sullo Stato e le istituzioni americane dagli anni Sessanta, un libro d’immagini incalcolabilmente prezioso. In questo contesto non negoziabile, che rende Wiseman semplicemente uno dei più grandi registi della storia del cinema, City Hall non è forse il film più affascinante del regista, ma è soltanto un altro pezzo del suo cinema, l’ennesima opera documentaria che cattura lo sguardo dall’inizio alla fine e ci fa vivere per qualche ora a Boston, l’ennesimo flusso visivo, dialettico e politico, di rara complessità intellettuale.

Info
City Hall sul sito della Biennale.

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