I protagonisti

I protagonisti

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Speciale Senza il cinema. Con il cinema.
Dopo aver raccontato l’America attraverso il ritratto dell’industria musicale in Nashville, Robert Altman mette in pratica un processo non dissimile sul cinema. I protagonisti è il babelico scandaglio di Hollywood, in cui ogni elemento, fosse anche legato alla tragedia della vita (la morte, l’omicidio) non può far altro che svolgersi attraverso la finzione, la rappresentazione edulcorata del “vero”. Con un cast corale di divi su cui però domina l’interpretazione di Tim Robbins, I protagonisti segna anche il ritorno di Altman a un budget corposo, dopo le alterne fortune produttive degli anni Ottanta.

Rapporto confidenziale

Griffin Mill è caposceneggiatore e produttore di una grande major hollywoodiana. Ricco, potente, sbruffone, un giorno inizia a ricevere cartoline minatorie probabilmente inviate da uno scrittore di cui Mill ha scartato un soggetto. Mill è spaventato e inizia a ragionare su chi potrebbe essere il vendicativo drammaturgo: lo individua in David Kahane e decide di affrontarlo andandolo a cercare, una notte, in un cinema di Pasadena… [sinossi]

“È un film comico, politico…ed è un thriller. È tutte queste cose assieme”. Una delle frasi che sentiamo negli oltre otto celeberrimi minuti di piano sequenza con cui si apre I protagonisti suggerisce i generi che attraverserà proprio il film che stiamo per vedere. Profferita da uno dei tanti sceneggiatori che espongono i loro soggetti negli uffici della Major per cui lavora Griffin Mill (un mefistofelico, bravissimo Tim Robbins, premiato a Cannes come miglior attore), l’ironica frase anticipa però solo uno degli aspetti del lavoro che ridiede gran spolvero alla carriera di Robert Altman (premiato a Cannes per la regia) dopo quegli anni Ottanta in cui il cineasta di Kansas City ebbe un ruolo sicuramente più laterale (a prescindere dalla qualità, talvolta molto alta, dei film realizzati in quel Decennio) rispetto agli anni Settanta di cui fu protagonista. È infatti da Popeye – Braccio di ferro con Robin Williams (1980) che il regista non ha a disposizione un budget sostanzioso e ha di fatto attraversato la decade da indipendente, da outsider sempre mal digerito dagli Studios. Con qualche milione di dollari in più, Altman mette in piedi un nuovo marchingegno destinato a farsi notare parecchio perché I protagonisti non è solo una commedia politica e un thriller, ma è un meta-film, un film su Hollywood, su quell’industria da cui Altman non è mai stato poi tanto amato e che dagli anni Ottanta è stata conquistata da produttori sempre più spietati, squali che divorano e uccidono registi e sceneggiatori. Forte di questa cornice “di denuncia”, I protagonisti è però soprattutto un film che passa continuamente tra la dimensione metafilmica e quella squisitamente narrativa, un lavoro di inesausti e divertiti attraversamenti tra la molteplicità di funzioni che oliano la messa in scena e muovono la macchina-cinema dall’interno.

Nel film ci sono circa 60 attori che hanno accettato di fare loro stessi e altri attori, dello stesso calibro, che interpretano parti. Come Whoopi Goldberg, simpaticissima detective in calzettoni e ciabatte che indaga sull’omicidio perpetrato dall’elegante produttore in doppiopetto Griffin Mill, o il regista/attore Sidney Pollack, ricco avvocato che dà una sfarzosa festa a casa sua in una delle prime scene (un po’ come accadrà, anni dopo, in un altro famosissimo film), mentre vediamo Jeff Goldblum, Anjelica Huston, John Cusack, Cher, Malcom McDowell e Andie McDowell (messi nella stessa scena, uniti sardonicamente dal cognome) e tantissimi altri prestarsi a fare loro stessi. Fino alla trovata più sarcastica di tutte: l’evocazione continua, fin dalle prime battute, dei due superdivi del momento ovvero Julia Roberts e Bruce Willis. Che ritroveremo nel pre-finale, interpreti di un film di cui ne I protagonisti sentiamo parlare a lungo e che, da film rigoroso senza divi e senza lieto fine, si trasforma nelle mani di Robbins-Mill e del suo Studio in film da Oscar con i due divi più in auge e con il lieto fine. Ancor più bizzarro che il film in questione, intitolato Habeas Corpus, parli di pena di morte e una delle interpreti sia Susan Sarandon (Dead Man Walking di Tim Robbins è del 1995). Apoteosi senza soluzione di continuità di una ininterrotta falsificazione, che come sempre in Altman diventa sogghignante denuncia di un sistema e di un mondo, I protagonisti apre le danze, appunto, con otto minuti senza montaggio ambientati negli stabilimenti di una grande Major in cui si parla solo di cinema, rimembrando i vecchi tempi andati in cui si realizzavano piani sequenza come quello de L’infernale Quinlan mentre ora i film sembrano tutti videoclip pieni di stacchi, o raccontando trame di film ipotetici tra cui spicca per demenzialità quella de Il Laureato 2 (spiace quasi che Ben Stiller all’inizio del geniale Tropic Thunder non si sia cimentato nel trailer di questo incredibile sequel). Dentro un ufficio siede Griffin Mill, che via via prenderà forma come emblema dell’aridità, del cinismo, della totale mancanza di empatia, cascame di uno yuppismo che arriva placidamente negli anni Novanta per colonizzare ogni anfratto del mondo. Mill è uno di quelli che decidono che film realizzare: ricco, potente, strafottente, dalle sue scelte dipendono le vite di tanti aspiranti registi e sceneggiatori. Ed è proprio a uno di essi che Mill toglie davvero la vita, ritenendolo erroneamente responsabile delle minacce di morte che riceve da un po’ di tempo. Mill uccide l’uomo sbagliato, è un palese omicida senza alibi e con movente a carico, ed è chiaramente colpevole per la polizia di Pasadena dove si è svolto il delitto. Eppure la farà franca su tutta la linea, venendo salvato da una serie di colpi di scena che solo un film hollywoodiano potrebbe rendere credibili e che Altman fa entrare beffardamente nel suo racconto. Ma non solo: dopo aver ucciso lo scrittore David Kahane (Vincent D’Onofrio) si metterà con la sua ex, l’arida vacua e arrivista June (Greta Scacchi), pittrice senza arte né parte che cerca un principe azzurro che la deresponsabilizzi del tutto dalla vita. Giocando con i cliché, che accoglie dalla porta principale nel suo film sul cinema, Altman conclude I protagonisti con due lieti fine uno dopo l’altro: il primo è quello del film Habeas Corpus, in cui Bruce Willis salva in extremis Julia Roberts dall’esecuzione capitale; il secondo è quello che vede un impunito Mill tornare a casa dalla sua bella June, incinta e radiosa. Nei due lieti fine, resi possibili dall’allontanamento totale del realismo, si ripetono non a caso le stesse battute: “come mai ci hai messo tanto ad arrivare?” chiedono sia la Roberts che June rispettivamente a Willis e a Mill; “c’era un casino di traffico” rispondono i personaggi maschili. L’happy end è servito in ogni dimensione testuale. Nel primo caso costruito a tavolino smontando le intenzioni di un regista inglese che voleva raccontare la realtà dei condannati a morte; nel secondo chiudendo definitivamente il gioco di specchi e rimandi, vero e proprio rapporto confidenziale sull’industria hollywoodiana, di cui si nutre I protagonisti di Altman.

Tra le due scene, in realtà, c’è un’altra scena, ossia quella in cui Mill riceve la telefonata di uno sceneggiatore che gli racconta la storia del film che abbiamo appena visto. Perché? Ma per farla diventare un film! La storia parla di un produttore che riceve minacce di morte da uno scrittore, ma non capendo bene chi sia lo scrittore in questione il produttore uccide quello sbagliato. La trama thriller che aveva visto Mill a un passo dalla condanna per omicidio si è risolta infatti in maniera sfacciatamente positiva e ora, addirittura, è pronta per essere trasposta sullo schermo: lo sceneggiatore che lo minacciava davvero è ancora in vita e forse il suo obiettivo era proprio avere una storia che la Major di Mill (entusiasta del progetto laddove il lieto fine con la sua bella June sia garantito per sempre) produrrà. La persecuzione stessa è stata un meccanismo finzionale che ha portato rocambolescamente, fortuitamente, la vita di Mill all’amore e a una migliore riuscita sul lavoro. E ora anche a un nuovo progetto cinematografico che, ovviamente, si intitolerà I protagonisti. Ma a ben vedere, anzi ascoltare, la telefonata è un patto col diavolo, la richiesta di Mill è che l’happy ending sia eterno e, all’improvviso, l’americanissimo produttore appare faustiano, la narrazione d’Oltreoceano di matrice europea, le storie frutto di stratificazioni, di altre storie e di mitologie che affondano nel tempo. Non è un caso se verso la fine del film Robbins si faccia chiamare Mr. M, ispirandosi a M – Il mostro di Düsseldorf, film tedesco di quel Fritz Lang che poi andrà a Hollywood. Griffin Mill si sente Mr. M anche se, contrariamente a M/Peter Lorre, il suo destino è di non essere affatto perseguitato, bensì di essere invisibile, di non essere notato neppure dalla testimone oculare dell’omicidio che ha eseguito, riproponendo in fondo l’idea che il cinema europeo è fatto dagli autori e quello americano dagli happy ending per il grande pubblico.

La Hollywood raccontata da Altman è un mondo di vampiri che succhiano il sangue della realtà per macinare denaro e diventare famosi, una macelleria h24 per riempire il ventre instancabile del grande schermo. È una Hollywood che ricicla, come ha sempre fatto, il cinema del passato ipotizzando remake e sequel o sintesi impossibili tra film (“è una specie di La mia Africa ma unito a Pretty Woman), una Hollywood che cannibalizza e si cannibalizza. Ed èuna Hollywood gestita da arrivisti senza scrupoli (a questo proposito Burt Reynolds, che compare nelle vesti di se stesso in una scena, dirà forse la frase più netta del film ossia che di Hollywood hanno fatto “un allevamento di stronzi”) per i quali la narrazione più vendibile prevarrà sempre sul senso e sul realismo che, qualora dovesse entrare in un film, sarà ben guidato e indirizzato dalle mani sapienti di una Major. La Mecca del cinema è un sistema in cui si può trattare ogni argomento, ma ammansito, codificato, formalizzato e regolamentato secondo la politica del momento, una catena di montaggio in cui tutta la realtà può trovare spazio solo per uscirne trasfigurata e conclusa nella forma che deve avere. La realtà in cui “gli innocenti muoiono”, per dirla con l’accorato regista inglese (interpretato da Richard E. Grant) che alla fine non farà morire affatto l’innocente Julia Roberts nel suo film Habeas corpus, è invece completamente rimossa nella Hollywood che Altman mette in scena. “Che fine ha fatto la realtà?”, chiede una producer (Cynthia Stevenson) che se la faceva con Mill prima di essere piantata per June, siglando con questa frase persino il suo licenziamento. “Nella proiezione di prova, al pubblico il finale negativo non è piaciuto e l’abbiamo rigirato: questa è la realtà”, risponde il regista inglese che aspira all’assimilazione americana. Del resto, solo uno che sta per morire può andare a vedere Ladri di biciclette in un cineclub di Pasadena (dove Mill incontra la sua vittima, David Kahan). Hollywood è un mondo di vampiri e di cannibali, certo, ma in cui tutti, persino i riceventi ossia il pubblico, concorrono a creare la falsificazione produttiva più gradita e vincente, dunque gli americani stessi fanno parte integrante di questa costruzione ideologica. Nel film Altman non intende uscire dalla forma narrativa canonica tanto che l’unica possibilità per essere graffianti è spingerla fino alle estreme conseguenze, ma l’atto de I protagonisti è politico, l’amara risata è penetrante, i personaggi ispirati a veri producers, molte trame davvero sentite in conversazioni nell’ambiente degli Studios (come ebbe a dire l’autore del libro da cui il film è tratto, Michael Tolkin, che ha firmato anche la sceneggiatura) e il risultato è la messa alla berlina del meccanismo nascosto, soggiacente, ipocrita, meschino di cui Griffin Mill è eroe, in cui Griffin Mill è vincente. Altman, con questo grande e per molti aspetti dimenticato film non post-moderno, gioca con la transustanziazione del reale nella narrazione e lo fa scrivendo sopra al corpo stesso del suo film, abusando di lui e sospendendo ogni credibilità per raccontare quell’industria che non ha mai particolarmente amato e che è in grado di trasformare la realtà in sogno e l’antico mito europeo in una storia di sesso e potere a stelle e strisce. Chissà come sarebbero “i protagonisti” di oggi, quali le loro strategie di gioco (il titolo originale del film è The Player), quali le loro vittime, quali le loro politiche aziendali, quali le loro scelte formali, quali le loro mitologie di riferimento. Sarebbe divertente vedere I protagonisti 2. Ma forse, a ben pensarci, a modo suo lo ha già girato David Cronenberg in Maps to the Stars.

Info
I protagonisti, il trailer originale.

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