La ragazza ha volato

La ragazza ha volato

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Partendo da una sceneggiatura dei fratelli D’Innocenzo Wilma Labate trasforma La ragazza ha volato in un oggetto cinematografico totalmente proprio, riflettendo una volta di più su un personaggio femminile solo, distante dal mondo che lo circonda. Un’opera non priva di coraggio illuminata dall’interpretazione della giovane Alma Noce. In Orizzonti Extra alla Mostra di Venezia.

Le solitudini di Nadia

“La ragazza ha volato” racconta la storia di Nadia, un’adolescente scomoda che vive a Trieste, città di confine tra tante culture, un luogo spazzato da un vento potente, in cui la protagonista cresce coltivando una solitudine da cui uscirà in modo inatteso. [sinossi]

A distanza di quindici anni da Signorina Effe Wilma Labate torna a dirigere un lungometraggio di finzione (in questo lasso di tempo ha firmato i documentari Qualcosa di noi, Raccontare Venezia e Arrivederci Saigon), e per farlo si affida a una sceneggiatura scritta da Damiano e Fabio D’Innocenzo prima che i loro nomi divenissero tra i più citati nelle annose discussioni sul “nuovo” cinema italiano. È curioso, ma soprattutto interessante, che La ragazza ha volato arrivi alla Mostra del Cinema di Venezia lo stesso anno in cui per la prima volta i gemelli approdano sulle sponde del Lido, presentando in concorso America Latina. L’interesse sta nel fatto che in molti si siano avvicinati a La ragazza ha volato proprio per quei due nomi leggibili alla voce “sceneggiatura”, quando il film appare in tutta evidenza del tutto congruo e naturale all’interno del percorso registico di Labate. Dopotutto chi ricercherà nella storia dell’adolescente Nadia le schegge del cinema dei D’Innocenzo non potrà che rintracciarle in particolar modo in alcuni dialoghi, ma non nella messa in scena, che sembra dirigersi in territori completamente diversi da quelli fino a questo momento esplorati dai giovani cineasti romani. D’altro canto perfino Roma viene espunta dal progetto, e così La ragazza ha volato trova la propria dimensione “territoriale” a Trieste, una città spazzata da un vento inesorabile. Un vento contro cui Nadia sembra camminare senza ostinazione, ma solo perché è quella l’unica via per muoversi nel mondo. Si ritrovano ne La ragazza ha volato molti dei temi portanti della filmografia di Wilma Labate, a partire ovviamente dall’indagine di una figura femminile che non riesce a trovare il proprio posto nel mondo, e non ha sempre gli strumenti per affrontarlo, al punto da venire schiacciata dallo stesso.

Un film, si sa, è fatto di punti di svolta, di snodi cruciali che segnano sia narrativamente che esteticamente l’opera nel suo complesso. Per giungere al punto di svolta, che è anche il trauma da cui poi prenderà corpo l’intero film, Wilma Labate si prende un quarto d’ora, al termine del quale il coetaneo di Nadia che l’ha abbordata in un bar la stuprerà. Questo quarto d’ora, in cui due adolescenti chiacchierano sulla strada che divide il bar dall’appartamento dello zio del giovane, proprietario anche della pistola che il ragazzo mostra a Nadia, mostrano la qualità espressiva e cinematografica di Labate, che filma un lungo angosciante atto di violenza scartando poi di netto e concentrandosi, durante lo stupro vero e proprio, solo sul volto della ragazza. Da lì, da quel volto e da quel primo piano, non esiste via di scampo: il cinema non può permettersi un fuori campo di fronte a un atto così osceno, ma non deve mai neanche cedere al solletico dello sguardo pruriginoso, o peggio ancora della tensione pornografica della violenza. Nel rigore quasi ascetico, eppure insostenibile, della scelta compiuta dalla regista si racchiude la forza dirompente dell’intero film. Nadia è sola nell’atto dello stupro, così come sarà sola per l’intera storia: il mondo esterno, anche quello a lei legato affettivamente – i genitori, la sorella che vive in un’altra città –, non può in nessun modo lenire questa solitudine che è quasi ontologica, e sicuramente irreversibile.

In una sorta di ribaltamento ideale di Juno, dove la gravidanza sbalestrava completamente i piani di una ragazzina del liceo creando però attorno a lei una rete di protezione vasta e assortita, La ragazza ha volato immortala una giovane che deve in tutto e per tutto muoversi da sola: persino il giorno del parto è lei, senza nessuno ad accompagnarla, a recarsi in ospedale. Labate non accarezza i suoi personaggi, e il suo sguardo ha la stessa vitrea spietatezza di Nadia, ma non si pensi a un cinema della crudeltà. Semplicemente La ragazza ha volato mette in mostra il coraggio di non accomodarsi nel luogo comune, e di non accettare la prassi nella lettura del mondo, delle sue retoriche, della sua stantia coazione a ripetere. Costruito attorno a delle macro-sequenze che lavorano con sottile precisione sulla tensione di un’angoscia sempre crescente, e persistente, La ragazza ha volato è un film inedito per lo scenario italiano, tanto per l’interpretazione del concetto fin troppo abusato di “madre” quanto per i modi con cui tale speculazione deve trovare uno sfogo attraverso l’immagine in movimento. Potendo contare sull’intensa interpretazione di Alma Noce (molto bravo anche Luka Zunic nella parte dello stupratore e dunque “padre” del bambino) Labate non ha timore ad affidarsi a lei, a centrarla nell’inquadratura, a costruirle attorno le sequenze. Per il resto predilige uno stile che sappia sempre cosa e perché mettere all’interno dell’inquadratura, lavorando in modo tutt’altro che banale sul dettaglio – il ghiacciolo che la sorella “ruba” a Nadia, tanto per portare un esempio, ma anche la sorprendente ellissi temporale con cui si passa dal dialogo con i genitori su dove abortire alla ragazza in classe con il pancione. E di fronte al discorso finale di Nadia al figlioletto di un anno, che spiega anche al pubblico più refrattario il significato del titolo, è difficile non provare un brivido lungo la schiena.

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