Mindemic (Opera zero)

Mindemic (Opera zero)

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Il trentottenne Giovanni Basso esordisce alla regia di un lungometraggio con Mindemic (Opera zero), messa a scena a suo modo estrema di un artista che, rinchiuso nel proprio appartamento, scivola progressivamente nella follia. Un film d’altri tempi, non privo di coraggio ma irrisolto, che regge gran parte del suo peso sulla straripante interpretazione di Giorgio Colangeli.

Ritratto di artista in un interno

Nel tentativo di scrivere il suo nuovo film, Nino, regista settantenne ormai sul viale del tramonto, si perde in un delirio artistico e personale, in cui i ricordi e i personaggi di una vita si mescolano a quelli della storia che vuole raccontare, generando in lui un cortocircuito in cui non riesce più a distinguere tra verità e finzione. [sinossi]

All’interno di uno scenario produttivo nazionale che, riemergendo dal periodo più cupo legato all’insorgere del COVID-19, ha visto incancrenirsi i meccanismi, dando ampio spazio alle derive più retrive del cinema italiano, è interessante notare come qualcuno – in pochi, a dire il vero – abbia cercato di “sfruttare” a proprio favore la situazione, trasformando la necessità in virtù per riuscire a trovare i modi per continuare a produrre immagini in movimento anche nel pieno di una pandemia, con relativi lockdown. In questo senso un’operazione come Mindemic (Opera zero), il film con cui esordisce alla regia di un lungometraggio il trentottenne Giovanni Basso, non può che essere vista con estremo interesse. Basso, in puro stile indipendente – altro termine sempre più desueto in una nazione in cui il cinema è diventato, sic et simpliciter, un “affare di Stato” –, durante la catastrofe globale, ha sviluppato un’idea che potesse costruirsi interamente in un luogo e con un personaggio o poco più, e l’ha portata a termine. In questo senso, e soprattutto in questo senso, Mindemic può essere considerato un film “sulla pandemia”: perché se è vero che all’interno della narrazione, nel delirio prodotto dall’isolamento, si può legittimamente leggere una riflessione pur scontata su quanto stava succedendo in Italia e nel resto del mondo, è guardando in filigrana l’assetto produttivo che si intravvede l’urgenza del tutto, e il suo carattere di unicità.

Mindemic riporta in ogni caso alla mente l’indigenza strutturale di un cinema autoprodotto che è sempre più raro incontrare, ancor di più se si parla di distribuzione nei canali “canonici”. Anche per questo, al di là dei suoi limiti, il film di Basso dovrebbe essere osservato con attenzione, quando invece corre il rischio (certezza?) di essere abbandonato al proprio destino, snobbato prima ancora che dimenticato: basti pensare al bel L’angelo dei muri di Lorenzo Bianchini, che nel primo weekend in sala ha incassato poco più di tremila euro. Un destino non dissimile è profetizzabile anche per l’opera prima di Basso, che il film lo ha scritto, diretto, prodotto, montato, e fotografato, costruendo la narrazione e il suo senso interamente sull’interpretazione – un po’ gigionesca, ma di grande personalità – di un Giorgio Colangeli mai così caleidoscopico. A dividere Colangeli e il suo regista solo un iPhone dotato di lente anamorfica, e un appartamento: uno spazio chiuso in cui progressivamente il personaggio, un regista settantenne cui viene paventato dal suo produttore storico la possibilità di tornare a dirigere un film, impazzirà. Basso segue con grande partecipazione la discesa negli inferi della mente di Nino, il suo protagonista, che si convince di dover dirigere un film di guerra – non si sa quale guerra, non si capisce neanche in quale epoca storica si sia mai svolta – e dopo aver battuto sulla macchina da scrivere prende a interpretare uno per uno i personaggi che ha ideato, ma che vivono solo nella sua mente.

La perdita del senno, l’impossibilità di sapere discernere, di essere in grado di comprendere la distanza che esiste tra l’invenzione e il vero: parla in particolar modo di questo Mindemic, che è pandemico solo per contingenza ma non per istinto, e semmai si concentra sulla difficoltà dell’arte di comprendere il senso della realtà, e di sapercisi davvero confrontare, relazionare. Non a caso la prostituta che raggiunge Nino in casa sembra avere le fattezze della moglie che lo abbandonò al suo triste destino di solitudine: tutto si sovrappone, tutto può essere confuso. Per quanto abbia le idee ben chiare, forse fin troppo come esplicitato in un finale dal retrogusto “esemplificativo”, e dunque quasi didascalico, anche Basso finisce un po’ per volta per perdersi, sfilacciando parte del discorso in una reiterazione del medesimo schema. Si ha l’impressione che a Mindemic manchi il respiro necessario per una narrazione in grado di approfondire le ansie e i cortocircuiti del suo protagonista. Nessuna svolta, nessuno scarto tanto nel racconto quanto nella costruzione delle immagini. Un blocco compatto, che tende però a farsi con il trascorrere dei minuti eccessivamente uniforme, privo di reali chiaroscuri. Colangeli è eccellente nel suo sforzo di raccontare un uomo che ha dimenticato cosa significhi davvero essere “umano”, ma anche lui non può che adagiarsi sulla struttura. Nonostante ciò si avverte forte la necessità di difendere un esordio come questo, e la sua genesi produttiva, con la speranza che Basso abbia l’occasione di confrontarsi nuovamente con la regia nel prossimo futuro. Anche uscendo, perché no, dalla gabbia in cui ogni cosa (compreso il cinema) è stata rinchiusa.

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