Lontano Lontano

Lontano Lontano

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Piccola commedia graziosa e divertente, Lontano Lontano di Gianni Di Gregorio riconferma la voluta esilità del cinema del suo autore, ma costituisce anche un’occasione di vero intrattenimento non volgare. Si ride molto, grazie al brillante amalgama dei suoi tre protagonisti (tra di essi, il compianto Ennio Fantastichini). Al Torino Film Festival per Festa Mobile.

In Italia si sta male (ma alla fine anche piuttosto bene)

Pensionati solitari nella Roma popolare di oggi alle prese con magre entrate economiche, Giorgetto e il Professore iniziano a progettare di fuggire all’estero per sfruttare il cambio favorevole o un migliore potere d’acquisto. Chiedono consulto ad Attilio, coetaneo che ancora si arrabatta tra diversi lavori e che dice di aver viaggiato il mondo. Il progetto di fuga all’estero diventa a tre, resta “solo” da scegliere la destinazione e organizzare il viaggio… [sinossi]

Il cinema di Gianni Di Gregorio è da sempre volutamente piccolo, ritagliato su pochi personaggi principali, tutto di scrittura. È una scelta ben dichiarata e ormai coerente, che si riconferma di film in film. Anzi, rispetto all’opera d’esordio Pranzo di ferragosto (2008), accolta con fin troppo entusiasmo alla sua uscita, Di Gregorio ha pure cercato in seguito di allargare un po’ l’orizzonte, ampliando la portata del suo cinema oltre il piccolo bozzetto. Avviene un po’ lo stesso nel suo quarto lungometraggio, Lontano Lontano, dove il raggio narrativo si conserva di nuovo volutamente limitato e centrato su un numero ristretto di figure ma dove si cerca di portare avanti anche un discorso sociale sull’Italia di oggi, sulle mestizie dell’età da pensione, sulle scarse aspettative prima e dopo il ritiro dalla vita lavorativa. Più che sull’Italia attuale, in realtà, sull’Italia di sempre, o quantomeno degli ultimi trent’anni, in cui gli spazi di realizzazione professionale sono sempre più ristretti e conseguentemente gli anni senili non brillano per serenità e soddisfazione.

Al centro del racconto Di Gregorio colloca infatti tre figure di uomini solitari tra i sessanta e i settant’anni, che si muovono in una Roma popolare di baretti e mercati, vagheggiando di fuggire altrove perché, si dice, molti pensionati se ne vanno via dall’Italia sfruttando il cambio favorevole o un migliore potere d’acquisto. È un piccolo grande luogo comune, sentito mille volte (il Portogallo ad esempio piace molto come rifugio senile), che Di Gregorio espande a principale ragione narrativa di un racconto abbastanza lineare ma anche divagante, tutto avvitato sulle sue tre figure. Il racconto è infatti esclusivamente serrato sugli entusiasmi e le titubanze di Attilio, Giorgetto e il Professore di fronte a questo progetto di svolta, mentre il mondo esterno è una presenza frammentaria e discreta ma costante. Il mondo esterno, la società italiana, passano in realtà anche attraverso i tre protagonisti, al contempo individuali e immagine collettiva, mentre intorno si delinea un buffo quadretto di una piccola Italia provinciale (sia pure collocata nella sua capitale, di fatto una sconfinata metropoli dotata di un cuore pulsante fortemente popolare), anima immortale di un paese che se un giorno giungesse davvero a essere moderno, non abbandonerebbe probabilmente mai il suo genuino tratto terraceo.

L’ambizione è forse anche quella di riaggiornare la gloriosa commedia all’italiana, in cui il desiderio d’intrattenimento e l’accuratezza nell’intaglio dei caratteri si accompagnavano sempre a uno sguardo acuto (quando non antropologico e politico) sul proprio paese, tenendo sempre ben presente l’intento di far ridere. È il tratto più evidente, e anche lo scopo più palesemente dichiarato dal film di Di Gregorio: far ridere il proprio pubblico, non tramite la vuota comicità discesa dalla tv odierna, ma tramite un gioco a tratti entusiasmante di botta e risposta, di scambio brillante tra i personaggi, mai banali né piegati a forzature, collocati in una lunga tradizione nazionale di commedia romanocentrica. In Lontano Lontano Di Gregorio sa gestire bene la comicità derivante dal ritardo nella risposta, dal rallentamento del pensiero dovuto all’età o al carattere, e in questo senso certi scambi specie tra il Professore (lo stesso Di Gregorio) e Giorgetto (uno splendido, impagabile Giorgio Colangeli) rasentano spesso il surreale della quotidianità, interrelazioni verbali che costituiscono sovente il tessuto di un realistico vissuto e al contempo, se inseriti in un contesto di finzione narrativa, sembrano ricavati da un Beckett meno astratto.

La commedia stavolta funziona decisamente bene. Si ride moltissimo, e soltanto qua e là la riconoscibile naiveté di Di Gregorio regista provoca qualche caduta a vuoto, qualche tentativo di battuta comica che non trova la risposta nel pubblico. Però innegabilmente il divertimento è garantito, al quale contribuisce grandemente la prova di Ennio Fantastichini, irresistibile guascone giunto purtroppo al suo ultimo film. Il tocco leggero di Di Gregorio permette pure una finezza narrativa, quella sequenza in copisteria dove si discute lungamente sulla qualità di alcune fotocopie fatte su testi antichi. Mancanza di coraggio e approssimazione nel giudizio: per Di Gregorio ciò contribuirebbe dunque alla lunga crisi italiana, riassunta in una sequenza che in versione più mite sembra riproporre la polemica ossessività morettiana prima maniera. Ma Di Gregorio non è autore da teorie e riflessioni radicatamente politiche. Il ristretto raggio d’intervento del suo cinema si delinea per il suo maggiore tratto riconoscibile e per il suo intrinseco limite. Ne è prova anche il fatto che Lontano Lontano, pur scritto piuttosto bene, sembra accusare il colpo sulla lunga distanza, riducendo la propria efficacia man mano che procede verso lo scioglimento.

Di Gregorio registra, allude, il suo sguardo non è nemmeno assolutorio perché sostanzialmente non accusa nessuno. Restando coerente a un orizzonte di cinema leggiadro e grazioso, Di Gregorio bilancia il disagio dei suoi tre attempati protagonisti con il rilevante peso narrativo riservato al ragazzino proveniente dal Mali. In Italia si sta male, ma c’è pure chi sta assai peggio, costretto a migrazioni intercontinentali per sopravvivere, e non per sfruttare meglio la propria magra pensione. Coerentemente il finale è dolciastro, ma non possiamo certo aspettarci asprezze e scomodità dal cinema di Di Gregorio. Non è la sua cifra, la sua finalità. Si può registrare semmai un timido sguardo problematico sulla capacità di accontentarsi degli italiani: pregio e difetto, poiché se da un lato ciò aiuta ad assorbire i colpi della vita, dall’altro condanna probabilmente un intero paese a una rinunciataria arrendevolezza. A fronte di un evidente e dichiarato corto respiro, c’è comunque da rallegrarsi che ci sia ancora in circolazione in Italia qualcuno capace di disegnare caratteri e di raccontarli in chiave brillante. In un panorama nazionale che specie sul versante della commedia sembra arrivato a un punto di non ritorno, viene da un settantenne una piacevole proposta di nuovo inizio.

Cinema eminentemente di scrittura, Lontano Lontano sembra dire tra le righe (e oltre le proprie intenzioni, probabilmente) che per una buona commedia intanto è necessario ricominciare a scrivere buone o discrete sceneggiature. Per confezionare un prodotto dignitoso potrebbe essere sufficiente per il momento riscoprire il piacere di tratteggiare personaggi, metterli in relazione e proiettarli su un fondale (timido quanto si vuole) di attualità, rinunciando a qualsiasi eccesso e tenendosi lontani dall’ultimo comico televisivo trasportato di peso nel cinema. Già sarebbe tanto. O qualcosa. Del resto, siamo italiani, sappiamo accontentarci.

Info
La scheda di Lontano Lontano sul sito del Torino Film Festival

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