Bentornato Presidente

Bentornato Presidente

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A sei anni dal film diretto da Riccardo Milani, torna Bisio nei panni dell’uomo qualunque che entra nelle stanze del potere: Bentornato Presidente è un sequel che guadagna dal cambio di regia – affidata in questo caso a Giancarlo Fontana e a Giuseppe G. Stasi – e che, grazie a un po’ di satira politica, riesce a dirci qualcosa sul nostro schizofrenico presente.

Bentornata satira!

Sono passati otto anni dalla sua elezione al Quirinale e Peppino Garibaldi vive il suo idillio sui monti con Janis e la piccola Guevara. Peppino non ha dubbi: preferisce la montagna alla campagna… elettorale. Janis, invece, è sempre più insofferente a questa vita troppo tranquilla e soprattutto non riconosce più in lui l’uomo appassionato, di cui si era innamorata, e che voleva cambiare l’Italia. Richiamata al Quirinale, nel momento in cui il Paese è alle prese con la formazione del nuovo governo e appare minacciato da oscuri intrighi, Janis lascia Peppino e torna a Roma con Guevara. Disperato, Peppino non ha scelta: scendere di nuovo in campo per riconquistare la donna che ama. [sinossi]

Quando in una commedia italiana si riconosce un lavorio stilistico non si può che tirare un sospiro di sollievo. Evidentemente qualcuno nel nostro cinema commerciale crede ancora nella possibilità – e nella necessità – di fare una bella inquadratura, di illuminare in un certo modo l’ambiente (e non semplicemente di ‘smarmellarlo’), di costruire un ritmo attraverso immagini e suoni che ora sospenda (per creare suspense) ora acceleri il tempo della percezione spettatoriale, immergendo lo spettatore in un flusso audiovisivo utile non semplicemente a “tirare avanti” quanto a coinvolgerlo in ciò che vede. È quanto accade in Bentornato Presidente e ne va dato merito ai registi Giancarlo Fontana e Giuseppe G. Stati che già in Metti la nonna in freezer avevano palesato la volontà di seguire un terreno personale – in quel caso adiacente alla black comedy – nell’ambito del comico nostrano. Qui i due registi nati a Matera fanno quello che non aveva fatto Riccardo Milani in Benvenuto Presidente, volgono cioè il tema esplicitamente sul versante della satira politica, in forma coerente rispetto alle loro origini sul web e in TV (a partire dal finto trailer del 2010 Inception_Berlusconi).

Rispetto dunque al primo capitolo diretto da Milani, in cui Bisio si ritrovava casualmente a diventare presidente della Repubblica facendone occasione per una ingenua – eppure non totalmente fuori tono – riflessione anti-politica, in Bentornato Presidente si raccoglie l’eredità di quella trovata dal sapore qualunquista e la si applica alla realtà politica attuale, quella di un premier prono ai diktat dei suoi vice Di Maio e Salvini, vale a dire Giuseppe Conte, cui allude evidentemente il nuovo incarico affidato a Bisio. D’altronde quella trovata non era solo semplice – o, se vogliamo, semplicistica – era anche estremamente malleabile: il classico signor nessuno, il classico buon selvaggio che si ritrova a governare le sorti di un paese alla deriva e che, incredibilmente e in forme potenzialmente molto diverse, lo salva (questo nella finzione, perché nella realtà sta andando ben diversamente; anche se qui bisogna stare attenti al post-finale).
In questo sequel apocrifo – non solo per il cambio di regista, ma anche perché la protagonista femminile è interpretata da una diversa attrice, Sarah Felberbaum, che subentra a Kasia Smutniak – il vero valore aggiunto, oltre alla già citata rielaborazione stilistica, è dunque rappresentato dalla precisa volontà di fare satira, progetto ambizioso che, seppur non risultando particolarmente graffiante, riesce quantomeno a essere divertente: Paolo Calabresi nei panni di un simil-Salvini ne è in tal senso l’esempio migliore e più illuminante, visto che l’attore romano si reinventa personaggio leghista lombardo dedito a urla incontrollate e slogan razzisti non appena viene inquadrato da un telefonino, pronto a venire postato sui social. Ma meritano una citazione anche Guglielmo Poggi (già protagonista de Il tuttofare) nei panni di un Di Maio sorridente quanto sinistramente ambiguo e, forse soprattutto Antonio Petrocelli che incarna un Mattarella sublime, silenzioso, inespressivo, sibillino, maschera di una vecchia politica ormai scomparsa e costretto a sentirsi di troppo in mezzo alla volgarità contemporanea.

Quel che non funziona – o che funziona poco – è purtroppo, come spesso gli capita, Claudio Bisio, troppo occhieggiante per essere credibile, forse anche un po’ svociato rispetto al passato, decisamente afferente a un’altra forma di comicità rispetto a quella che vorrebbero propugnare Fontana e Stasi, che vorrebbe essere più raffinata e meno bonacciona, più cattiva e meno accomodante, più alla Boris – la più rimpianta delle serie TV nostrane – e meno alla Zelig. E, in tal senso, uno dei personaggi che desta maggior interesse – anche se viene un po’ buttato via nell’ultima parte – è interpretato proprio da quel Pietro Sermonti che, insieme a Calabresi, mostra ancora la “schiena dritta” rispetto a quella invidiabile scuola satirica lanciata proprio dagli autori di Boris, Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo.
Ne consegue che in Bentornato Presidente si coglie una certa schizofrenia di scrittura tra due forme di comicità, schizofrenia che si riverbera anche nel racconto, non sempre ben calibrato nel risolvere i vari colpi di scena, ed anzi è come se i due registi volessero spingere al massimo la rielaborazione stilistica per coprire un po’ di buchi narrativi, a partire dalla sbrigativa risoluzione del caso riguardante il personaggio interpretato da Sermonti.
Ma che un film come Bentornato Presidente parli di noi e con noi, si rivolga esplicitamente al pubblico disorientato di questi tempi (non solo politicamente, ma anche cinematograficamente) mettendo in causa ciò che sta succedendo a questo paese, non può che essere un bene e speriamo che qualcun altro abbia la voglia, la volontà e il coraggio di fare altrettanto.

Info
Il trailer di Bentornato Presidente.
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