Come un gatto in tangenziale

Come un gatto in tangenziale

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Ottimamente interpretato da Antonio Albanese e Paola Cortellesi, Come un gatto in tangenziale mette in piedi una vicenda semplice e banale, ma lo fa in modo convincente e senza perdere quasi mai il ritmo comico.

Bastogi? Pensavo peggio

Giovanni è un intellettuale impegnato e profeta dell’integrazione sociale che vive nel centro storico di Roma. L’ex cassiera Monica ha a che fare con l’integrazione tutti i giorni nella periferia dove vive. Non si sarebbero mai incontrati se i loro figli non avessero deciso di fidanzarsi. Monica e Giovanni, entrambi vittime di spietati pregiudizi sulla classe sociale dell’altro, sono le persone più diverse sulla faccia della terra, ma hanno un obiettivo in comune: la storia tra i loro figli deve finire… [sinossi]

Da qualche anno a questa parte Riccardo Milani si sta accreditando come uno dei meno discontinui registi di commedie del nostro cinema. A partire da Benvenuto presidente! (2013) e soprattutto da Scusate se esisto (2014), dove inizia a collaborare in sede di sceneggiatura con la moglie Paola Cortellesi, passando per Mamma o papà, fino ad arrivare proprio a Come un gatto in tangenziale, si configura infatti un percorso coerente, con i suoi limiti ovviamente e le sue cadute, ma anche con diverse qualità. E, soprattutto, in un panorama decisamente desolante per quel che riguarda la nostra commedia – a livello di efficacia filmica, e ormai anche di incassi – da un regista come Milani si riesce ad avere quel minimo sindacale di compattezza di scrittura, di decenza della messa in scena e di gestione controllata del ritmo comico che altri non riescono a garantire. D’altronde se Massimiliano Bruno passa al dramma con Gli ultimi saranno ultimi (e poi ritorna, svogliato, alla commedia con Beata ignoranza), se Paolo Genovese tenta ancora una volta di accreditarsi come autore tout court con The Place (dopo averci già provato con Una famiglia perfetta), se Virzì ormai veleggia verso altri lidi (già con Il capitale umano, ma anche naturalmente con Ella & John), se Özpetek e Soldini e altri ancora hanno abbandonato il terreno della commedia dopo qualche sortita, se infine Brizzi si è fatto terra bruciata dopo il recente caso di accuse di molestie (anche se pare che Barbareschi voglia rimetterlo in carreggiata), non è che resti molto altro.

Ecco che allora, accertata anche la morte forse definitiva del cinepanettone, Come un gatto in tangenziale riesce a essere l’unico film italiano capace di divertire e intrattenere in questo periodo di feste di fine anno. La storia è semplice e banale – e anche un po’ datata – ma riesce a stare in piedi in primis grazie all’alchimia tra la Cortellesi e Antonio Albanese, in secondo luogo grazie a una riuscita galleria personaggi secondari e in terz’ordine per via di una buona coerenza del racconto: la figlia tredicenne di Albanese, intellettuale impegnato a livello europeo nel promuovere fondi rivolti alle periferie, si mette insieme al figlio della Cortellesi, ex cassiera coatta residente nell’ultra-periferico quartiere di Bastogi, sito nel quadrante nord-ovest di Roma. I due mondi sono incomunicabili e sia il personaggio di Albanese che quello della Cortellesi provano a evitare che i due ragazzini restino insieme, perché la relazione può fare del male sia all’uno (che rischia di illudersi di poter fare il salto sociale), sia all’altra (che rischia di entrare in contatto con brutta gente).
Il quadro è chiaro e riecheggia ancora una volta lo spunto del Ferie d’agosto di Virzì, risalente all’ormai lontanissimo 1996: la sinistra benpensante, tollerante e in fin dei conti vigliacca e ipocrita da un lato (qui incarnata per l’appunto da Albanese), la destra cafona, incolta e manesca dall’altro (qui per l’appunto rappresentata dalla Cortellesi), con la differenza rispetto a Virzì che, mentre i primi sono sempre benestanti, i secondi sono poveri, desolatamente abbandonati dalle istituzioni. Milani allora finisce per far rientrare anche in Come un gatto in tangenziale il populismo politico che già albergava in Benvenuto presidente!, con l’idea – ingenua – che l’uomo comune abbia molto da insegnare alla cosiddetta classe dirigente.

Partendo da questo spunto, Milani però confeziona un racconto solido, che si avvale anche dell’entrata in scena di Amendola nei panni del marito ex-carcerato della Cortellesi e di quella di Sonia Bergamasco nelle vesti dell’ex moglie di Albanese ormai di stanza in Francia dove crea profumi alla lavanda. E, come detto, Milani orchestra una buona galleria di caratteristi, a partire dalle due gemelle sorellastre della Cortellesi, sempre davanti alla TV a vedere Franca Leosini e compulsivamente ossessionate dallo shopping o, meglio, dal furto di merci griffate. Ma, sopra tutti, più ancora di un ottimo Albanese, a funzionare è la strepitosa Paola Cortellesi, capace di dare carattere e umanità – e di essere perfettamente credibile – nei panni di una coatta di borgata che litiga con tutti, che indossa vestiti ultrakitsch brillantinati (la cui ‘scintillanza’ acceca letteralmente Albanese) e che trova sempre l’esatta espressione romanesca per commentare una certa situazione.

Così, se la descrizione del mondo di borgata di Come un gatto in tangenziale sembra colpire nel segno, sia pur avvalendosi di stereotipi (gigantografie di Totti nella stanza del figlio della Cortellesi, un cane dei vicini di nome Veleno, un altro vicino che dorme sempre per le scale del condominio dove fa più fresco), meno azzeccato – o, anzi, decisamente fuori dal tempo – appare il mondo dell’intellighenzia che si muove intorno ad Albanese: per quanto ne sappiamo ci sembra difficile che nei fatidici salotti borghesi (qui trasposti a Capalbio) si parli ancora di Biennale d’Arte e, soprattutto, è matematicamente impossibile che all’Eden (cinema romano considerato radical chic, sito nel quartiere Prati, dove Albanese porta la Cortellesi) facciano film in lingua armena sottotitolati in italiano. No, non è così, purtroppo. Perché quel che sfugge a Milani – o che, forse, ha preferito non vedere – è che il coattume l’ha avuta vinta, ha conquistato l’egemonia culturale del paese. E allo stesso modo l’approccio deferente e ottimistico verso le istituzioni europee è pura utopia, perché la scappatoia dal magna-magna italico (leitmotiv del film) non è non può essere la politica continentale sovra-nazionale, anch’essa tristemente in crisi.
Ma, con questi discorsi, si va a finire troppo in là. E forse a una commedia senza grosse pretese quale è Come un gatto in tangenziale basta chiedere una buona dose di divertimento e non anche di essere aggiornata rispetto alle ben più complesse dinamiche cui allude.

Info
Il trailer di Come un gatto in tangenziale.
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  1. Trackback: Ma cosa ci dice il cervello | Cinema e Teatro Gabbiano di Senigallia

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