Poveri ma ricchissimi

Poveri ma ricchissimi

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Diretto dall’ormai innominabile Fausto Brizzi, Poveri ma ricchissimi è un fiacchissimo sequel, privo di una vera linea narrativa e infarcito di sottotrame, aggrappato a situazioni ed equivoci che mostrano subito la corda, mai divertente.

Cannibal panetton

Di nuovo straricca, la famiglia Tucci vuole evitare di pagare le tasse allo Stato italiano. Sfrutta quindi una dimenticanza burocratica post-unitaria e indice un referendum perché il paesino della provincia laziale in cui sono tornati ad abitare, Torresecca, diventi indipendente dal Bel Paese. La personale brexit riesce e Torresecca diventa un principato autonomo, un paradiso fiscale. Ora però bisogna fare i conti con la gestione della ‘cosa pubblica’… [sinossi]

Stiamo assistendo probabilmente in questo Natale del 2017 alla morte definitiva del cinepanettone. Da un lato l’abisso raggiunto da Neri Parenti e Boldi con Un Natale da chef, dall’altro l’operazione surreale di De Laurentiis che ha confezionato con Super Vacanze di Natale un presunto “best of” del genere, da quest’altro infine Poveri ma ricchissimi, e cioè il nuovo film di un Fausto Brizzi caduto clamorosamente in disgrazia per via delle recenti accuse di molestie sessuali e dunque diventato l’Innominato in sede di promozione del suo film. In questi ultimi anni Brizzi era sembrato d’altronde l’unico – degno o indegno che fosse – prosecutore del genere, l’unico erede in grado di reinventarlo e di ripensarlo. Certo, lungi da noi la tentazione di piangere la fine del cinepanettone, però va anche detto che in sua sostituzione non si vede nulla all’orizzonte, e che dunque la fetta di torta degli incassi riservata al cinema italiano andrà di conseguenza ad assottigliarsi ulteriormente. Eppure, in fin dei conti, abbiamo la sensazione che già da diversi lustri si (de)canti la fine del cinepanettone, una fine che sembra poi non arrivare mai, quasi vittima dello stesso destino di Vincenzo Cardarelli che per lungo tempo ricevette l’appellativo di più grande poeta morente. Si potrebbe anzi sentenziare che il super(de)genere natalizio sia in realtà già morto da anni e che ci troviamo perciò nella fase zombesca in cui si è costretti – in mancanza di meglio – a cibarsi dei suoi resti indigesti.

Poveri ma ricchissimi sembra essere l’inconsapevole conferma della congiuntura cannibalica di cui sopra: nasce da un primo episodio – Poveri ma ricchi – che era a sua volta uno pseudo-remake della commedia francese Les Tuche, e di quello continua ad alimentarsi senza riuscire a trovare la giusta via per variare sul tema. Se in Poveri ma ricchi era l’improvvisa ricchezza della famiglia Tucci la scusa utile a costruire una serie di gag e di situazioni spesso ben congegnate, qui la soluzione la si dovrebbe trovare nella brexit ciociara portata avanti dalla famiglia protagonista allo scopo di non pagare le tasse italiche. Questa trovata, che fa sì che la natìa Torresecca diventi un Principato di Monaco de’noantri, si risolve però già nei primi minuti del film senza riuscire ad aprire a problematiche su cui poter innestare la risata. Difatti, la macro-ancora di salvataggio dei cafoni diventati ricchi era stata sfruttata già ampiamente nel precedente capitolo e allora Brizzi in Poveri ma ricchissimi si aggrappa a quel forzato e poco inventivo superlativo del titolo, arricchendo (o, meglio, zavorrando) il film con personaggi, sottotrame, riferimenti all’attualità e al cinema di successo contemporaneo, improperi gratuiti (affidati sovente alla Mazzamauro) e sentimentalismi alla buona.

Brizzi quindi recupera alla causa Massimo Ciavarro, quale ennesima dichiarazione (sulla scorta del suo precedente Forever Young) di amore verso gli anni Ottanta, ma lo utilizza malissimo reinventandolo come sorta di invecchiato playboy appassionato di sadomaso alla Cinquanta sfumature di grigio; e abbandona drasticamente la sua linea narrativa quando verifica che non gli serve più.
Poi (sempre Brizzi) vorrebbe omaggiare Paolo Rossi, come versante nobile e di sinistra della comicità del passato, ma non gli fa fare nulla e, anzi, finisce per farci provare pena per lui quando lo vediamo mangiarsi le parole e non riuscire a dire bene le battute del copione.
Quindi dimentica ripetutamente per strada alcuni dei suoi personaggi, in particolare i due figli di Christian De Sica e di Lucia Ocone: la ragazzina fa poco più che la comparsa, il più piccolo ha – come nel precedente – il ruolo centrale di narratore fiabesco della vicenda, ma ce lo si ricorda solo all’inizio e alla fine.
Ancora l’innominato Brizzi spalma due note ossessive di colonna sonora lungo tutto il film, consapevole che le scene in sé sono troppo deboli, ma in questo modo fa venire in mente i pessimi barzelletta-movie degli anni Ottanta, quasi come si stesse assistendo a una rivisitazione di La sai l’ultima sui matti? di Mariano Laurenti.
Non pago, occhieggia anche all’attualità facendo fare a De Sica la permanente alla Trump, cavalcando l’anti-politica un po’ alla Movimento 5 stelle e alludendo a Renzi nel personaggio del premier, oltre a far esplicito riferimento alla già citata Brexit; ma anche qui il discorso non si costruisce mai e sembra più una soluzione di ripiego alla Vanzina, come quando i due per dimostrare di essere al passo coi tempi mettono delle canzoni di successo nelle colonne sonore dei loro film.
In mancanza di idee migliori, il regista di cui non si può fare il nome riscrive persino dei frammenti di suoi precedenti film, come ad esempio Com’è bello far l’amore, cui allude nel mancato tradimento di Lucia Ocone.
Si lancia inoltre in paurose digressioni, come quella del rocambolesco recupero di un’opera d’arte astratta russa in una stazione di polizia proprio la notte di Natale: un chiaro – e fiacco – escamotage per provare a forzare la risata recuperando la cattiveria cinepanettonesca.
L’intento ultimo è in fin dei conti quello di affidarsi anima e corpo in primis a Christian De Sica e in secundis a Lucia Ocone, e alla loro sboccata romanità. Ma stavolta non funziona, perché i due sono spesso separati – ciascuno viaggia preda della rispettiva sottotrama (De Sica scopre persino di avere una figlia extra-coniugale) – e soprattutto perché non riescono a far deflagrare la loro comicità, tanto che il repertorio di imprecazioni che mettono in mostra risulta tutt’altro che fresco e inaspettato e appare anzi solo il disperato tentativo di buttarla in caciara.

Figlio sbalestrato dei vecchi Vacanze di Natale, Poveri ma ricchissimi è un film a episodi senza avere il coraggio di esserlo, è un contenitore vuoto riempito a forza di sketch buttati via, è un impasto di supplì – il cibo preferito della famiglia Tucci – inzeppato di ingredienti a caso.
Tutto a tratti appare troppo grossolano per essere vero, a partire dal tremendo incipit in cui in un paio di minuti viene riepilogato come in uno show televisivo il precedente episodio con estratti ad hoc.
Ora, non sappiamo se la carriera di Brizzi, dopo i recenti episodi, proseguirà. Ma se questo finirà per essere il suo ultimo film sarebbe ben triste.

Info
Il trailer di Poveri ma ricchissimi.
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