Natale da chef

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Natale da chef di Neri Parenti tocca e forse oltrepassa il nadir della commedia natalizia, sbandierando un corpo comico oramai macerato come quello di Massimo Boldi, e spingendo senza tregua sul pedale dell’acceleratore. Un’opera non solo becera, ma stantia, residuo asmatico del passato.

Mezzogiorno di cuoco

Gualtiero Saporito è un grande chef, ma solo nella sua testa! Infatti, con i suoi arditi mix di ingredienti cucina solo schifezze. Gualtiero però non demorde e insiste a proporre la sua cucina in ogni occasione, ricevendo solo insulti e porte in faccia. Ma la sua tenacia, un giorno, viene premiata. Sarà il Natale alle porte? Furio Galli, proprietario di una famosissima ditta di catering, gli offre il posto di capo cuoco nella brigata che parteciperà alla gara d’appalto indetta per “sfamare” il prossimo G7. Finalmente il sogno diventa realtà. Ma il disegno di Furio ovviamente è losco: per salvare la sua azienda sul’orlo della bancarotta, ha promesso al suo avversario di lasciarlo vincere in cambio di un “cospicuo regalo”. Gualtiero si troverà così alle prese con un aiuto cuoco che non sente i sapori, un sommelier astemio e una pasticcera che esce dalle torte anziché prepararle… [sinossi]

Natale da chef è un film della cui esistenza si fatica a credere. Ricomposizione del duo Neri Parenti/Massimo Boldi a tre anni di distanza da Ma tu di che segno 6?, sembra a prima vista indirizzato verso lo stesso identico destino: nel 2014 la stanchissima commedia sugli effetti delle profezie astrali trovò sotto l’albero neanche quattro milioni totali di incasso, tra i peggiori risultati al botteghino di sempre per un Cinepanettone targato Parenti. L’impressione è che non si possa pretendere molto di più da questa risibile ideuzza stiracchiata per raggiungere l’ora e mezza di durata, anzi. Sono passati tre anni da quella débâcle, la commedia natalizia che aveva segnato in maniera fin troppo marcata gli ultimi decenni è stata mandata parzialmente in pensione, cercando altre traiettorie espressive: Boldi appare come un relitto del passato, corpo comico macerato di cui nessuno, a partire dal pubblico, sente davvero la mancanza. Gli unici “bisogni” sono quelli corporali che ovviamente intasano Natale da chef, che punta tutte le sue carte sulla cucina, panacea dei mali del mondo in questo occidente sbrindellato, ma ne ribalta il senso: gli odori e i sapori che infestano le cucine in cui riesce a mettere piede il funesto Gualtiero Saporito (un nome da commedia dell’arte, ma il riferimento colto si esaurisce qui, in un gioco di parole ben presto dimenticato) danno il voltastomaco, e il disgusto è l’unico elemento su cui davvero sembra interessato a giocare Parenti.

Se il film vola via tra coprofagia, peti, intrugli impossibili da masticare, poliziotti grevi e arzigogoli per evitare la bancarotta, in questo muovendosi sulla scia deteriore di una commedia che non solo non sa maneggiare gli utensili del grottesco e del paradossale, ma si limita a reiterare schemi mentali usurati e privi di consistenza comica, Natale da chef muove la sua pachidermica stazza con la stessa leggiadria di Boldi. Fin dalle primissime sequenze a evidenziarsi è la totale mancanza di aderenza tra un comico privo oramai di verve e la scenografia artefatta nella quale dovrebbe agitarsi la trama: il lungo incipit con Boldi/Saporito nelle vesti di sabotatore di piatti della tradizione per far colpo su un inespressivo Gianfranco Vissani, sfianca le resistenze anche dello spettatore più volenteroso. Lo stile comico, se tal può essere definito, sembra venir fuori dall’avanspettacolo più retrivo degli anni Sessanta, e dopotutto la stessa piatta fotografia lavorata con sciatteria da Gino Sgreva si adagia sul medesimo riferimento culturale.
Un mondo di zombi, ritornanti che vagamente ricordano la loro pre-esistenza e cercano di imitarla, senza però alcuna funzione reale, ma solo in una reiterazione di gesti che hanno perduto la loro precipua essenza. Natale da chef è uno dei peggiori Cinepanettoni di tutti i tempi, inguainato in una forma allestita senza la minima cura, affidata a interpreti che non hanno nulla da aggiungere a quanto già dato in passato. Milena Vukotic prova a smussare gli angoli e ad arricchire un banchetto sciapo, ma non può fare molto, e la sua presenza in scena finisce col creare un elemento in più di disturbo.

Spesso si obietta che di fronte a operazioni simili ci si dovrebbe accontentare di ridere, ed è una lettura che ha senza dubbio la sua ragion d’essere. Peccato che Natale da chef elabori la sua vacua struttura senza smuovere neanche leggermente al riso: anche quando Parenti pigia il pedale dell’acceleratore, puntando sulla scatologia, lo fa con uno squilibrio totale nella gestione dei tempi comici, degli stacchi di montaggio. Non esiste alcun tipo di sguardo, in Natale da chef, solo una pecoreccia sequela di barzellette raccontate da un anziano che sta progressivamente perdendo la memoria, e si mangia le parole. Per di più, nell’anno della polemica che ha “rischiato” di far eliminare la firma di Fausto Brizzi da Poveri ma ricchissimi (uno dei contendenti italiani di Natale da chef insieme all’antologico Super vacanze di Natale prodotto da De Laurentiis), viene davvero da chiedersi quale fosse l’obiettivo reale della censura: al di là del fatto che Parenti non è accusato di alcun illecito, diversamente da Brizzi, è forse così superiore l’idea della donna, e dell’utilizzo del corpo femminile, in Natale da chef? Diviso come sempre tra arpie di mezza età castranti e giovani che fingono un lavoro “onesto” e invece fanno soldi col loro corpo, l’universo femminile raccontato da Parenti mostra lo stesso retropensiero, maschilista e becero, di quasi tutte le commedie natalizie italiane. Al punto che la massima presa in giro dei grandi della Terra – il film, che ovviamente sfrutta le agevolazioni fornite dalla Trentino Film Commission, è ambientato durante un vertice del G7 – si riduce a un “culona!” riferito a Angela Merkel, non a caso citazione fedele di un epiteto pronunciato da Silvio Berlusconi, che qui distribuisce in qualità di Medusa mentre si prepara a un ritorno sulla scena politica per le prossime elezioni.

Tra escrementi di pecora scambiati per olive, ricette mescolate coi piedi, indiani che si esprimono all’infinito e mestoli che finiscono nel deretano delle persone, Natale da chef tocca e forse oltrepassa il nadir della commedia natalizia, sbandierando un corpo comico oramai macerato come quello di Massimo Boldi, e spingendo senza tregua sul pedale dell’acceleratore. Un’opera non solo becera, ma stantia, residuo asmatico del passato. A prescindere dal successo che potrà – ma c’è da dubitarne – tributare il pubblico in sala, il cinema italiano poteva fare a meno di un prodotto simile; nulla di nuovo, viene da dire.

Info
Il trailer di Natale da chef.
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