Boris – Il film

Con Boris – Il film la migliore serie comica italiana arriva al cinema e, nonostante qualche colpo ben assestato, manca per la maggior parte del tempo il bersaglio. La scansione temporale non è gestita con la dovuta accuratezza e alcuni sketch sono ripresi dal piccolo schermo e reiterati fino allo sfinimento.

E dai dai dai!

Il regista televisivo René Ferretti tenta il grande salto: un film d’autore dopo tanti anni di fiction su carabinieri, intrighi ospedalieri e drammi in costume da prima serata. Insomma, un risarcimento dopo tutta una carriera dedicata al brutto. Ma il mondo del cinema è addirittura peggio di quello della tv, perché sotto l’allure del ‘salotto buono dell’industria culturale’ si nasconde un sottobosco di sceneggiatori ricchi e nullafacenti, attrici nevrotiche, direttori della fotografia che si sentono grandi artisti. E, sopra a tutto, lo spettro incombente del Cinepattone, l’unico vero genere cinematografico che il pubblico apprezza e che, a dispetto dei ‘cinematografari’ snob, manda avanti la baracca… [sinossi]
Userò gli occhi del cuore
per carpire i tuoi segreti
per capire cosa pensi
nei tuoi primi piani intensi
nei tuoi piani americani
così intensi e così italiani…
Elio e le Storie Tese, sigla d’apertura della serie tv Boris

Non capita spesso al cinema italiano di veder approdare una commedia in sala sospinta dalle entusiastiche attese del pubblico televisivo, anche perché è piuttosto raro che i nostri serial siano dotati di un livello di originalità tale da giustificare una loro trasposizione sul grande schermo. Non stupisce comunque tutto il clamore che si è creato intorno alla lavorazione (prima) e all’uscita (poi) di Boris – Il film, lungometraggio tratto da quella che è con ogni probabilità la più intelligente, dissacrante e sorprendente serie televisiva dell’Italia contemporanea: da quando ha visto la luce nei primi mesi del 2007, ospitato su Fox, Boris ha letteralmente sbaragliato la concorrenza, potendo contare tra l’altro su un passaparola continuo, che gli ha permesso di incrementare gli ascolti puntata dopo puntata. Alla prima stagione, girata in estrema povertà per la regia di Luca Vendruscolo (anche sceneggiatore  insieme a Giacomo Ciarrapico e Mattia Torre), hanno fatto dunque seguito la seconda – per la regia del trio alla scrittura – e la terza, affidata invece alle solide mani di Davide Marengo, più che onesto mestierante con un curriculum che comprende anche la graziosa commedia Notturno bus.

Nel passaggio dal piccolo al grande schermo la produzione ha deciso di evitare al massimo di modificare qualcosa: la struttura narrativa rimane dunque più o meno la stessa, con l’unica differenza che al posto di un set televisivo ne viene mostrato uno cinematografico, sul quale un René Ferretti sempre meno accondiscendente con il mondo del tubo catodico cerca fra mille difficoltà di portare a termine un adattamento de La Casta, best-seller del 2007 scritto a quattro mani da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. Ovviamente, dopo un’iniziale aria di libertà, tutte le magagne affrontate nel corso degli anni tornano a far sentire la loro presenza: attori cani, maestranze disadattate e incapaci, una produzione che gioca su soldi che non ha. Insomma, uno spaccato del nostro mondo dello spettacolo senza peli sulla lingua. C’è da dire che se questa struttura funzionava in maniera oliata in televisione, non sembra avere il respiro adatto per reggere davvero sulla lunga distanza: dopo un’ora di ritmo serrato, battute al vetriolo e situazioni ai limiti del paradossale, il film inizia ad arrancare, ingarbugliandosi in una serie di trovate francamente accessorie, utili più per riuscire a mettere in bocca agli attori le battute che li hanno resi celebri e riconoscibili al grande pubblico che per portare davvero avanti la narrazione. Così, mentre in scena si avvicendano, anche per scene minuscole, i vari Massimiliano Bruno (che è in sala proprio in questi giorni con la sua brillante commedia Nessuno mi può giudicare), Carolina Crescentini, Pietro Sermonti, a disperdersi tra un “a cazzo di cane”, un “dai dai dai!”, e un “cagna maledetta” lanciato contro la starlette Corinna Negri è proprio la fluidità narrativa del film: che ha comunque la capacità, va detto, di riprendersi in un finale crudele come non mai, e tristemente reale.

Perché, al di là del giudizio non completamente positivo sull’insieme dell’opera, Boris – Il film va difeso perché ha il coraggio di inserirsi nel contesto della commedia nostrana da box office – zona liminare piuttosto intasata nel corso degli ultimi anni – operando una scelta popolare e mai populista: per questo la critica ai cinepanettoni, pur “semplice” nella sua goliardia visiva, coglie decisamente il nocciolo della questione. Certo, è indubbio che nel complesso la serie vinca a mani basse nel confronto diretto con il film, ma nel passaggio tra due medium espressivi troppo spesso assimilati senza una reale ragione, ha la capacità di non disperdere il motivo della propria esistenza: Boris – Il film fa ridere, a tratti in maniera quasi irrefrenabile, e allo stesso tempo dimostra di avere le capacità per raccontare a un pubblico italiano inebetito da una pletora di commediole senza arte né parte, la mediocrità di una “nazione dello spettacolo”, anche nei tratti meno immediatamente percepibili. In attesa di capire come reagiranno le masse, il bicchiere appare comunque mezzo pieno. Un (piccolo) passo in avanti è stato fatto. Buon(in)a la prima…

Info
Il trailer di Boris – Il film.
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