L’angelo dei muri

L’angelo dei muri

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L’angelo dei muri, sesto lungometraggio del friulano Lorenzo Bianchini e primo a lambire solamente i territori del “genere”, è un viaggio misterico nella solitudine (e autoreclusione) di un anziano. Ma è anche l’occasione per il cinema italiano per muoversi fuori dagli schemi usurati della produzione canonica, cercando traiettorie inusuali.

Sfrattato dalla vita

Trieste. La quotidianità regolare e solitaria di Pietro viene interrotta da un’ordinanza di sfratto dal suo vecchio appartamento. L’anziano non vuole andarsene e mette a punto una strategia per continuare a vivere segretamente dentro casa: un muro in fondo al lungo corridoio dell’appartamento, un vero e proprio nascondiglio verticale dietro cui sparire. Un giorno, però, una madre disperata arriva a stravolgere i suoi piani. [sinossi]

Venti anni, questo è il lasso di tempo che intercorre tra Lidrîs cuadrade di trê, vale a dire Radice quadrata di tre, e L’angelo dei muri. Vent’anni in cui Lorenzo Bianchini è rimasto suo malgrado confinato nel Friuli, nella sua Udine, la terra in cui è nato, vive, e lavora. Perché il lavoro di Bianchini, nonostante una piccola ma resistente arena di cultori che “difendono” e studiano i suoi film, non è quello di regista, ma di tecnico di laboratorio in una scuola superiore del capoluogo di provincia friulano. Un ventennio che ha visto il meglio dell’horror indipendente e autoprodotto italiano partorito da questo cineasta ancorato alla sua terra ma anche in grado di interpretarne le distonie, quelle di una provincia solitaria, e dunque a suo modo e forse senza neanche volerlo, pericolosa. Di solitudine parla anche L’angelo dei muri, la sua sesta avventura nel lungometraggio che esce in sala con Tucker Film: finalmente, viene naturale esclamare! Per quanto titoli come Custodes bestiae e Oltre il guado abbiano fatto di parlare di loro, superando agilmente i confini nazionali per prendere parte a festival internazionali di settore, e ottenendo premi e perfino distribuzioni – per lo più in home video, ma anche in qualche sparuta occasione nei cinema –, l’Italia ha continuato bellamente e senza vergogna a fingere che Bianchini non esistesse, o che i suoi film non meritassero comunque la benché minima attenzione. Un destino che questo elegante regista con una propria poetica espressiva e contenutistica fortissima, e degna di un’analisi approfondita, condivide con tutta la genia di registi e produttori che osano muoversi al di fuori del sistema, o per meglio dire tutto attorno, in un tentativo che più che di accerchiamento è di pura sopravvivenza. Non esiste il cinema indipendente, in Italia, perché non trova spazi: non ha sale, non ha circuiti, non ha visibilità mediatica, non ha la forza di imporsi attraverso canali alternativi. Eppure questi film esistono, e L’angelo dei muri ne è la dimostrazione più evidente. Certo, non è casuale che si tratti del primo lavoro cinematografico di Bianchini effettivamente prodotto con tutti i crismi, grazie alla sinergia tra Tucker Film (che lo porta anche in sala come distribuzione), e Rai Cinema: un salto in avanti che ha meritato come premio la possibilità di accedere alla programmazione “normale” degli esercenti. Un destino su cui i suoi precedenti film non hanno potuto contare.

È bizzarro che il primo film di Bianchini a essere distribuito in modo canonico sia anche il primo titolo della sua filmografia a sfiorare solo in parte quel genere cui è sempre stato legato il nome del regista. L’angelo dei muri flirta con l’horror, con quello claustrofobico come e ancor più con la ghost story, ma lo fa in modo diverso dal solito, quasi rifiutandone in modo categorico le regole. Perché, ed è giusto ribadirlo, si tratta soprattutto di una storia di solitudine, di reclusione, di abbandono da vivi della vita stessa. L’intuizione iniziale mette i brividi, ma è davvero sorprendente: l’anziano Pietro (eccellente l’interpretazione di Pierre Richard, ottantotto anni il prossimo agosto, che dopo una carriera in cui la comicità l’ha fatta da padrona si esibisce in un ruolo non solo drammatico, ma anche profondamente umbratile, sconfitto, derelitto), che vive da solo in un appartamento nel centro storico di Trieste – si tratta del primo film di Bianchini ad abbandonare il Friuli per spostarsi in territorio giuliano: a suo modo quasi un vero e proprio sconfinamento –, riceve un avviso di sfratto. Non avendo altri posti dove andare, né sapendo come ricostruirsi una vita in così tarda età, Pietro decide di murarsi dentro la sua stessa casa, creando un microscopico stanzino in un angolo dell’appartamento. Da lì osserva quindi il mondo esterno, fino a quando non arriva in casa la nuova affittuaria, una donna single con una bambina. E la piccola si accorge di questa strana presenza che considera ectoplasmatica. Partendo da questa idea sarebbe stato in fin dei conti semplice sposarne le derive più di genere, ma Bianchini si tiene a doverosa distanza. Ciò che lo interessa non è il mistero in quanto tale, ma il modo in cui tale mistero (chi è l’angelo dei muri, come lo immagina la bimba? E chi sono anche queste due presenze femminili?) può trasformarsi in dolorosa riflessione sulla memoria, e sulla perdita: perdita di sé, perdita del “passato”, perdita del senso stesso dello stare al mondo.

Come sempre la regia di Bianchini è ispirata, elegante, di grande raffinatezza. Non ha mai ricercato l’effetto a sorpresa, questo regista, e non lo fa a maggior ragione ora. Semmai indaga lo spazio in cui si muove, e che è a dir poco liminare, e limitato: si muove nell’appartamento con movimenti sinuosi e ariosi, salvo poi retrocedere in quell’angusto pertugio in cui Pietro riesce ancora a (soprav)vivere. Ma d’un tratto, in uno dei momenti più ispirati dell’intero film, Bianchini osa evadere dalla sua stessa gabbia, traducendo attraverso il linguaggio del cinema il desiderio inespresso e comunque irrealizzabile dell’anziano uomo: è il volo libero sopra Trieste, tra i tetti dei palazzi, in quello spicchio di cielo in cui è concesso solo agli uccelli di muoversi. E al cinema, ovviamente, e all’arte dell’invenzione come la mongolfiera di Jules Verne, sognatore di mondi edificati lettera per lettera, parola per parola, dallo scrittoio della propria abitazione. Solo la mongolfiera, solo il sogno della creazione, può davvero salvare, e forse redimere, l’essere umano: perché i muri delle case sono pieni di crepe, e in quelle crepe si insinua l’acqua, in un’erosione che è collettiva e privata per la quale senza l’arte non esisterebbe via di fuga, né di salvezza. Bianchini compone una lirica semplice, perfino lineare – in fin dei conti la traiettoria narrativa che prenderà non è così difficile intuirla durante la visione –, ma lo fa con una purezza di sguardo che in pochi in Italia oggi possono permettersi, e con una fiducia così cieca nell’immagine e nella sua potenza da commuovere. Non è forse più tempo di proclami, e di inni alla resistenza, ma sarebbe bello se la comunità cinefila, o ciò che ne è sopravvissuto, credesse altrettanto nel cinema da prendere d’assedio le sale in cui viene proiettato L’angelo dei muri. Non perché sia un film irrinunciabile, un “capolavoro”, ma perché è un film indispensabile, e che sa parlare alla solitudine di un tempo triste come quello attuale senza mai citarlo direttamente.

Info
L’angelo dei muri sul sito del TFF.

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