Autobiography

Autobiography

di

Primo lungometraggio dell’indonesiano Makbul Mubarak, Autobiography, presentato a Orizzonti di Venezia 79, parte da elementi biografici del regista per costruire una storia incentrata sul classico rapporto servo-padrone, dove si riflette la realtà di un paese che non ha ancora fatto i conti con il periodo della dittatura.

Il servo

Con il padre in carcere e il fratello all’estero per lavoro, il giovane Rakib e? rimasto l’unico custode di una dimora rurale appartenente a Purna, ex generale in pensione, presso la cui famiglia del ragazzo è al servizio da generazioni. Quando Purna torna a casa e inizia la campagna per essere eletto sindaco, Rakib si lega all’uomo, diventato per lui mentore e figura paterna. Quando un giorno un manifesto elettorale di Purna viene trovato vandalizzato, Rakib non esita a rintracciare il colpevole, Agus, un coetaneo, dando così inizio a un’escalation di violenza. [sinossi]

La banalità del male, l’espressione usata da Hannah Arendt per descrivere il ruolo di Adolf Eichmann, efficiente organizzatore dell’Olocausto, descrive anche l’atteggiamento che il regista indonesiano Makbul Mubarak racconta a proposito di suo padre, zelante funzionario di stato durante la feroce dittatura militare di Suharto, un regime trentennale che si è distinto per massacri e per la politica coloniale. Il senso di lealtà alle istituzioni cui si è a servizio, l’obbedienza diventano valori più importanti rispetto alla condanna delle nefandezze che quell’autorità porta avanti. Makbul Mubarak ricostruisce questo sentimento nel suo primo lungometraggio, Autobiography in concorso a Orizzonti di Venezia 79, nel rapporto servo-padrone che lega il giovane Rakib con l’ex generale della dittatura militare Purna, che ora si presenta alle elezioni locali della sua comunità rurale.

Un rapporto di devozione torbido, che si perpetua da generazioni. Il ragazzo vede nel padrone un padre e un maestro di vita. Con lui è premuroso in tutto, mentre lo accompagna, mentre gli prepara i vestiti. E crede ingenuamente che con Agus, il sabotatore che gli consegna dopo averlo individuato, finirà bonariamente con una pacca sulla spalla. Purna ogni tanto chiama figlio il ragazzo, investe su di lui, lo porta al poligono di tiro e a caccia, e infine lo vorrà come compagno di scacchi e di karaoke. Nei suoi confronti prova anche un impulso omoerotico come suggerito in due scene: quando gli dice di cambiarsi d’abito davanti a lui per poi abbottonarlo e quando lo aiuta a lavarsi nella vasca da bagno.

Il quadro che emerge del paese in Autobiography è desolante. I giovani costretti all’emigrazione, mentre i vecchi uomini di potere della dittatura mantengono il loro dominio, incutono sempre timore e si riciclano candidandosi in elezioni da repubblica delle banane, dove basta stracciare un pezzo di un manifesto elettorale per fare una brutta fine. Purna ancora comanda alle forze dell’ordine, nonostante sia un semplice candidato, mentre il suo passato militare è rappresentato dal suo grande ritratto in divisa che campeggia nella sua camera. Anche la narrazione di regime non è messa in discussione: il generale Purna farà un’orazione funebre ipocrita, di Agus che lui stesso ha portato alla morte, richiamando i valori eroici della guerra di occupazione di Timor Est, in cui pure vennero compiuti massacri su massacri.

Il territorio rurale sta per essere invaso dall’industrializzazione: qui una nuova centrale elettrica sta per sradicare i contadini con le loro tradizionali coltivazioni di caffè. Il tutto con l’abbaglio del progresso e dell’energia per tutti, di cui si fa portavoce un uomo del vecchio regime che si ricicla come alfiere della modernità. Si tratta di un capitalismo senza volto, di cui Purna è in realtà solo una pedina, come si evince da una sua frase in cui accenna a non ben definiti gruppi economici che lo finanziano. Chi si oppone finisce in galera, come il padre di Rakib, o ucciso come Agus. A ciò si aggiunge una illegalità diffusa: i due omicidi del film non solo rimangono impuniti, ma gli assassini sono pure chiamati a fare l’orazione funebre del defunto. Makbul Mubarak costruisce la storia con una narrazione molte volte non verbale. Tanti momenti del film hanno una fotografia poco nitida, a volte sfuocata. Perché opacizzata da un finestrino, a volte sotto la pioggia con tergicristalli, o da un ventilatore davanti alla mdp. O perché offuscata dagli agenti atmosferici, pioggia, bruma tra i campi di mais. Il corrispettivo figurativo del quadro a tinte fosche del film.

Info
Autobiography sul sito della Biennale.

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