La signora Harris va a Parigi

La signora Harris va a Parigi

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Nuovo adattamento del nuovo romanzo di Paul Gallico, La signora Harris va a Parigi è una diligente fiaba, dove il desiderio borghese della classe operaia può venire esaudito. Un cinema britannico fin nel profondo, che però si accontenta sempre della via più facile, sia esteticamente che narrativamente. A poco valgono le belle interpretazioni di Lesley Manville, Isabelle Huppert, e Lambert Wilson.

Christian Dior val bene una messa

Londra, 1957. Ada Harris è una donna delle pulizie che conduce una vita semplice e ordinaria dopo la morte del marito. Un giorno, mentre lavora in un appartamento di lusso, nota un abito di Christian Dior e rimane talmente affascinata dal vestito che decide di acquistarne uno per sé. Dopo aver risparmiato per mesi, Ada parte per Parigi alla ricerca del vestito dei suoi sogni. [sinossi]

Come fosse Cenerentola al ballo Ada Harris, donna inglese di mezza età nella Londra di mezzo Novecento, può agghindarsi con il più bell’abito d’Europa, disegnato da Christian Dior, e lanciarsi in pista, ammirata e felice, nel corso di una serata danzante. Non c’è dubbio che La signora Harris va a Parigi, terzo lungometraggio di finzione per Anthony Fabian dopo Skin (2008) e Più forte delle parole (2013), spinga in modo forte in direzione della fiaba: dopotutto era già così nella forma letteraria del racconto, firmata nel 1958 da Paul Gallico che pure si limitava a una riflessione morale sul valore della conquista e dunque sulla possibile accettazione della perdita di un bene materiale. Il bene materiale in questione è ovviamente l’abito haut couture di Christian Dior che la signora Harris vede innamorandosene durante il suo lavoro: è infatti una donna delle pulizie, e l’abito fa bella mostra di sé nell’armadio nella camera di una cliente. Vedova di guerra – il film inzia con Ada che si affaccia su un ponte, idealmente parlando con il marito defunto –, può usufruire dei soldi ricevuti dal Regno Unito per recarsi a Parigi e acquistare un abito di marca che sia tutto suo. Parte dunque da un assunto a suo modo interessante Fabian, perché la trama potrebbe benissimo muoversi attorno al concetto di ossessione, alla necessità di estraniarsi dal reale, a una vita non più vissuta direttamente ma solo sognata. Peccato che tutte queste riflessioni rimangano ben sepolte sotto la coltre di melassa nella quale si avvolge La signora Harris va a Parigi.

Per Fabian, anche al lavoro sull’adattamento dal testo di Gallico, la classe operaia magari non andrà in Paradiso, ma sulla Terra può ritenere a buon diritto di veder esaudito un proprio desiderio spudoratamente borghese. Di più, l’esempio di Ada Harris può essere così dirompente da sconvolgere la prassi anche del resto del mondo: i parigini, per esempio, imparano da lei l’antica arte dello sciopero per rivendicare i propri diritti lavorativi, ed è sempre solo grazie a lei che un ragazzo e una ragazza dai tratti quasi “esistenzialisti” (si è pur sempre sul finire degli anni Cinquanta, e Jean-Paul Sartre furoreggia in riva alla Senna) arrivano a comprendere ed esprimere con compiutezza i loro sentimenti. In uno scenario simile, in qualche modo britannico fin nel profondo, non ci si può aspettare altro se non un lieto fine assoluto, qualcosa che rivendichi il pieno diritto alla felicità della protagonista, e dunque la soddisfazione massima di ogni suo desiderio. E non ci sarebbe granché da obiettare, bisogna essere onesti, ma vi sono una serie di elementi che stonano. Innanzitutto l’impressione è che Fabian, elegante e azzimato ma poco propenso a una messa in scena che denoti un proprio personale spirito, si accontenti sempre di scegliere la via più facile, quasi fosse necessario espungere dal racconto qualsivoglia asperità: così le conoscenze che la signora Harris fa a Parigi sono compiutamente positive, la sua amicizia con la “collega” Vi è incrollabile, e via discorrendo. In secondo luogo desta non poche perplessità la scelta di rappresentare un mondo borghese che è non solo da invidiare, ma da imitare. Non vi è mai una seria rivendicazione di classe, ne La signora Harris va a Parigi, come se le classi in fin dei conti non esistessero, fossero a loro volta particolari di una fola.

Questa scelta, più ancora dei colori rosa confetto per descrivere le avventure della signora Harris in terra francese, produce uno straniamento durante la visione, un senso di distacco immediato. Se è accettabile, anche qualora si ritenesse ben al di là del credibile, che il sogno della protagonista si trasformi in realtà, è assai più difficile confrontarsi con una messa in scena di cartapesta, dove a non essere giustificabile è la rappresentazione stessa della società, la sua costruzione, la sua struttura, e dunque il suo senso ultimo. E di fronte a questo, ancor più per via della già citata diligente ma poco appassionante messa in scena, nulla possono le ottime interpretazioni di Lesley Manville, Isabelle Huppert, e Lambert Wilson, a loro volta figurine eleganti di uno scenario a cui nessuno, neanche il più incantato degli spettatori, può attribuire la benché minima plausibilità, sociale, attitudinale, e perfino emotiva. Cenerentola scappava dal ballo perché non fosse possibile scoprire la sua vera natura sociale, qui sul ballo il film si conclude.

Info
La signora Harris va a Parigi, il trailer.

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