L’astronaute

L’astronaute

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Presentato in concorso al 44° Cairo International Film Festival, L’astronaute rappresenta il terzo lavoro da regista per Nicolas Giraud, un’opera che si gioca sul portare fino agli estremi quella sospensione dell’incredulità su cui si fonda il cinema. Operazione riuscita quasi fino in fondo, quando Giraud non sapeva evidentemente più come chiudere il film.

Il fantastico uno

Jim ha sempre sognato di diventare un astronauta, ma è stato scartato dopo il colloquio relativo. Incapace di arrendersi, si è dedicato da tempo a un progetto per costruire, di nascosto, il suo proprio razzo spaziale e diventare così il primo viaggiatore dilettante nel cosmo. [sinossi]

Correva l’anno 1961, a inizio competizione tra le superpotenze per la corsa allo spazio. Un gruppo di amici statunitensi decise che non si poteva aspettare oltre e bisognasse al più presto arrivare sulla Luna, rischiando anche la vita. Non si poteva aspettare di essere nuovamente battuti dai sovietici che già avevano effettuato il primo viaggio nel cosmo. Così i quattro amici riuscirono a intrufolarsi in un razzo della NASA, eludendo senza troppi problemi la sorveglianza di un’unica guardia armata, e a partire abusivamente, senza autorizzazione. La missione però fallì, almeno per il momento. I quattro amici vennero colpiti da una tempesta di raggi cosmici diventando così i Fantastici Quattro, uno dei più famosi gruppi di supereroi. A distanza di sessant’anni, quando la corsa allo spazio è diventata un affare di stravaganti miliardari, è ancora possibile raccontare di un viaggio clandestino nello spazio? Senza autorizzazioni pubbliche e soprattutto autoproducendo un proprio razzo in casa, di nascosto in una dimora di campagna. È quello che racconta L’astronaute, terzo film (e secondo lungometraggio) dell’attore francese Nicolas Giraud, presentato in concorso, in anteprima mondiale, al 44° Cairo International Film Festival.

Il novello Reed Richards si chiama Jim, lavora come ingegnere spaziale per l’agenzia Arianespace. Fin da piccolo sognava di diventare astronauta ma il suo sogno si infrange con la bocciatura a un esame di ammissione. Ma la sua forza di determinazione lo porterà a vincere altrimenti questa sua sfida personale alla forza di gravità mettendo in piedi un suo cantiere spaziale nella sua residenza nella brumosa campagna francese, dove vive con la nonna dal nome čajkovskijano Odette. Il nonno era un agricoltore, è morto di cancro per l’esposizione continua ai pesticidi, vittima di quella perdita di armonia tra uomo e natura che l’idealista Jim sogna di ritrovare nello spazio. Il suo fantastico team è composto da persone che l’aiutano nel cantiere, che però non saliranno con lui nel cosmo. C’è un famoso astronauta, Ribot che entra nello staff anche perché, come si scoprirà, spinto dal rimorso per aver partecipato alla commissione esaminatrice che aveva bocciato Jim. C’è poi una giovane collaboratrice di origine giapponese, Izumi, che si unisce al gruppo. Mentre il supporto morale è garantito dalla nonna come dal padre.

Per chi realizza razzi spaziali, il principale problema è quello di vincere la forza di gravità terrestre, di generare una propulsione sufficiente a una spinta per superare l’atmosfera terrestre. Per chi fa un film su un costruttore di razzi fai da te, il problema è invece quello di generare una sufficiente sospensione dell’incredulità, in un’epoca in cui si è persa definitivamente quell’ingenuità dei lettori di comics di supereroi dell’epoca d’oro e l’asticella per superare lo scetticismo si è molto alzata. Nicolas Giraud prima di tutto lavora con attori solidi che contribuiscono alla credibilità del tutto. Lui stesso interpreta il protagonista Jim, mentre Mathieu Kassovitz veste i panni del veterano astronauta, Hélène Vincent quelli della nonna e Hippolyte Girardot quelli del padre. Il regista è consapevole del crinale sottilissimo in cui si muove ma sembra agire come a voler aumentare gli ostacoli da sormontare. Crea situazioni sempre più inverosimili dove il rischio di cadere nel ridicolo sarebbe altissimo. Su tutti il momento in cui all’agenzia spaziale scoprono i reiterati furti di materiale da parte di Jim e non possono che dedurre che stia costruendo il proprio razzo. Un gioco folle di sfida alla verosimiglianza che possiamo paragonare al momento del film Melancholia, di Lars von Trier, in cui con una semplice ricerca su internet si scopre dell’imminente collisione di un pianeta sulla Terra. C’è poi tutta quella parte grottesca, sollevata da Izumi, sulle ripercussioni legali e burocratiche di quello che stanno facendo. In effetti in che reati può incorrere qualcuno che costruisce un razzo con cui andare nello spazio abusivamente? Nessun legislatore li ha a oggi previsti. Eppure ci sarà un’irruzione, ancora volutamente ridicola, nella base di lancio clandestina nientemeno che di un comando di teste di cuoio.

Forse facendo i conti con un budget che non permetteva sofisticati effetti speciali, Nicolas Giraud dissemina il film di segni di realismo, di dettagli a volte ironici, come il portachiavi di Jim a forma di razzo. L’addestramento dell’astronauta prevede lunghe nuotate in piscina, unica forma di simulazione, che si possono permettere, dell’assenza di gravità. I personaggi vedono poi un filmato di repertorio di Aleksej Leonov, il cosmonauta russo che per primo galleggiò nello spazio. Si cita, ancora per rimanere ancorati alla realtà del presente, Elon Musk, per le sue società aerospaziali. I protagonisti ricevono un pacco consegnato da un corriere con furgone elettrico, esempio di modernità che si contrappone paradossalmente all’estetica vintage del mezzo spaziale e del relativo cantiere. Un razzo semplice proprio come quelli delle prime missioni, degli anni Sessanta, che parte con il classico conto alla rovescia. Giraud usa anche il silenzio dello spazio, sul modello di 2001: Odissea nello spazio, nella parte in cui Jim esce dalla navicella. Nessun rumore, che in effetti non potrebbe esserci, nessun accompagnamento musicale. La sfida di Giraud alla sospensione dell’incredulità è quella del suo personaggio alla gravità. E come il suo personaggio ci riesce, puntando su un paradossale effetto alla Tertulliano (credo quia absurdum). Meno riuscito risulta invece l’aspetto esistenziale, il senso della determinazione, nel credere e riuscire a portare a termine un obiettivo impossibile. E il momento finale del film risulta davvero patetico. Ma forse Giraud si era spinto a un punto di non ritorno, e ogni conclusione sarebbe risultata forzata.

Info
L’astronaute sul sito del Cairo Film Festival.

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