Willy Signori e vengo da lontano

Willy Signori e vengo da lontano

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Trentaquattro anni fa, nel Natale del 1989, usciva nelle sale italiane Willy Signori e vengo da lontano, che sanciva la definitiva consacrazione di Francesco Nuti tra i volti più noti della commedia dell’epoca.

Con chi lo facciamo accoppiare il lucertolone del Sudan?

Willy Signori, giornalista di cronaca nera di un quotidiano milanese, coinvolto senza colpa in un mortale incidente automobilistico, viene aggredito da una giovane donna e accusato di essere l’assassino del suo fidanzato… [sinossi]

Il dicembre del 1989 fu un mese a dir poco convulso, figlio della caduta del Muro di Berlino avvenuta il 9 novembre e dello sfaldamento del Patto di Varsavia: la rivolta impazzò soprattutto a Bucarest, dove la rivoluzione culminò con il processo lampo a Nicolae Ceaușescu ed Elena Lenuța Petrescu e l’immediata fucilazione. In tutto questo il 20 dicembre gli Stati Uniti non trovarono nulla di meglio da fare se non invadere Panama per rimuovere il generale Manuel “Cara de piña” Noriega – che era stato loro informatore prima di diventare dittatore dello staterello centramericano. Lo stesso giorno, il 20 dicembre, in Italia raggiungeva le sale Willy Signori e vengo da lontano, la nuova commedia scritta, diretta, e interpretata da Francesco Nuti: l’attesa di pubblico e addetti ai lavori era molta, anche perché l’immediatamente precedente Caruso Pascoski (di padre polacco), distribuito il 16 dicembre 1988, si era piazzato sesto tra i migliori incassi della stagione. Nuti, il fuoriuscito dei Giancattivi, puntava a gareggiare con Roberto Benigni come commediante toscano più famoso d’Italia, e alla sua stessa stregua non rimaneva ancorato in nessun modo a Firenze e dintorni. Se si eccettua infatti proprio Caruso Pascoski (di padre polacco) nessuno degli altri film di Nuti “in solitaria” soffrono di alcun tipo di regionalismo: Tutta colpa del Paradiso è ambientato tra Roma e la Valle d’Aosta, Stregati sceglie come skyline quello di Genova, e con Casablanca Casablanca (seguito di quel Io, Chiara e lo Scuro di Maurizio Ponzi che aveva contribuito a lanciare l’attore anche in veste di co-sceneggiatore) si attraversa il Mediterraneo per raggiungere il Marocco evocato fin dal titolo. Anche sul finire di Willy Signori e vengo da lontano il protagonista accompagna il fratello paraplegico Ugo in Marocco, per l’esattezza nella valle del Dadès a Ouarzazate, per vedere se è vero che “il sole africano fa bene alle gambe”; questa diaspora continua segnala l’irrequietezza di un autore che non si è mai accontentato del mondo in cui viveva e prosperava, e ha sempre cercato di spingersi più in là come testimonieranno anche le regie successive, fino al disastro economico di OcchioPinocchio, che a metà degli anni Novanta finirà con interrompere l’ascesa di Nuti nel parterre comico nazionale. Ma quella è un’altra storia, e semmai varrà la pena raccontarla in un’altra occasione.

Il pubblico che durante le festività natalizie del 1989 invade le sale per vedere Willy Signori e vengo da lontano – il film replicherà sostanzialmente il successo del precedente, piazzandosi a sua volta sesto nella classifica complessiva – non sa niente dello stato d’animo di Nuti, non conosce la sua reale ambizione e di certo non può neanche presagire il flop commerciale a cui andrà incontro solo un lustro più tardi. Vuole divertirsi, e quello che chiede è un sano intrattenimento. Lo otterrà, ma è abbastanza sorprendente come un successo così vasto arrida a un film che con estrema intelligenza e sincerità apre le porte al dolore, alla dimensione tragica dell’esistenza. Per quanto il finale conciliante faccia supporre altro, con la Lucia Ventura interpretata da Isabella Ferrari che raggiunge Willy in quel di Ouarzazate giusto in tempo per partorire, Nuti firma un’amarissima riflessione sull’inanità dell’esistenza, sulla crudeltà umana, sul cinismo del mondo moderno. La fuga in Africa suggerisce di un’epoca lontana, quando Tangeri era porto sicuro per tutti i reietti del mondo; lì Willy Signori va anche perché non ne vuole più sapere niente della Milano da bere, delle soirée-concerto, di una fidanzata insaziabile a letto quanto arpia nella vita quotidiana, di una professione come quella del giornalista che non ha più nessun valore morale, etico, politico. Se si esce dalla comicità appagante di Nuti e di un eccellente Alessandro Haber nei panni del fratello costretto sulla sedia a rotelle, se si evita di porre l’accento sullo stuolo di fedeli sodali del regista presenti in scena (Novello Novelli, qui nei panni di numerosi cadaveri; Antonio Petrocelli; Giovanni Veronesi, anche sceneggiatore con Nuti e Ugo Chiti, che interpreta l’immigrato slavo Solidarnosc), ci si può rendere conto della profonda cupezza che attraversa dall’inizio alla fine Willy Signori e vengo da lontano, un film che parla di un uomo che uccide in un incidente stradale un’altra persona, e viene accusato di omicidio dalla compagna del morto – caduto in un dirupo con la macchina, mentre Willy tenta colto dalla disperazione di afferrare il paraurti posteriore in uno sforzo paradossalmente comico, e comunque inutile –, per di più incinta di un figlio che non ha i soldi per crescere. Tutto questo mentre la quotidianità di Willy è scandita da un fratello paralizzato sulla sedia a rotelle, una vicina squinternata, la succitata fidanzata, e via discorrendo.

Ci sarebbero non pochi elementi per lanciarsi in un melodramma intenso, o anche nella più putrida delle televisioni del dolore, ma Nuti sceglie una via del tutto personale, riuscendo a trarre una comicità pungente anche dalla situazione più scabrosa, dal dettaglio più macabro, dal passaggio più strappalacrime. Certo, il regista e attore è aiutato in tal senso dal suo naturale e sottile cinismo, elemento che lo contraddistingue fin dalle sue primissime incursioni con i Giancattivi, eppure l’impressione è quella di trovarsi a tu per tu con un autore della commedia che ha scelto una strada peculiare, distante tanto dalle farse lisergiche di Benigni quanto dalla buffoneria un po’ coatta di Carlo Verdone, e anche dall’intimismo umbratile di Massimo Troisi. La via di Nuti alla commedia è impervia, basata su sketch reiterati all’infinito, quasi a suggerire l’impossibilità di uscire da determinati schemi, ma anche da aperture liriche improvvise, a volte persino fuori tono. Come già in Caruso Pascoski (di padre polacco) ecco che la comicità di Willy Signori e vengo da lontano esonda, tracima, supera gli argini e invade lo schermo. Non ha freni, Nuti, sa essere violentissimo, di una violenza brutale, soverchiante, ma al contempo estremamente liberatoria; una violenza che porta dentro di sé tutta l’insoddisfazione del regista – e del personaggio – ma che grazie a un ribaltamento nei campi del paradossale e del grottesco si tramuta in liberatoria risata, sana, di pancia, e dunque a sua volta compiutamente crudele – dall’etimo crudelis e crudus, crudo, non abbellito in alcun modo. Ovviamente al centro del discorso c’è come sempre il rapporto di Nuti con l’altro sesso, che raggiungerà l’acme della provocazione nel successivo Donne con le gonne, che già nel 1991 venne accusato di misoginia per la rappresentazione (in realtà ben più problematica, se non ci si ferma alla mera superficie liscia delle cose) del rapporto uomo-donna. Non sa relazionarsi con il femminile Willy Signori, subisce lo strapotere fisico e mentale della fidanzata Alessandra – Anna Galiena veniva da una produzione assai lontana dal film di cassetta (Mauro Bolognini, Cinzia TH Torrini, Stefano Reali, Fulvio Wetzl), ma dopo il film spiccherà il volo lavorando fuori dai confini nazionali con Claude Chabrol, Patrice Leconte, José Luis Cuerda, Bigas Luna, Gerard Jourd’Hui, e Bob Swaim, prima di accreditarsi come attrice d’auteur – ma fa scena muta spesso e volentieri anche di fronte a Lucia, e ha difficoltà persino con la vicina di casa Ilona, che fa una corte spietata a suo fratello. Sconfitto dalla vita, dalla quale non ha ottenuto ciò che desiderava, Willy Signori è definitivamente messo a tappeto da quello che nella vulgata comune è addirittura chiamato “sesso debole”, ma che per lui rappresenta un mistero insondabile. Anche per questo Willy Signori e vengo da lontano è un film che corre, in cui tutti i personaggi corrono a partire ovviamente da Willy: si corre per fuggire, e per sfuggire al proprio tempo, all’ovvietà del vivere. C’è sempre e ancora il Marocco ad attendere questi personaggi intimamente reietti, ma anche lì la realtà li raggiungerà, e allora non si potrà che scegliere chi davvero essere nella vita: un padre, forse, anche se il figlio proprio di Willy non è. Rivedere questo come altri film di Francesco Nuti a sei mesi dalla morte e a oltre vent’anni di distanza dall’ultimo film diretto e interpretato rende evidente quale sia stata la perdita per il cinema italiano, e come perfino quell’epoca della commedia – che i critici degli anni Ottanta già tacciavano di minore rispetto all’âge d’or della produzione nazionale – sia profondamente da rimpiangere, per varietà stilistica, inventiva, e dolore intimo, così intimo da potersi tramutare perfino lui in risata.

Info
Willy Signori e vengo da lontano, una clip.

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