Election 2

Election 2

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Election 2, ritorno sul luogo del delitto per Johnnie To dopo il primo capitolo, permette al regista hongkonghese di allargare lo sguardo dalla “semplice” lotta interna alla Triade al rapporto tra la città-stato e la Cina continentale, e non solo. Un’opera sontuosa e di grande potenza cinematografica e politica, che sarebbe ora di riscoprire.

La montagna del potere

È nuovamente tempo di elezioni nella Triade Wo Sing. Stavolta a contendersi il bastone del comando sono Jimmy e Kum; ma il padrino uscente, lo spietato Lok, decide di infrangere le regole secolari della Triade e di candidarsi per la seconda volta. Il bagno di sangue in seguito a questa scelta diventa dunque inevitabile… [sinossi]

Per quanto non sia vulgata comune, anche a diciassette anni di distanza dalla sua realizzazione, si ha sempre più forte l’impressione (già maturata al termine della visione nel fuori concorso del Torino Film Festival 2006: in precedenza il film aveva partecipato, sempre tenuto fuori dalla competizione, al Festival di Cannes) che con Election 2 Johnnie To abbia toccato uno dei vertici della sua carriera autoriale; molta critica all’epoca così come in seguito mosse ben più di un “rimprovero” al maestro hongkonghese in seguito alla visione del secondo capitolo della saga dedicata alle efferate gesta della Triade Wo Sing, ma si fatica sempre di più a comprenderne i motivi, anche perché Election 2 – il titolo originale cantonese recita Hak se wui yi wo wai kwai – riesce nel non semplice tentativo di risultare superiore al già eccellente primo episodio. Lo sguardo amaro e a tratti quasi disgustato (si prenda la lunga parte centrale, francamente insostenibile per la sua componente claustrofobica, nella quale si assiste alle sevizie subite da un gruppo di persone nell’angusto spazio delle gabbie in cui sono rinchiuse) che aveva accompagnato Johnnie To in Election diviene in questa occasione ancora più spietato, lucido, perfino sottilmente crudele. Per quanto sguazzi senza alcun tipo di problema in quel preciso mood espressivo, Election 2 è molto più di un semplice action movie ibridato con il noir, come qualcuno stoltamente scrisse; questo cupissimo passo di danza macabra ha piuttosto le movenze di un apologo, politico e morale, sulla progressiva e forse inarrestabile decadenza di Hong Kong. Non è certo un caso se, tra le dichiarazioni inerenti alla pellicola fatte da To si può incappare nella seguente: «Nel 1997 Hong Kong è tornato a far parte della Cina, dopo essere stato possedimento britannico per oltre un secolo. Per i cittadini di Hong Kong, come per gli osservatori stranieri, il momento è stato vissuto con un misto di ansia, riserva e attesa. In Election 2 mentre il nostro protagonista Jimmy medita sul futuro delle Triadi, si preoccupa anche per il destino futuro di Hong Kong».

In effetti, mentre nel film del 2005 l’azione si incentrava interamente sulle relazioni interne alla Triade – e la disperata ricerca da parte di Lok e Big D del bastone, secolare simbolo di potere –, in questo “volume 2” si nota la persistente ricerca di un rapporto tra il mondo della malavita di Hong Kong e il potere economico e istituzionale della Cina: non a caso Jimmy accetta di prendere parte alle elezioni solo quando gli viene offerta la possibilità di agire senza ostacoli sul mercato cinese. La montagna da scalare – metaforicamente ma anche, con buona dose di ironia, fisicamente – per trovare il proprio spazio, non ha più sede nella città-stato. Hong Kong si è altresì trasformata in un luogo di perdizione, dove l’illegalità è oramai talmente stratificata da mostrare tranquillamente il suo volto alla luce del sole (si veda in tal senso la splendida sequenza dello sgozzamento in una strada affollata e in pieno giorno). Da un punto di vista strettamente estetico l’opera, pur non staccandosi in maniera decisa dalla forma assunta in Election, presenta delle anomalie che rappresentano, di fatto, lo scarto verso l’alto cui si faceva riferimento all’inizio della breve disanima. All’interno del corpo cinematografico in esame esplodono tanto i germi della tradizione action e noir hongkonghese (e per riflesso condizionato anche numerosi spunti autoriflessivi, visto il ruolo svolto da To nello sviluppo di tale branca dell’industria) quanto quelli derivati dall’epoca d’oro della Nikkatsu e dalla sanguinosa epopea portata a termine da Kinji Fukasaku in Jingi naki tatakaiBattle Without Honor & Humanity stando alla titolazione internazionale in inglese –, cinque capitoli girati nel biennio 1973/1974 che si interrogano, sfruttando le dinamiche proprie dello yakuza eiga, sullo stato di salute della democrazia nipponica.

Esattamente lo stesso risultato che raggiunge To nei due episodi di Election; la società di Hong Kong viene passata impietosamente al microscopio, e allo stesso tempo viene messa alla berlina la rincorsa della Cina a un capitalismo tanto più sfrenato quanto apparentemente privo di regole, selvaggio, barbarico, disumano. Non sembrano esserci segni di speranza nello sguardo di To, che critica il vecchio quanto il nuovo – con lo sguardo estremamente preoccupato nell’ipotizzare il futuro nelle mani di ragazzi come il figlio di Lok – e appare attratto a più riprese dalla luce cupa che squarciò il velo di vecchiume a Hollywood nel corso degli anni Settanta. Non è casuale, e neanche recente come accostamento a essere onesti, che in più occasioni Johnnie To metta in mostra uno stile e una morale che riportano alla mente i vari Brian DePalma (la sequenza mozzafiato della morte del vecchio zio Teng, con la caduta dalle scale a chiocciola che sfiora da vicino il “marchio registrato”), Francis Ford Coppola, nonché un’ansietà visiva a pochi passi da Michael Mann. Per non tacere, inoltre, dei brani musicali scelti per fare compagnia alla bella partitura musicale composta da Robert Ellis-Geiger (che ricalca da vicino gli umori e la timbrica dello score della prima pellicola, firmata da Lo Tayu; Ellis-Geiger lo si vide all’epoca all’opera, con successo, anche sul bel After This Our Exile di Patrick Tam, a sua volta montatore di Election), tra i quali è possibile riconoscere House of the Rising Sun e una La Bamba selezionata in una versione che si muove con pieno diritto nel campo del bizzarra. Rivisto a poco meno di un ventennio di distanza dalla sua realizzazione Election 2 non solo conferma la sua statura autoriale, ma mette in mostra per gli spettatori un Johnnie To a 360°, in grado di spaziare dalla calma alla furia, dal riferimento cinefilo sottile alla messa in mostra quasi becera nella sua purulente virulenza di una violenza mai davvero giustificata. Anche se il regista continuava imperterrito nella sua direzione Hong Kong stava oramai digradando verso la completa rovina. Sono quattro anni oramai che To non dirige un film, e oltre un decennio è passato dall’ultima sua regia indispensabile (Drug War, altro titolo che al momento del suo passaggio alla Festa di Roma diretta da Marco Müller fece alzare in modo inqualificabile qualche sopracciglio di troppo). In questo stato delle cose rivedere Election 2 può anche far scorrere qualche lacrima ruggente e bruciante lungo le guance.

Info
Il trailer di Election 2.

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