Il caso Belle Steiner

Il caso Belle Steiner

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Ispirato molto liberamente a un romanzo “americano” di Georges Simenon, Il caso Belle Steiner di Benoît Jacquot riflette sull’impenetrabilità dell’essere umano e sull’eterno enigma dell’applicazione della giustizia. Il tutto riletto alla luce delle derive contemporanee verso la gogna mediatica della dimensione social. Ma il film resta un po’ prigioniero della sua scelta fin troppo coerente in favore dell’ambiguità. Con Guillaume Canet e Charlotte Gainsbourg.

Al di là della finestra, su per le scale

Ospite di Pierre e Cléa, una coppia d’amici di sua madre, la giovanissima Belle è trovata strangolata nella sua stanza, completamente nuda. I sospetti si concentrano subito su Pierre, ultima persona ad aver visto viva la ragazza. Cléa crede ciecamente all’innocenza di suo marito, mentre Pierre, insegnante di matematica, si difende dalle accuse assumendo un atteggiamento del tutto passivo e indecifrabile rispetto a quanto gli sta accadendo, come se la brutta faccenda non lo riguardasse in alcun modo. Intanto la piccola comunità di provincia, spaventata dai sospetti piovuti su Pierre, lo esclude a poco a poco da se stessa con tipico atteggiamento di autoconservazione. [sinossi]

Il caso Belle Steiner è una storiaccia. È una storiaccia misteriosa, talmente misteriosa che non è necessaria nemmeno una soluzione univoca all’enigma di un omicidio quasi paradossale per la semplicità con la quale è stato perpetrato. La stessa distribuzione del film ha avuto risvolti spiacevoli. Girata fra il 2022 e il 2023, la pellicola è infatti rimasta in un limbo per diversi mesi a seguito delle accuse di molestie ricevute dal regista Benoît Jacquot da parte di ben quattro attrici, ivi compresa Judith Godrèche, ex-compagna dell’autore. Tanto che la produzione si è sentita in dovere di collocare prima dei titoli di coda un cartello che prende le distanze da quanto accaduto a Jacquot. L’Italia è il primo paese al mondo, tramite Europictures, a far uscire il film nelle sale, che non ha ancora trovato una distribuzione nemmeno sul suolo patrio francese. In qualche modo la vicenda avvenuta fuori dal set finisce per delinearsi come una sorta di controcanto al racconto del film. Tratto da La morte di Belle, romanzo di Georges Simenon pubblicato nel 1952 e ambientato negli Stati Uniti, Il caso Belle Steiner attualizza infatti ai giorni nostri la fonte originaria e affronta temi come l’esposizione mediatica e il sospetto della molestia, andando a scandagliare nel territorio ambiguo del desiderio e della distanza/vicinanza fra i corpi. Dall’America la vicenda è ricollocata nella consueta provincia francese che tanta parte ha avuto nella produzione letteraria di Simenon, e pure nella tradizione del cinema d’oltralpe. La giovanissima Belle, ospite di Pierre e Cléa, una coppia di amici di sua madre, è trovata strangolata nella sua stanza, completamente nuda. L’ultima persona ad averla vista viva è lo stesso Pierre, mestissimo insegnante di matematica al Liceo Simenon (!) di una cittadina non meglio identificata. I sospetti si concentrano subito su di lui, che assume un atteggiamento indecifrabile. Sembra che la faccenda non lo riguardi, rifiutando tramite una sorta di resistenza passiva tutte le accuse che gli vengono rivolte. Sua moglie Cléa pare credere ciecamente alla sua innocenza. Intanto però entrambi hanno desideri per altre persone. Pierre sembra attratto più del dovuto, ai limiti del feticismo, da dettagli di giovani donne. Cléa non disdegna un’avventura con un ex-compagno per distrarsi dall’angoscia dell’indagine poliziesca che ha colpito inaspettatamente la sua casa. La piccola comunità inizia a espellere Pierre da se stessa, spaventata dai sospetti piovuti su di lui. La nuovissima società dell’immagine fa il resto. La dimensione ormai non più soltanto massmediologica, ma puramente social, invade la privacy di Pierre e Cléa cercando ossessivamente il mostro da sbattere in prima pagina. La colpevolezza è già sancita. L’ha decisa il tribunale popolare dello smartphone.

Del resto le facili verità della dimensione social non risparmiano nemmeno Belle, giovane vittima assassinata e subito presa di mira per le sue storie pregresse, per i contenuti pubblicati su piattaforme online e per le foto raccolte nel suo telefono. Il metro della verità è demandato all’esposizione pubblica del sé. In tal senso è forse da interpretare anche la totale passività della figura di Pierre, sorta di oggetto di narrazioni altrui che gli tributano di volta in volta un’identità più delineata, robusta e fitta di luoghi comuni rispetto alla rarefazione e al rifiuto di qualsiasi contorno netto che caratterizzano il suo personaggio. In un certo senso Il caso Belle Steiner finisce come inizia. Nel mezzo ci stanno novanta minuti scarsi di asciutte allusioni a verità appena suggerite sul grande mistero costituito dall’individuo, essere sconosciuto nelle sue motivazioni profonde, forse manipolatore, forse manipolato, forse entrambe le cose. Prendendo robustamente le distanze dal testo di Simenon, Jacquot innalza un inno all’impossibilità della lettura del reale, che finisce vittima predestinata dell’apparenza e del pensiero comune. I meccanismi escludenti della società sono automatici e immediati, dominati da un atavico istinto all’autotutela. Ma è pur vero che restano davvero pochi strumenti alla società degli uomini per giungere alla ricostruzione di una verità enigmatica. È esemplare, in tal senso, la lunga sequenza dell’interrogatorio di Pierre da parte del giudice. Il pregiudizio è inevitabilmente giudizio; gli strumenti della legge sono limitati, perché al di là degli occhi dell’individuo vi è un intero universo accessibile soltanto all’individuo stesso – e forse neanche a lui. E Pierre? Pierre non c’è, in un certo senso non esiste. Personaggio passivo oltre ogni credibilità, ha inquieti sogni notturni (che mai saranno esplicitati), e si perde dietro a qualche fantasia erotica innescata dall’universo femminile.

Inizialmente intrigante e avvincente come sanno essere certi gialli francesi inquadrati nelle meschine cornici della borghesia provinciale, Il caso Belle Steiner resta comunque un po’ prigioniero delle sue stesse intenzioni. Giallo senza giallo, mistero senza mistero, personaggi che per insistere fin troppo intorno all’impenetrabilità dell’umano finiscono per essere quasi del tutto svuotati di veridicità e pregnanza. Alle ultime battute si finisce per crederci fino a un certo punto, in sostanza, che Cléa non faccia mai una domanda in più a suo marito. E dal canto suo Pierre, nel suo coriaceo rifiuto di esprimersi, è repentinamente creduto un po’ da tutti. Certo, l’intenzione è quella di enfatizzare su dinamiche di gruppo che con estrema facilità escludono e altrettanto riabilitano sulla base di verità rapidamente acquisite e condivise in una dimensione pubblica. Ma nel complesso il racconto mostra più di una debolezza strutturale, confondendo i confini fra asciuttezza di tratto e fragilità di costruzione. Realizzato prima delle accuse rivolte a Jacquot, Il caso Belle Steiner pare in qualche modo coerente con il recente vissuto del suo autore. Il film è infatti una riflessione sull’applicazione della giustizia, sull’ombra schiacciante del sospetto e sulla spietatezza della gogna pubblica, che punta a sostituire il potere giudiziario con una piazza social pronta al linciaggio. È un buon film? È un film medio, più che medio. Ai limiti del mediocre, con un Guillaume Canet prigioniero dell’inaccessibilità del suo personaggio e una Charlotte Gainsbourg piuttosto sottoutilizzata rispetto alle sue enormi potenzialità.

Info
Il caso Belle Steiner sul sito di Europictures.

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