Maigret

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Con Maigret Patrice Leconte torna a confrontarsi con la scrittura di Georges Simenon a trentatré anni di distanza da L’insolito caso di Mr. Hire; lo fa prendendo spunto da un romanzo del 1954, Maigret e la giovane morta, e muovendosi liberamente alla ricerca del personaggio, e di un cinema che non c’è più. Un’opera minimale, che nega tutti i codici del poliziesco per rintracciare l’umano al di là del crimine. Gérard Depardieu è a dir poco monumentale nel ruolo del commissario più famoso della letteratura.

La legge e la morale

Una ragazza di provincia, giunta a Parigi piena di speranze, viene uccisa, e il commissario Maigret, che non conosce neppure l’identità della giovane, ha il compito di individuare il colpevole di quell’omicidio. [sinossi]

Ha la filigrana di un’altra epoca Maigret, il film con cui torna alla regia Patrice Leconte a otto anni di distanza da Tutti pazzi in casa mia, e non solo per quella Parigi quasi decolorata, né per l’ambientazione nel cuore degli anni Cinquanta. Erano quasi sessant’anni che il commissario più celebre della letteratura – nonché il più prolifico, data la quantità di opere che Georges Simenon gli ha dedicato nel corso dei decenni – non veniva trasposto in immagini cinematografiche in Francia, da quando cioè ne vestì i panni Jean Gabin in Maigret voit rouge (Maigret e i gangsters, 1963) di Gilles Grangier; successivamente sul grande schermo arrivarono “solo” una versione tedesca (Il caso difficile del commissario Maigret di Alfred Weidenmann, 1966) e una italiana (Maigret a pigalle di Mario Landi, 1967, con protagonista quel Gino Cervi che aveva incarnato i panni dell’ufficiale di polizia nei sedici sceneggiati RAI. È dunque in qualche modo un “ritorno a casa” quello di Maigret, e anche dello stesso Leconte con la scrittura di Simenon visto che trentatré anni fa trasse dalle pagine del romanziere belga l’ottimo L’insolito caso di Mr. Hire. A proposito di corsi e ricorsi, è interessante come Gérard Depardieu, eccellente Maigret nelle mani di Leconte, sempre nel corso del 2022 abbia interpretato un altro adattamento da Simenon, quel Les Volets verts di Jean Becker che, uscito nelle sale transalpine sul finire di agosto, è stato accolto con grande disparità di giudizi dalla critica ma ha risvegliato almeno da principio l’interesse degli spettatori, con oltre duecentomila biglietti staccati nelle prime due settimane di programmazione. Dal canto suo Maigret, con meno di cinquecentocinquantamila biglietti venduti nel corso della sua avventura nelle sale francesi si è rivelato un mezzo insuccesso, considerando il costo di produzione superiore ai 6 milioni di euro. I motivi di un tale attestato di disaffezione, seppur parziale (si parla di oltre 4 milioni di incasso, un risultato che nessun film italiano ha avvicinato da gennaio a oggi), sono facili da ipotizzare. Leconte gira davvero un film d’antan, che non si cura in nessun modo della moda corrente, dei ritmi odierni, nella prammatica della scrittura: pur traducendo in modo completamente infedele il romanzo a cui si ispira (Maigret e la giovane morta, uno dei titoli pubblicati durante l’esilio volontario di Simenon negli Stati Uniti, per schivare le accuse di collaborazionismo con l’invasore tedesco), Leconte coglie l’essenza del pensiero simenoniano, la verità intima che lo spinge a scrivere. Non una semplice opera “giallistica”, al termine della quale si deve scoprire il colpevole del crimine, ma una perlustrazione dell’umano, delle sue potenzialità e dei suoi limiti, e una visione del mondo.

Non è dunque casuale che Leconte proceda per digressioni, senza sentire mai il bisogno di spiegare allo spettatore la consecutio logica che muove l’azione del commissario, che ha l’intuizione di parlare con una ragazza per il semplice fatto che replica un gesto con la mano che parrebbe accomunarla alla vittima, o visita – una sequenza sublime – un anziano ebreo, dal quale vorrebbe ricevere informazioni ma che in realtà servirà esclusivamente per amplificare il discorso sulla crudeltà, e sul concetto di vittima: nella parte dello svampito signor Kaplan si può ammirare per l’ultima volta lo splendido André Wilms, deceduto a 74 anni lo scorso 9 febbraio, appena due settimane prima che il film venisse distribuito in sala. Seguendo la linea di condotta in fase di scrittura di Simenon Leconte non ricerca alcun artificio narrativo, né si lambicca il cervello dietro soluzioni improbabili: procede con semplicità, quasi che lo svolgersi degli eventi possa essere naturale, e non precostituito. Se il regista erige una messa in scena elegante, raffinata, ma che non ricerca mai il fronzolo, la scrittura si fa altrettanto essenziale, grazie alla collaborazione reiterata con Jérôme Tonnerre, già al lavoro con Leconte sugli script di Confidenze troppo intime e Il mio migliore amico. L’immagine lavorata da Yves Angelo non è mai però piatta, e non si lascia avvincere dal demone del ricalco, dell’imitazione del passato che tanto va di moda in questo periodo storico: il monumentale Maigret/Dépardieu – interpretazione eccellente – è raccolto in una luce plumbea, come la Parigi fin troppo vivace eppur moribonda e assassina che viene descritta nel film. Un noir in piena regola, da questo punto di vista, innervato però da una disillusione che si legge in ogni sguardo di Dépardieu, fin da quando nei primissimi istanti del film si trova a farsi visitare da un medico, lui che con la sua stazza va in affanno anche solo a salire delle scale. Nell’incipit, e nel montaggio alternato tra il corpo ancora vivo di Maigret ma spoglio di fronte al medico, e quello già in procinto di morire della povera ragazza che va a provarsi un vestito e non vuole farsi vedere nuda neanche dalla sarta, si raccoglie il senso intimo di un film gravido di suggestioni, e pervaso da una melanconia profonda, e sincera.

Il corpo di Maigret è già parte integrante del suo senso, della sua visione del mondo, del pensiero che ogni tanto fugge verso memorie poco piacevoli, perfino tragiche. Di nuovo con grande intelligenza Leconte e Tonnerre evitano di entrare con troppa malagrazia nel dettaglio di ciò che davvero agita gli incubi di questo ufficiale di polizia, lasciando allo spettatore il dovere di porsi le domande e darsi le giuste risposte. Il cinema può e forse in determinati casi deve preferire la dissolvenza, il non detto e il non visto, il fantasma che resta nell’inquadratura e la agita, suo malgrado, senza divenire materia. Come Maigret cerca, suo malgrado e con tutti i limiti della logica, di trovare la “verità”, allo stesso tempo Leconte sembra compiere lo stesso percorso con il cinema, rifuggendo il colpo di scena, il cliché narrativo, la prassi del poliziesco e preferendo un sorso di calvados, di birra, o di vino bianco, quel vino con cui il commissario ha iniziato l’indagine e intende portarla a termine. Così Maigret – preciso il titolo generico, quasi si trattasse di una speculazione filosofica sul personaggio, di una ripresa saggistica – non diviene il racconto di un’indagine della polizia, tesa a scoprire chi abbia potuto uccidere così brutalmente una ragazza sperduta, sola, triste e disincantata, ma si tramuta in un viaggio per lo più oscuro nella Parigi che non c’è più eppur c’è sempre, la Parigi dei bistrot, degli abiti presi a nolo, dell’aspirazione di una provincia che vorrebbe ambire al palcoscenico della capitale. Ecco perché il pubblico in parte ha scelto di voltare le spalle a Maigret, preferendogli probabilmente qualche thriller ansiogeno, girato e montato a rotta di collo, a perdifiato. L’unico a perdere il fiato qui è Maigret, per colpa di quei sei piani di scale da superare per scoprire un dettaglio in più di una ragazza morta, un dettaglio in più per comprenderne la vita, i sogni, le illusioni. A Leconte e a Maigret non pare interessare davvero chi l’abbia uccisa (“non sono io a giudicare”, sentenzia il commissario), ma solo che sia morta, che così giovane non abbia più vita in corpo. Tutto muore, e nessuno sembra rendersene conto, sottolinea il film, ribadendolo nella scelta di un’inquadratura finale – e di un montaggio interno – che lascia a suo modo senza fiato.

Info
Il trailer di Maigret.

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