Una promessa

Una promessa

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Presentato Fuori Concorso alla 70ma Mostra del Cinema di Venezia, Una promessa di Patrice Leconte ripropone l’eleganza formale del suo regista svuotandola però di fascino e restituendoci un margine di interesse pressoché inesistente.

Un melodramma al ribasso

Nella Germania del 1912, un giovane laureato diviene il segretario di un industriale dell’acciaio, le cui condizioni di salute però non sono rosee. Il ragazzo si innamorerà della moglie dell’uomo, ma preferirà, per un po’, rimanere reticente e non dichiararsi. L’amore taciuto però esploderà ben presto in tutta la sua forza, portando i due innamorati a sfiorarsi solo di soppiatto. Il marito della donna manda allora il suo segretario in Messico, forse intuendo la situazione, per impiegarlo nella sorveglianza di un suo possedimento di ferro. Per i due amanti è una batosta terribile, ma i due si legano l’uno all’altro per l’eternità con la promessa di rivedersi e unirsi per sempre al ritorno di lui… [sinossi]

La produzione di Patrice Leconte ha rappresentato, per la nuova scena del cinema francese di fine anni ’80, un punto di riferimento non indifferente. Il regista transalpino, fin dagli inizi della sua carriera, si è infatti mosso tra i generi caratterizzanti del cinema classico americano (il melodramma e il noir su tutti) di sicuro non innovandoli ma almeno rendendoli, per quell’epoca, degni di essere inscritti pienamente nel cinema del presente, anche se non propriamente contemporanei. Leconte dopotutto associa da sempre a un controllo formale spesso levigato e ricercato uno sguardo forse non originale ma padrone di sé, in cui si sente la consapevolezza e la sicurezza della mano dietro il gesto. Senza trascurare neanche l’acutezza della messa a fuoco sulla società francese, che in qualche caso ha raggiunto considerevoli livelli di tagliente spessore.
Leconte non è un autore, ma nemmeno, come va tanto di moda dire oggi, un mestierante di buon livello. È un regista che si adatta al contenitore e alle esigenze che esso richiede, senza per questo rinunciare a sviluppare dei discorsi ben precisi, sebbene non all’interno di un alveo autoriale. Nel suo ultimo film, presentato Fuori Concorso a Venezia un anno fa, arrivato al culmine di un percorso che l’aveva portato anche a sperimentare il film d’animazione con La bottega dei suicidi, si avverte però una dose di stanchezza non da poco. Il dramma sentimentale in costume Una promessa è infatti un’opera esile che trasuda passatismo e che fa moltissima fatica, tra l’altro neanche riuscendoci, a scrollarsi di dosso la polvere di un cinema vecchio, sia strutturalmente che contenutisticamente, non più in grado di dialogare attivamente con gli stimoli più sfaccettati della fruizione odierna. Non che l’intrattenimento vintage sia sorpassato, tutt’altro: si pensi a un Downtown Abbey qualsiasi, per esempio, o a kolossal passati e presenti che del cosiddetto polpettone hanno saputo e sanno fare una categoria estetica e ontologica perfino irrinunciabile, con coordinate così precise che guai a sindacarle. È però, come sempre, tutta una questione di forma e di forze in ballo. Ed è incontrovertibile che in tal senso un amore negato dai vincoli sociali e matrimoniali e costretto a silenziare i palpiti e le passioni non riesca ad incontrare l’interesse di una discreta fetta di pubblico, specie se è esplicitato nel modo impersonale e vanamente pedante con cui Leconte ce lo presenta.

Una promessa, ispirato al romanzo del grande scrittore e biografo Stefan Zweig Il viaggio nel passato, segue infatti un andamento preordinato tanto nei passaggi narrativi quanto nei moti psicologici assolutamente prevedibili e telefonati: i personaggi di Rebecca Hall e Richard Madden si innamorano all’insaputa del marito di lei, interpretato da Alan Rickman, consorte bonario ma puntualmente tradito, cui il grande attore inglese infonde tutto il suo solito fascino sornione. Le potenzialità romanzesche del triangolo si estinguono però ben presto nei parametri più rassicuranti e monodimensionali del binomio, e il taglio epistolare che il film assume nel finale (sorvoliamo sui grossolani inserti storici), dopo un avvio praticamente non pervenuto, appare pomposo e soporifero, malfermo e fin troppo stucchevole nella sua insistenza. Il Karl di Rickman sostanzialmente si eclissa, ed è un male, per fare posto a una passione senza passione, a un amore che pare pensato e realizzato a tavolino e non fatto passare realmente dall’emotività degli artefici della storia e degli attori, che reagiscono, sia gli uni che gli altri, al mutamento degli equilibri affettivi con una passività a dir poco sospetta. Tutto ciò è una conseguenza diretta della visione accademica ed esangue di Laconte (non sempre due aggettivi che vanno di pari passo, va detto), che non trasforma il voto d’amore in una prigione ma nemmeno l’ansia di ribellione a ciò che non si ama più in un bisogno vitale capace di bussare al cuore dello spettatore, ancor prima che a quello dei protagonisti della vicenda, con rinnovata urgenza.
Il regista di Confidenze troppo intime aveva dichiarato di volersi prendere una pausa, ma ha già un nuovo film quasi pronto in postproduzione dal titolo Une heure de tranquillité. La sensazione, invece, è che il desiderio di fermarsi per un po’ era lecito e sopraggiungeva al momento giusto, almeno per tentare di ossigenare un’idea di cinema che a questo giro è parsa imbalsamata, stantia, (melo)drammaticamente al ribasso.

Info
Il trailer di Una promessa.
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